Divertirsi con la letteratura

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Se lo scrittore gioca tra «orpigli» e «gribbi»

Quando la letteratura diventa puro divertimento e invenzione

di Paolo Di Stefano

La promessa è ridere, sorridere e divertirsi. In effetti la letteratura offre anche questa possibilità. Ce lo assicura Monica Longobardi, in un libro di parodie, giochi letterari, invenzioni di parole (Vanvere, Carocci editore). Ricordandoci che oltre ai vari, serissimi, Dostoevskij, Tolstoj, Proust, la tradizione ci ha regalato grandi scrittori giocherelloni, da Dante (che si inventò un «Pape Satàn, pape Satàn aleppe» dietro cui hanno arrancato centinaia di esegeti) a Gozzano, che fa rimare «Nietzsche» con «camicie» ben prima di Zucchero («Nietzsche che dice? Boh!»), da Queneau a Giorgio Manganelli, il «teppista della letteratura» che diceva: «Non sono sicuro che le parole abbiano un significato, certamente hanno un suono». Longobardi si diverte – e noi con lei – a rintracciare i tanti codici assurdi che hanno abitato i secoli. Cita, per esempio, Rutebeuf, il grande poeta francese del Duecento, che mise in bocca allo stregone Salatin strani scongiuri rivolti al diavolo: «Bagahi laca bachahé / lamac cahi achabahé / karrelyos / lamac lamec bachalyos…». Ricorda il grammelot di Dario Fo, ma segnala giustamente che quella di Tommaso Landolfi non è una lingua d’invenzione, perché in realtà mescola esotismi e arcaismi: «La mia moglie era agli scappini, il garzone caprugginava, la fante preparava la bozzina». Cita anche il poeta-musicologo livornese Federico Maria Sardelli, che si prende gioco del lirismo gabrieldannunziano inventandosi tutto di sana pianta: «Ciprigno orpiglio / Ove rubeggia il gribbio, e achivo infrasta, / Rubesto pondo, ingrovvido d’intriglio…». Non cita invece il più vaneggiante stralunato geniale fanfarone anni Settanta, e cioè Mario Marenco, che in «Alto gradimento» osava componimenti come «Lo sgatoscio»: «Chi si sveglia di mattina con un’inguercibile sgatoscio che gli ingromma il cardio, siede stroncamente sul burdio del giaculo, orando e occhia il Metrotempo. Di poi si leva sfrantato sfricchiandosi le giunture slurfando in bagorda sorbore di Aria». In compenso ci delizia con possibili (impossibili) combinazioni, bricolage o operazioni arcimboldesche, tipo questo Foscolo leopardizzato: «Né più mai toccherò quest’ermo colle». Viene ricordata poi tutta una gamma di bisticci ed equivoci, come il Vol d’Icare di Queneau, dove si genera la confusione tra vol «volo» e vol «furto», dato che si parla del plagio letterario di Icaro. E si potrebbe aggiungere la famosa Bière du pécheur di Landolfi, che non si capisce se si tratti della birra del pescatore o della bara del peccatore. Ma giocando con i suoni, l’autrice si spinge più in là. E sul modello di un analogo gioco proposto tempo fa da Umberto Eco, avanza un Etimologiario in cui «anatomico» significa denuclearizzato, «cadauno» è un cattivo augurio e gli «apostoli» sono persone che stanno bene dove sono. Fuori dallo scherzo, sono tutti modi che potrebbero produrre miracoli se utilizzati didatticamente in certi noiosi meriggi: di quelli che il grande Fosco Maraini definiva «gnàlidi e budriosi che plongian sul mondo infrangelluto».
(Dal Corriere della Sera, 7/6/2011).




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