Dov’è finito il sogno americano: «Qui nessuno rischia più, così il paese declina»

Posted on in Europa e oltre 5 vedi

L’indagine
Dov’è finito il sogno americano: «Qui nessuno rischia più, così il paese declina»
Il crollo del mercato immobiliare per la bassa mobilità delle persone. Calano le start-up e le nuove iniziative imprenditoriali.
Corriere della Sera, 4 giugno 2013

Lasciare il lavoro da dipendente per mettersi in proprio, Cominciare daccapo. Abbandonare il nido familiare per andare a vivere all’estero. Studiare a centinaia di chilometri da casa. Tutto quello che veniva così naturale e facile agli americani oggi sembra diventato faticoso. Gli americani sognano meno, si muovono meno e prendono sempre meno iniziative e, insomma, non rischiano più. È quanto emerge da un’indagine di The Wall Street Journal.

IL RISCHIO PERDUTO – Gli americani, popolo di visionari, campioni da un secolo del progresso starebbero perdendo il concetto di rischio. E l’esito – secondo un’elaborata riflessione economica/sociologica del prestigioso quotidiano a stelle e strisce – rischia di essere una una nuova recessione anche se è stata probabilmente la Grande Crisi a far emergere l’avversione al rischio e la tendenza alla conservazione.

IL MERCATO DEL LAVORO – «Sono tutti ormai abbastanza avversi al rischio», dice Maxim Schillebeeck, 28 anni, studente di dottorato in genetica presso l’università St Louis di Washington, laurea in economia. Ha creato – dal nulla – una società di consulenza per fornire servizi al mercato delle start-up americane in ambito hi-tech, di cui la Silicon Valley è l’incubatore mondiale per eccellenza. Ha constatato – secondo quanto riporta il Wsj – come negli States ci sia una clamorosa riduzione del rischio, che finisce per rallentare l’occupazione, non crea nuovi posti di lavoro ed avvita la crisi su se stessa. Il dato che più corrobora la sua riflessione – riportato da un autorevole studio di alcuni economisti di Harvard – è che l’occupazione negli Usa deve ancora raggiungere i livelli pre-crisi. Tecnicamente è mancato quel rimbalzo tipico degli anni successivi alle grandi depressioni economiche.

UN NUMERO PICCOLO DI NUOVE SOCIETA’ – Così l’esito è quello descritto da Dane Stangler, direttore della fondazione Marion Kauffman di Kansas City nel Missouri: «Abbiamo piccoli focolai di start-up, ma a parte questo non vediamo lo stesso livello di nuove iniziative imprenditoriali in altre parti del Paese». Così un basso tasso di crescita di nuove aziende finisce per ripercuotersi sulla mancata creazione di nuovi posti di lavoro. Di più – significa che c’è un minor numero di aziende disposte a competersi i migliori giovani sul mercato. E ancora: tutto ciò testimonia – secondo New America Foundation, un think tank di Washington – il declino dell’imprenditoria negli Stati Uniti.

GLI INVESTIMENTI – Se l’offerta langue anche la domanda sembra in sofferenza: gli investitori (venture capitalist e business angels) avrebbero perso l’entusiasmo per le start-up ad alto contenuto creativo. Il totale del capitale di rischio deve ancora tornare al picco pre-recessione, tanto che i dati di PricewatrerhouseCoopers mostrano come il 40% dei fondi siano andati a iniziative imprenditoriali della Silicon Valley, contro il 30% degli anni ‘90. Come a dire che il Paese viva di questa sua nicchia territoriale a cui ha appaltato tutto il grado di innovazione degli Stati Uniti, e il resto sembra ancorato alle grandi multinazionali e alle grandi società di consulenza da migliaia di dipendenti.

LA BASSA MOBILITA’ – Il corollario è una bassissima mobilità, con tassi di migrazione tra uno Stato e un altro crollati al minimo da 20 anni a questa parte. Secondo l’ultimo censimento a stelle e strisce gli americani hanno molta meno voglia di viaggiare per trovare un’occupazione che li aggrada. E circa il 53% dei lavoratori Usa lavora nello stesso posto da oltre cinque anni, quando nel 1996 la percentuale era al 46. Il crollo della mobilità finisce poi per ripercuotersi sul mercato immobiliare, con inevitabile contrappeso su questo particolare settore. Tanto che anche i cambiamenti demografici sono ridotti al minimo e prevale la conservazione dello status quo, piuttosto che la voglia di cercarsi migliori condizioni di vita. La sintesi finale è che questa strategia conservativa collettiva può determinare lunghi periodi di recessione. come una profezia che si auto-alimenta. Pochi visionari, quindi. E ancora meno “folli”.

Fabio Savelli




0 Commenti

Ancora non ci sono commenti
Lasciane uno tu per primo!
You need or account to post comment.