Dopo Englexit.

Posted on 14 febbraio 2018 in Politica e lingue 25 vedi

Una nuova lingua si aggira per l’Europa: l’inglese “meticcio” del dopo Brexit.

Una nuova lingua si aggira per l’Europa: è l’Eurish, ossia la variante continentale dell’inglese. E con la Brexit, prevedono gli esperti, si rafforzerà sempre più, fino ad acquisire vita e dignità proprie. Già da tempo l’inglese «modificato» viene usato come lingua franca fra persone di diversi Paesi europei che non conoscono i rispettivi idiomi. Uomini d’affari, turisti, impiegati di hotel: tutti adoperano l’Eurish. Ma quali sono le sue caratteristiche? Il Financial Times, che di solito si occupa di questioni economiche, si è addentrato con gusto nelle sottigliezze della «neolingua». Innanzitutto la mancanza di espressioni idiomatiche. E molto difficile che un europeo dica cose tipo «when pu- sh comes to shove», che più o meno significa «venire al dunque». Quando gli inglesi usano costruzioni simili, gli altri restano spesso perplessi: dunque l’Eurish è molto più diretto. Ma poi si registrano importazioni dagli idiomi d’origine: gli scandinavi dicono «blueeyed», con gli occhi blu, per indicare un ingenuo, una figura che esiste solo nelle loro lingue. Oppure usano «to hop over», che significa «saltare oltre», per dire «astenersi dal fare qualcosa». Ma queste contaminazioni sono rare, gli europei si attengono per lo più al significato letterale. Molto comuni sono invece le interferenze grammaticali. Gli italiani dicono «I answer to your question» rispondo
alla tua domanda, mentre in inglese il verbo è transitivo: “I ansewer your question”.

Così italiani e tedeschi usano “we discussed about”, abbiamo discusso di, invece del semplice «we discussed». I sostantivi non numerabili, che in inglese restano al singolare, nell’Eurish spesso ricorrono al plurale: come «information» che diventa «informations» e «contenti> che diventa «contents». E così via, con prestiti ulteriori sia dalle lingue romanze che da quelle germaniche. L’Eurish trova le sue origini nel «burocratese» adottato negli uffici dell’Unione europea a Bruxelles. Lì succede che la legislazione non «provides» ma «foresees», i documenti non sono conservati in un «file» ma in un «dossier», il lavoro non è «assigned» ma «attributed», le procedure non sono soggette a «checks» ma a «controls» e le decisioni non sono mai «made» ma sempre «adopted».

Ora con la Brexit in arrivo gli europei, soprattutto a livello ufficiale, avranno sempre meno opportunità di confrontarsi con inglesi madrelingua e parleranno sempre più l’Eurish fra di loro, senza timori reverenziali. «Anche gli insegnanti stanno diventando sempre meno diretti nei loro sforzi di promuovere l’imitazione dei parlanti madrelingua», nota il linguista Marko Modiano. E prevede che presto sarà necessario redigere un vocabolario autonomo per la nuova lingua, così come esistono dizionari per l’americano o l’australiano. Tutto ciò testimonia l’estrema duttilità e praticità dell’inglese, lingua d’uso e di scambio per eccellenza (provate a tradurre Hegel nella lingua di Shakespeare, fa ridere): e magari in un futuro non distante dopo la Brexit, i londinesi in trasferta sull’ormai lontano Continente avranno bisogno di portarsi dietro un interprete per tradurre l’Eurish.

Luigi Ippolito | Corriere della Sera | 14.2.2018




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