Do you speak italian?, ovvero come usare la lingua italiana per rilanciare cultura e turismo. Partendo da Lucca e dai Lucchesi nel Mondo

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"Do you speak italian?", ovvero come usare la lingua italiana per rilanciare cultura e turismo. Partendo da Lucca e dai Lucchesi nel Mondo

Di Stefano Giuntini

LUCCA – Viviamo in tempi bui, che vedono la cultura in Italia farsi sempre più liquida, mentre l'economia nazionale sta diventando addirittura gassosa. Colpa della crisi, certo, ma anche della mancanza di idee che ormai regna sovrana da tempo nel Bel Paese. Una nazione, la nostra, che nonostante detenga il record mondiale per quanto riguarda il patrimonio culturale e artistico (senza parlare di quello naturale), non riesce a trovare una formula efficace per promuoversi come dovrebbe e creare quindi il giusto indotto turistico.

Il territorio di Lucca, in questo senso, è un po' un esempio di come mare, monti e opere d'arte non bastino a richiamare il pubblico di visitatori che ci si aspetterebbe, vista la varietà dell'offerta. Però – chissà perché? -, a fronte di occasioni sprecate (almeno dal punto di vista promozionale) come il fantomatico Cinquecentenario delle Mura, c'è sempre chi è pronto a rispolverare le solite politiche trite e ritrite per tentare – a dire il vero apparentemente senza troppa convinzione – di rilanciare l'affluenza in città cavalcando formule quantomeno discutibili.

Significativo di questa politica è, per esempio, il piano di puntare sul turismo congressuale per arginare il vistoso calo di presenze sul territorio, ma si potrebbe anche parlare di certe riunioni ai soliti tavoli di concertazione locali dove si snocciolano ambiziose quanto inconsistenti strategie di comunicazione globale che – si sa – non produrranno nel tempo nessuna rivoluzione promozionale per il territorio.

Una vera e propria sagra del già visto e già sentito, da cui fortunatamente si è alzata una voce nuova, con proposte e progetti inediti e potenzialmente efficaci proprio perché cambiano le prospettive.

Stiamo parlando di quanto dichiarato un paio di giorni fa dalla senatrice Stefania Giannini, che – prendendo gli ingredienti giusti – ha "cucinato" un piano di rilancio culturale e turistico che, seppure applicabile su scala nazionale, mette naturalmente Lucca al centro di una strategia semplice quanto potenzialmente rivoluzionaria: usare la lingua italiana per promuovere cultura e turismo.

Ma cosa c'entra Lucca in tutto questo? Leggete qua e immaginate.

Come tutti sanno, infatti, il flusso storico di immigrazione dalla nostra provincia ha creato nel tempo una comunità molto numerosa sparsa intorno al mondo. E come tutti sanno – per prima la nuova presidente dell'associazione, Ilaria Del Bianco, che infatti sta progettando iniziative di comunicazione a riguardo – il "gap linguistico" fra le vecchie e le nuove generazioni (che parlano magari solo inglese) sta diventando un problema per il futuro dei Lucchesi nel Mondo, che necessitano ora più che mai naturalmente di un ricambio generazionale.

In questo contesto non sarebbe bello – assieme alla senatrice, all'associazione, a scuole di eccellenza che hanno sede a Lucca come Campus e Imt – avviare corsi e master in lingua italiana per le nuove generazioni di figli e nipoti di emigranti? Sarebbe un modo sia per garantire una continuità ormai imprescindibile alle nostre tradizioni e alla nostra storia, oltre che una fonte di indotto per la città e l'espediente narrativo giusto per avviare un laboratorio pilota a livello nazionale.

D'altronde non è così che funziona il ricco mercato delle "vacanze studio" per imparare la lingua inglese, organizzate dalle più eminenti università di Gran Bretagna e Usa? In pratica si prenderebbero non due, ma tre piccioni con una fava.

Pensiamoci. Perché se da una parte è giusto puntare il volano dell'economia sul turismo, dall'altra è vero che per farlo bisogna prima di tutto pensare anche alle strutture ricettive capaci di supportarlo, nelle sue tante anime di cui quella citata sopra è solo una. In pratica l'ambizione si può associare al buonsenso, se dietro ci sono idee buone da sviluppare con competenza. Però bisogna imparare a pensare in grande e quindi in maniera cosmopolita.

Altrimenti puntiamo sulla favoletta dei congressi e sulla grande comunicazione globale che non arriva oltre Altopascio.

Da loschermo.it, 24/06/2013




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