Dire, fare, merkelare così la cancelliera diventa un verbo.

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Germania.

Il personaggio.

La parola è così diffusa nello slang giovanile da essere entrata nel dizionario tedesco. E vuol dire “stare in silenzio”, “guadagnare tempo tacendo”. Perché la dominatrice dei destini europei, sui temi di politica interna invece non prende mai posizione

Dire, fare, merkelare così la cancelliera diventa un verbo.

Roberto Brunelli.

In principio fu il potere, alla fine un verbo: “merkeln”. Declinabile come tutti i verbi: “Ich merkele, du merkelst…”. La lingua è tedesca, l’origine del termine è la cancelliera più famosa del mondo, la più popolare, la più controversa, la più temuta. Significato: “stare in silenzio”, oppure – meglio – “guadagnar tempo tacendo”. Per estensione: “non prendere decisioni”. È l’editore del dizionario Langenscheidt (l’equivalente del nostro Devoto-Oli ) ad avere certificato l’ingresso del termine nella lingua di Goethe e Brecht, ma anche ad aver varato un sondaggio per decidere se il verbo derivato dal cognome della “signora d`Europa” si possa addirittura fregiare del titolo di “Parola giovanile dell’anno”. Sì, perché “merkeln” nasce e si diffonde soprattutto nello slang giovanile, accanto a termini meno nobili come “smombie”, che mette insieme le parole “zombie e smartpho-ne”.
I titoli di molti I titoli di molti giornali della Repubblica federale, anche i più recenti, la dicono lunga: “Il silenzio fatale della cancelliera”, uno dei più gettonati, “Merkel in ritardo”, “Dov`è la cancelliera?”. Mentre in Europa è vista come la dominatrice dei nostri destini, la sensibilità dei giovani tedeschi mette a nudo, come nella celebre favola, quel che la politica non riesce a rendere esplicito: dominio di mercato a parte ( da applicare a tutti i paesi europei nella stessa modalità della casalinga sassone), dai diritti civili, in particolare il matrimonio gay, fino al caso delle intercettazioni della Nsa, la strategia di Angela Merkel appare essere sempre la stessa. Ossia non prendere posizione finché non è chiaro quanto forte soffi il vento della pubblica opinione o la cosa non cada nel dimenticatoio. Dalle politiche sociali al rapporto con Putin fino all’ambiente, le giravolte della cancelliera sono leggendarie: come ha detto una volta la leader verde Katrin Góring-Eckardt, «per Merkel tutto è negoziabile».
L’elettorato apprezza, ma l’immaginario popolare no, quello non perdona. Così su Twitter furoreggiano hashtag come #Merkelschweigt ( “Merkel tace”) oppure #Merkelsagwas (“Merkel dì qualcosa!” ). Con l’emergenza profughi le critiche si sono moltiplicate, e quando finalmente si è decisa a dire la sua, in un comizio a Heidenau tra le contestazioni dell’estrema destra, per la maggior parte dei commentatori “era troppo tardi”.
Certo, essere promossi a verbo è un onore che può essere riservato alle sole icone. E la Merkel, questo va detto, alla costruzione della sua icona ha sempre lavorato con assoluta lucidità. Alle scorse elezioni, quando sfiorò la maggioranza assoluta, la città di Berlino era dominata da un cartellone di dimensioni immense, che rappresentava essenzialmente le sue mani, nella posa “a triangolo rovesciato” che è diventato uno dei suoi marchi di fabbrica Ebbene, l’immagine era il risultato di una specie di abnorme mosaico fatto dalle minuscole foto di migliaia di suoi elettori, tutti nella stessa posa. Lo slogan uno solo: “La Germania è in buone mani”. Altrettanto efficace l’autorappresentazione della Merkel come “Mutti”, mammina, lei che non ha mai avuto figli, che tanta presa ha avuto presso l’elettorato medio. In passato, prima di diventare un verbo, la signora cancelliera è stata anche un sostantivo: la sua fidatissima consigliera Beate Baumann, parlando del governo tedesco usava sovente l’espressione “Io, Merkel”. Come dire che l’identità soggettiva non poteva che soccombere di fronte all’entità governativa rappresentata dall`ex “bambina” della Ddr oggi incarnata nel sommo potere.
Oggi che la Merkel è stigmatizzata dallo slang dei ragazzi, risulta quasi difficile pensare che anche lei sia stata giovane, sia pur nella Ddr del Muro e degli spioni di Stato: eppure ascoltava, come tanti coetanei, le canzoni dei Beatles e ai ritrovi studenteschi mesceva un terribile intruglio alcolico alla ciliegia. Fatto sta che la sua ascesa al potere ha avuto inizio come ministro per la Gioventù, anche se con i cosiddetti giovani non ci ha mai saputo fare.
I suoi ultimi tentativi di accattivarsene i favori sono stati buchi nell’acqua: prima la straziante scena della piccola profuga palestinese che scoppia a piangere di fronte al discorso in burocratese prussiano della cancelliera, poi l’intervista con il più celebre “YouTuber” tedesco, affossata in rete da una bufera di commenti negativi. D’altronde di lei che non si chiamerebbe affatto Merkel, ma Kasner, dato che Merkel era il cognome del primo marito, lasciato senza troppi complimenti nei primi Anni ‘80 – si narra che anche da ragazzina non riusciva mai ad agire d’impeto: quand’era in piscina ci metteva almeno un quarto d’ora prima di decidersi al tuffo. Ancora non si fregiava del nome-icona che oggi tutto il mondo conosce, ma già allora, in fondo, “merkelava”, la giovane Angie.
(Da La Repubblica, 29/8/2015).

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