Dove diavolo è finita la lingua italiana?

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E’ da qualche anno che in Italia – quindi anche a Carpi – si assiste a un curioso fenomeno. Una mattina, non si sa come né perché ci siamo ritrovati, svegliandoci, in una città diversa. Apparentemente, a uno sguardo superficiale, tutto era come prima: il nostro vicino portava a spasso il cane alla stessa ora (data la precisione, probabilmente si trattava di un cane svizzero); ogni domenica, la nonna, continuava a preparare le lasagne – sempre troppe e troppo buone – e il treno, manco a dirlo, manteneva il suo puntualissimo ritardo. Eppure qualcosa era successo: a essere cambiate erano le parole. Improvvisamente ci siamo ritrovati a dover svolgere meeting, lunghe sessioni di brainstorming, coadiuvati da un tutor, assunto da un manager che è convinto di valorizzare il brand seguendo un planning preciso, da attuarsi in un timing che rispetti una precisa deadline, senza mai dimenticare il core business dell’azienda. Ma la neolingua non riguardava soltanto gli ambiti lavorativi, anzi: era tutto un proliferare di beauty center, fitness, wellness, personal trainer, shopping, fashion victim, voucher, call center e chi più ne ha più ne metta. Almeno alla sera, dopo una massacrante giornata trascorsa nel vano tentativo di capire che diavolo stesse succedendo – oltre che nella fatica di comprendere cosa significassero quei nuovi termini – potevamo rilassarci nella nostra casa, insieme al nostro/a compagno/a (usare entrambi i generi è più politically correct). Assolutamente no. Chiusa la porta, neppure il tempo di riporre il cappotto – scusate, il trench – che scopriamo che la ragazza della quale ci eravamp follemente innamorati tanti anni fa è stata sostituita da uno strano replicante, forse venuto da un altro mondo per colonizzare il nostro pianeta: il famigerato partner. Che poi, manco a dirlo, si è appena fatta un lifting, dopo che ha avuto un flirt con il nostro vicino di casa – quello che, a quanto pare, non si limita a portare a spasso quel Molosso di un quintale. E il tutto l’abbiamo saputo da un gossip, durante un happy hour molto trendy, della sua best friend – che sarà anche best, ma i fatti suoi proprio non riesce a farseli. Ed è stato allora che avete deciso di prendervi una stanza di un bed and breakfast – soltanto per un po’, finché le acque non si fossero calmate – facendo zapping tutto il giorno davanti alle pay-tv, ingozzandovi di junk food, magari seguendo qualche reality show con un’audience strepitoso, mentre erano in corso le nomination. Al ché, dopo appena una settimana, sarete ridotti così male che la vostra fedifraga consorte deciderà di trasferircisi direttamente, dal vicino con il pedigree. La domanda fondamentale è se sia più provinciale parlare – il più correttamente possibile – la propria lingua madre, oppure affidarsi ad un idioma straniero – che, nella maggior parte dei casi, fondamentalmente si ignora – facendone propri soltanto gli epifenomeni più semplici, al fine di trasmettere una certa idea di sé o del proprio ruolo? Non so voi, ma io sono un po’ stanco di sentir blaterare tizi che hanno un background, che organizzano happening, che sono very cool e insieme terribilmente smart, multitasking e anche, decisamente, trendy. Perché, nonostante alle orecchie di tante persone suonerà certo più interessante sentir pronunciare frasi – spesso peraltro assai banali – zeppe di termini esotici, che si portano dietro tutto il fascino e l’epos della modernità, delle tendenze, delle mode, del ‘futuro’, resto convinto che questo atteggiamento nasconda una certa vacuità, mancanza di inventiva, innovazione, prospettiva. Una certa mancanza di sostanza. Non è rubando i termini di un’altra lingua che darò valore alle mie idee: se queste sono buone, dirle in inglese sarà assolutamente superfluo. Tra un bravo fotografo e un photo editor scadente, chi vorrà una bella immagine delle proprie vacanze continuerà a rivolgersi al primo; tra un addetto stampa competente e un press agent senza speranza non c’è partita; non c’è muffin che valga una fetta di torta Barozzi; il vestito della nonna non è vintage, è bello, e proprio perché se lo metteva nostra nonna; al bar voglio un espresso, non un coffee, quella brodaglia servita in bottiglioni da sei litri e mezzo che del caffè ha soltanto il colore; se in un ristorante c’è un cuoco bravissimo e in un altro uno chef che presenta pietanze immangiabili, i clienti continueranno ad affidarsi alla cucina del primo, anche se questo li facesse sentire più provinciali e meno internazionali; se i capelli me li taglia meglio il mio barbiere non c’è nulla da fare, non lo cambierò per il nuovissimo hair stylist che ha appena inaugurato il salone in quello shopping center – che poi i prodotti più buoni ce li ha la Luciana, sotto casa, in un negozio di 20 metri quadrati dove non c’è mai coda e dove un buongiorno, un grazie e un arrivederci non lo si nega a nessuno, ma proprio a nessuno. Sia chiaro: la mia non vuole essere un’autarchica quanto miope difesa della lingua patria fine a sé stessa (e infatti non sopporto quei miei connazionali che, in vacanza all’estero, pretendono di mangiare un piatto di pasta al pesto da Mario’s). Penso però – forse perché sono davvero out – che la lingua di Dante e Boccaccio, di Manzoni e Calvino resti uno splendido strumento per descrivere ed interpretare un mondo, il nostro, che proprio attorno a quella grammatica e a quella sintassi si è costituito. Parlare è qualcosa di più – lo sanno bene linguisti e semiologi – che emettere suoni e comunicare: parlare è pensare. Parlare in italiano significa dunque, se mi seguite, pensare in italiano. Usare una lingua d’importazione equivale invece a ‘voler far l’americano’, pensare ‘per interposta lingua’, esprimersi con termini nati per descrivere una realtà molto differente da quella che abbiamo sotto gli occhi noi. Con il rischio di apparire fasulli. Artificiali e artificiosi. Prima di tutto a se stessi. Forse – anzi, molto probabilmente – si tratta di una battaglia velleitaria, senza speranza. Come quei pellerossa che, dopo aver vinto a Little Big Horn, si illudevano di poter resistere, senza sapere che di lì a poco sarebbero definitivamente finiti in una riserva. Forse, prima o poi, bisognerà definitivamente cedere allo strapotere del colonizzatore, ma non importa. Un appello: se potete dire la stessa cosa in italiano anziché in inglese, almeno con me, fatelo. Preferisco invecchiare lungo i portici della mia città che sotto le arcate al neon di uno shopping mall.

(di Marcello Marchesini, da temponews.it, 21/12/2012)




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