Do you speak mandarino? Cinese, nuova lingua globale

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La Repubblica, pag 35/37

L’INCHIESTA

Do you speak mandarino? Cinese, nuova lingua globale

Nel 2015 diventerà l’idioma più studiato del pianeta. Ha già superato l’inglese e per i top manager è ormai indispensabile. Pechino finanzia mille scuole in tutto il mondo. E c’è chi va in Asia per studiare gli ideogrammi.

dal corrispondente GIAMPAOLO VISETTI

PECHINO – Mandarino contro inglese. Oriente e Occidente non si fronteggiano solo sui mercati finanziari e nella corsa al riarmo. La Cina acquista i debiti di Europa e Stati Uniti, domina il commercio, si prepara a sostituire euro e dollaro con lo yuan, prossima valuta mondiale di riserva, ma prima di tutto punta a conquistare la comunicazione del secolo.

Dieci anni fa nessuno avrebbe immaginato che il putonghua avrebbe superato la Grande Muraglia. Nel 2011, senza che nessuno se ne accorgesse, l’ennesimo primato è battuto: dall’inizio di ottobre il cosiddetto cinese è la lingua che il maggior numero di stranieri ha iniziato a studiare. Un boom senza precedenti, per quantità e rapidità. Nel 2000 erano poco più di due milioni i non cinesi che tentavano di imparare gli ideogrammi del mandarino. Oggi sono 50 milioni e la domanda è talmente forte che scuole e università si scoprono spiazzate. La Cina diventa la seconda potenza economica del pianeta e il "cinese" è già la prima potenza linguistica.

È la madrelingua di 850 milioni di individui e altri 190 milioni lo parlano perfettamente come secondo idioma, pari al 70% dei cinesi. L’inglese, che ha dominato l’ultimo secolo, è compreso oggi da 340 milioni di madrelingua, oltre che da 510 milioni di non anglofoni.

Per governi e multinazionali il problema non è però il confronto assoluto dei numeri. Conta la tendenza e negli ultimi cinque anni tutto lascia presagire che entro il 2015 il mandarino, più ancora dello spagnolo, ultimerà la rincorsa all’egemonia culturale nell’economia e nella politica. "Il risultato – dice il professor Li Quan dell’università Renmin di Pechino – è storicamente scontato. Chi domina la ricchezza, da sempre impone il linguaggio. Ormai è chiaro che la Cina avrà il potere commerciale nel lungo periodo e l’Occidente si rende conto della necessità di conoscerla e di capire come funziona. L’ascesa del mandarino e il tramonto dell’inglese sono lo specchio popolare della realtà".

Non che la Cina si sia affidata alla curiosità delle persone e alla necessità dei mercati. Nessun governo ha investito tanto per imporre la propria lingua agli altri. Il primo Istituto Confucio all’estero ha aperto nel 2005. In cinque anni ne sono seguiti 315 in 94 Paesi e quest’anno gli stranieri iscritti ai corsi di mandarino hanno sfondato quota 230 mila. Un’esibizione impressionante del nuovo soft power di Pechino: 5 mila insegnanti inviati e mantenuti in ogni angolo della terra, con l’ambizione di aprire mille scuole Confucio entro il 2015.

Negli Stati Uniti si parla già di "febbre cinese", la destra conservatrice lancia l’allarme sul "rischio di sconnessione dal Vecchio Continente", ma la stessa Europa guarda sempre più verso Oriente. Un rapporto della Bce ha certificato che il mandarino è già la "lingua più ambita dalle imprese", che un neolaureato in grado di parlarlo accorcia di un terzo l’attesa per il primo impiego e che le multinazionali germaniche iniziano a inserire la conoscenza del cinese come pre-requisito per un colloquio di lavoro.

Sarebbe però un grosso errore limitare lo sguardo all’Ovest. E’ in Asia e nei Paesi in via di sviluppo che la lingua degli antichi funzionari imperiali (mandarino deriva da mantrin, ossia "ministro" delle dinastie prerivoluzionarie) si sta affermando quale lingua franca alternativa all’inglese. Il Pakistan da quest’anno l’ha resa obbligatoria nelle scuole. Il presidente russo Medvedev ha proclamato il 2010 anno della lingua cinese in Russia. In Corea del Sud e Giappone gli iscritti ai corsi di mandarino crescono del 400% all’anno, mentre gli ex satelliti sovietici dell’Asia centrale stanno sostituendo il cinese al russo.

Kazakhstan, Turkmenistan e Azerbaigian, serbatoi energetici di Pechino, dal 2012 offriranno agli studenti lezioni ed esami universitari sia nella lingua nazionale che in mandarino, mentre nessuna capitale dell’Africa è più sprovvista di un Istituto Confucio. Il simbolo dell’imminente passaggio di consegne linguistico è però la Gran Bretagna, culla dell’idioma mondiale successivo alle guerre mondiali del Novecento. Fino a due anni fa, 300 mila cinesi emigravano tra Oxford e Cambridge per laurearsi in inglese. Oggi sono oltre mezzo milione, possono concludere gli studi nella propria lingua madre, mentre tutti gli atenei più prestigiosi si contendono docenti di mandarino a colpi d’ingaggio. "Siamo davanti ad un’epocale rivoluzione del linguaggio umano – dice Zheng Wei, docente della facoltà di lingue di Pechino – ma le difficoltà restano: il mandarino è complicato e non è affatto scontato che chi afferma di studiarlo, riesca a impararlo".

Gli stessi cinesi hanno atteso fino al 1956 per arrendersi. Prima dell’ordine di Mao Zedong, teso a rafforzare l’identità nazionale, nel Dragone si contendevano il potere linguistico il cantonese, lo shanghaiese, il mandarino, il tibetano e altre decine di dialetti regionali. Il partito comunista optò infine per il linguaggio da sempre proprio del potere e nell’ultimo mezzo secolo il mandarino s’è imposto anche a Taiwan, a Singapore (dove è parlato da un quarto della popolazione) e alle Nazioni Unite, adottato tra le sei lingue ufficiali. Resta lo scoglio della difficoltà. Priva di alfabeto, organizzata per ideogrammi, la lingua comune dei cinesi obbliga a memorizzare migliaia di termini e di segni, ognuno dotato di quattro significati differenti a seconda dell’intonazione con cui viene pronunciato. Arte e creazione, per i calligrafi, abituati a misurare intelligenza e tasso culturale di un individuo in base alla grazia dei segni.

"L’industria della comunicazione – dice Wang Ying, dirigente del colosso Lenovo – ne sta prendendo atto. I cinesi scrivono sempre meno a mano e gli stranieri stentano a impugnare i pennelli. Entro dieci anni ogni modello di computer e di telefono avrà tastiere doppie mandarino-cinese. Ma può non essere azzardato prevedere che entro il secolo sarà l’umanità stessa a semplificare il proprio modo di comunicare, riducendo a due gli idiomi correntemente utilizzati".

Mandarino contro inglese, dunque, e non è solo una contesa culturale. Da quest’anno il primo ha conquistato il record di incremento in Giappone, Corea del Sud, Usa, Ue, Africa e Brasile. L’inglese perde terreno anche a favore dello spagnolo, in Europa si assiste al ritorno del tedesco, mentre le imprese editoriali lamentano l’insufficienza di libri, insegnanti e risorse per l’apprendimento del "cinese". L’Unesco stima un fabbisogno globale di docenti prossimo ai 20 mila all’anno e Pechino la scorsa settimana ha chiesto ai propri emigrati di prestarsi a tenere corsi serali in istituti superiori e atenei stranieri. Un anno senza pratica e senza esercizio, l’assenza di soggiorni in Cina, e i risultati sfumano. "Il problema – dice il professor Li Quan – è che non c’è gara tra la passione dei cinesi che studiano inglese e quella di questi che si applicano al mandarino. Il risultato è che la Cina comprende l’Occidente, ma non viceversa. E’ tempo per certificare i livelli progressivi di conoscenza del mandarino con attestati riconosciuti e da rinnovare, come avviene per l’inglese".

Non sapere il mandarino è il nuovo incubo di uomini d’affari e professionisti e per la Cina è un successo senza precedenti. Perfino i contratti iniziano ad adottare gli ideogrammi e nelle trattative politiche e commerciali le delegazioni di Pechino pretendono di esprimersi nella lingua madre. E’ lo scenario per il 2050: due miliardi di parlanti mandarino, opposti a 500 mila di anglofoni. Quattro a uno, come il peso economico, il valore della valuta e le proprietà detenute all’estero. Pochi oggi sanno dire grazie ad un cinese, ma nessuno ignora cosa vuol dire "thank you". Non sarà più così. Lezione numero uno: "Xie Xie". Meglio procurarsi un manuale made in China, Pontida compresa, se si ambisce ad un posto di lavoro. Altrimenti si ingrosseranno le file degli analfabeti sopravvissuti alle crisi dei debiti sovrani: e anche ordinare un espresso al bar cinese sotto casa, potrebbe diventare un’impresa.

(19 ottobre 2011)




1 Commenti

E.R.A.
E.R.A.

La Repubblica, pag 37<br />
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Sono più di cento gli istituti specializzati nell`insegnamento: "Iscritti dai 6 ai 70 anni"<br />
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<strong>Corsi universitari e viaggi-studio l`Italia scopre gli ideogrammi</strong><br />
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di Irene Maria Scalise<br />
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Paolo ha appena 10 anni ma già da quattro frequenta un corso di cinese. Marco è un imprenditore che, da mesi, vive sospeso tra Italia e Cina. Luisa è un`insegnante di latino con il desiderio d`imparare una lingua nuova. Sono solo alcuni tra gli allievi che, daqualche anno, affollano le aule dei più dei cento istituti specializzati nell` inse gnamento del cinese in Italia. Una lingua antica che, in tempi di crisi, diventa modemissima. Masticarla con disinvoltura, per molti, rappresenta la possibilità di un futuro migliore. Ecco allora spiegarsi il fiorire di nuove scuole, il boom di corsi universitari, l`aumento di prenotazioni per iviaggi studio nei mesi estivi. Siamo tutti cinesi, insomma. Attenzione però, avvertono gli esperti, bisogna studiare seriamente. Frequentando un corso di tre o quattro ore settimanali per tre anni, e svolgendo regolarmente i "compiti a casa", si raggiunge un livello discreto. E sono in molti ad affrontare con entusiasmo l`avventura. «L`aumento di corsi di cinese è esponenziale ovunque», racconta Federico Masini, ex preside della Facoltà di Studi Orientali della Sapienza, «in molti licei è diventato la terza lingua e al Convitto Nazionale di Roma si studia più ore dell`italiano. Crescono anche gli istituti Confucio che, in Italia, negli ultimi dieci anni sono diventatiundici. Un boom sostenuto economicamente dal ministero dell`Istruzione cinese che, ogni anno, investe dai cinque ai sei milioni di euro per portare in Italia i suoi insegnanti». E proprio dall`istituto Confucio di Roma, la professoressa Tiziana Lioi snocciola dati confortanti: «Nel 2006 il nostro primo ciclo di lezioni raggiungeva 180 studenti, nel 2008 sono diventati 200 e lo scorso anno saliti a 300. Gli iscritti sono decisamente trasversali, con un`età dai 14 ai 70 anni, si avvicinano a noi per necessità lavorative ma anche per semplice curiosità». Tra gli allievi del Confucio, già da tempo, ci sono bambini tra i 6 e i 12 anni. «Ogni sabato i più piccoli frequentano un corso con disegni, canzoni e conversazione», precisa la Lioi, «iscrivere i bambini ad una scuola di cinese, per mamme e papà, è un modo per assicurare ai figli un`opportunità nel futuro professionale. Spesso i genitori sono nostri studenti ma talvolta gli adulti, incuriositi, seguono l`esempio dei figli». E a Milano, dalla prossima settimana, la scuoladi Formazione Permanente della Fondazione Italia Cina inaugurerà una classe dedicata ai piccoli dai 4 ai 6 anni. Il responsabile della scuola, Francesco Boggio Ferraris, spiega: «In 11 anni ho visto dei grandi cambiamenti, oltre ai bimbi abbiamo architetti, designer, chi lavora nella moda o nelle nuove tecnologie. La sensazione, confortata dall`aumento di richieste per il <em>Chinese for business comunication</em>, è che per molti sia un`opportunità di business. Due anni fa avevamo 30 corsi per 160 studenti mentre lo scorso anno sono saliti a 47 corsi per 325 studenti». Le richieste più frequenti? «Quella delle aziende per consulenze personalizzate aumentate, nell`ultimo anno, quasi del 90%». Impennata d`iscrizioni anche per il Centro Linguistico Cinese di Milano. «Nel 2010 i nostri allievi sono aumentati del 20%», spiega la professoressa ZhuXueling, «anche noi abbiamo corsi per bambini, trai 7 e i 14 anni, perché sono sempre di più i genitori che pensano che il mercato della Cina non si può ignorare». Ma, dicono incoro gli insegnanti, oltre alla conoscenza della grammatica è importante uno studio del cinese globale, che comprenda la cultura e lo stile di vita così lontano da quello italiano. <br />
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(19 ottobre 2011)

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