Dopo la Brexit l’Erasmus si ferma a Calais?

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Dopo la Brexit l’Erasmus si ferma a Calais? Rebus risorse per la ricerca.

Belfanti, direttore del dipartimento Economia e management a Brescia: “Comunità scientifica inglese impoverita, ma più spazi per altri Paesi”.

di Marco Belfanti.

Il processo di costruzione di un assetto unitario per i paesi dell’Europa è stato lungo e faticoso, ancora incompiuto e, secondo i sempre più numerosi critici, persino prossimo a fallire, ma si può senz’altro affermare che se c’è un ambito in cui l’integrazione europea ha prodotti risultati significativi è quello dell’Università, sia per quanto concerne il versante della formazione, sia per quanto attiene alla ricerca scientifica. Non è perciò fuori luogo chiedersi che tipo di impatto potrà avere la Brexit su questo sistema. Il pilastro attorno al quale è stata edificata l’architettura istituzionale dello “Spazio Europeo dell’Istruzione Superiore” è il cosiddetto processo di Bologna, avviato formalmente nel 1999 nella sede universitaria più antica d’Europa, ma preparato dalla Convenzione di Lisbona (1997) e dalla Dichiarazione della Sorbona (1998) sottoscritta da Francia, Italia, Regno Unito e Germania e perfezionato con intese successive.
È stato così messo in atto un vasto ed ambizioso piano di integrazione dei sistemi della formazione universitaria europea attraverso la standardizzazione dei cicli di studio – sulla base di una laurea triennale di base e specializzazione nei successivi 1/2 anni – e dei criteri di misurazione del carico di studio degli studenti – introduzione del sistema dei crediti. L’adozione di queste misure – e la loro applicazione nei diversi paesi europei – ha posto le basi per lo straordinario sviluppo della mobilità studentesca degli ultimi 15 anni: la realizzazione di una base comune a tutti i sistemi universitari ha consentito agli studenti di svolgere periodi di studio in università europee diversa da quella di appartenenza con il pieno riconoscimento dei corsi seguiti e degli esami superati. Si tratta di una straordinaria opportunità che oggi consideriamo ovvia e scontata, ma che rappresenta uno dei risultati più importanti del percorso di integrazione, al quale l’Ue ha destinato significativi finanziamenti con il varo del programma Erasmus, oggi Erasmus+, per sostenere economicamente sia la mobilità degli studenti, che dei docenti universitari.
Impegno analogo è stato profuso dall’Ue per promuovere la ricerca scientifica europea. Il contesto in cui il finanziamento Ue alle attività di ricerca scientifica è quello dei cosiddetti Programmi Quadro per la Ricerca e l’Innovazione, partiti nel 1984 e giunti attualmente alla ottava edizione con Horizon (2014-2020). Il budget destinato a tale scopo è lievitato da poco meno di 4 miliardi di euro della prima edizione ai circa 80 di Horizon. Dal 2007 è inoltre operativo il Consiglio Europeo della Ricerca che sostiene la ricerca di base innovativa e interdisciplinare, privilegiando le idee brillanti e i giovani ricercatori. La strategia Ue a supporto della ricerca scientifica ha portato, oltre al conseguimento di importanti risultati, alla creazione di determinanti forme di cooperazione tra ricercatori dei diversi paesi europei che in precedenza esistevano in misura più limitata.
La politica europea per la formazione e la ricerca universitaria ha quindi prodotto risultati che devono essere valutati altamente positivi e la Gran Bretagna è tra i paesi che maggiormente hanno beneficiato di tali risultati. Tra il 2008 e il 2014 il numero degli studenti britannici che hanno ottenuto borse di studio Erasmus per soggiorni di studio all’estero è aumentato da 10.000 a 15.000, mentre gli studenti europei che hanno studiato nel Regno Unito sono passati da19.000 a 27.000, anche in virtù del ruolo dominante della lingua inglese. Per quanto riguarda il finanziamento alla ricerca, la Gran Bretagna risulta al secondo posto, a poca distanza dalla Germania, per il numero di soggetti che hanno ottenuto risorse nell’ambito del VII Programma Quadro e al primo posto tra le istituzioni che hanno vinto progetti banditi dal Consiglio Europeo della Ricerca.
Che succederà ora? Erasmus si fermerà a Calais? Difficile dirlo, molto dipenderà dagli accordi post-Brexit. Molto probabilmente la comunità scientifica inglese – che non a caso si era schierata apertamente per il remain – si ritroverà più povera di risorse per la ricerca. Da un punto di vista meramente utilitaristico si potrebbe immaginare che ci saranno più opportunità per gli altri paesi europei, compresa l’Italia, anche perché, comunque i ricercatori britannici sono molto competitivi. È anche presumibile che il flusso di studenti verso le Università del Regno Unito si contrarrà: al di fuori del contesto Erasmus i costi della frequenza al sistema universitario d’Oltremanica sono di gran lunga superiori a quelli di qualsiasi ateneo continentale. È prevedibile che le strategie di reclutamento degli studenti messe in atto dal sistema universitario britannico si orientino ancor di più – già avviene da almeno un decennio – verso i paesi dell’Arabia petrolifera, dell’Asia sud-orientale e della Cina. Verranno meno studenti anglofoni a frequentare le nostre Università, ma l’attrattività degli atenei spagnoli ed italiani nei confronti della popolazione studentesca britannica si basava soprattutto sulle opportunità, per così dire, extra-curricolari che i paesi mediterranei offrono: non dovrebbe essere una perdita drammatica!
Per la formazione e la ricerca universitaria continentale la Brexit potrebbe anche riservare qualche sorpresa positiva, mentre per la comunità scientifica britannica il risveglio potrebbe essere sgradevole.
(Da gazzettadimantova.gelocal.it, 22/7/2016).

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