Disattenti all’Europa che cresce

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IL VOTO PER IL PARLAMENTO UE

DISATTENTI ALL’EUROPA CHE CRESCE

Massimo Luciani

SONO in molti,in questi giorni,a lamentarsi di una campagna elettorale per le elezioni europee nella quale la grande assente è proprio l’Europa. Tutto sembra ruotare attorno alle questioni strettamente italiane: la maggioranza di centrodestra terrà o sarà sconfitta? Se perderà,cosa succederà al governo? Il centrosinistra ha saputo cancellare le proprio divisioni? Ci sarà,dopo le elezioni,un’accelerazione delle riforme costituzionali chieste a gran voce dalla Lega? Questioni importanti,che appassionano la classe politica e forse gli elettori,ma questioni che sono largamente estranee al contesto – continentale – nel quale si terranno le votazioni di domenica. Il paradosso della disattenzione per l’Europa proprio quando si vota per quella che dell’Europa è l’istituzione rappresentativa,sorprende fino a un certo punto. Non è che le precedenti elezioni europee abbiano mostrato una diversa attitudine della discussione pubblica e delle forze politiche:il voto per il Parlamento europeo è stato sempre letto(e non solo in Italia)nella chiave della politica interna più che in quella della politica continentale. Né si può dire che questo atteggiamento non avesse e non abbia una qualche giustificazione,soprattutto quando il voto europeo arriva a metà legislatura e può servire a verificare come e quanto si siano spostati gli equilibri tra le varie forze politiche. Eppure…Eppure stavolta si avverte che c’è qualcosa che non va,che stride e che ci fa sentire che il dibattito è asfittico e fuori centro.

Il fatto è che queste elezioni europee arrivano in un momento di cruciale passaggio storico per il continente. Ingresso nell’Unione di dieci nuovi Paesi;incertezze sul ruolo dell’Europa nel conflitto iracheno e in un mondo non più bipolare;dubbio futuro della Costituzione europea. Almeno per queste tre ragioni quello del fine settimana non è,non può essere un voto solo sulla politica nazionale.

Certo,si potrebbe obiettare con qualche disincanto che il Parlamento europeo non ha tutti gli strumenti giuridici necessari per elaborare un autonomo indirizzo politico e che le decisioni più impegnative sono assunte dai Consigli europei,in occasione dei confronti di vertice tra i Capi di Stato e di governo. E si potrebbe anche constatare l’assenza di veri e propri partiti europei che non siano la semplice sommatoria dei partiti nazionali. Così ragionando,tuttavia,si dimenticherebbe che gli stessi parlamenti nazionali,anche se hanno molti degli strumenti giuridici di indirizzo politico che mancano al Parlamento europeo,non hanno poi la forza per servirsene,restando sempre più frequentemente dominati dai loro governi. E non si terrebbe conto del fatto che proprio dentro il Parlamento europeo la logica stessa di funzionamento dell’istituzione ha costretto a cementare i rapporti interni ai gruppi,creando vincoli politici tra i vari parlamentari che hanno cominciato a sovrapporsi – e a sostituirsi – a quelli di appartenenza nazionale. Sullo sfondo resta la questione cruciale della Costituzione europea. L’urgenza della sua approvazione era stata messa in relazione,inizialmente,con la necessità di arrivare all’allargamento dell’Unione con un accordo già operativo sulle regole fondamentali del suo funzionamento. L’accordo non c’è stato,ma l’allargamento è arrivato egualmente,sicchè non si può escludere il rischio di ulteriori rallentamenti. Proprio nella Costituzione però è disegnato un nuovo assetto istituzionale nel quale il Parlamento europeo acquista un ruolo un po’ più consono alla sua natura rappresentativa. Per questo sarebbe importante che si discutesse dell’Europa e della più salda democratizzazione delle sue istituzioni,dando proprio con un voto consapevole sul suo Parlamento una spinta significativa al processo di integrazione attraverso la Costituzione.

Un’opinione pubblica che rimanesse distratta,ripiegata sul particolare delle vicende politiche nazionali,incapace di leggere dietro il voto di domenica il volto dell’Europa,non renderebbe ottimisti sul futuro destino dell’Unione.

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