Dillo con Fantozzi: Paolo Villaggio e la lingua italiana.

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Dillo con Fantozzi: l’eredità di Paolo Villaggio nella lingua italiana.

Esasperate e beffarde, le storpiature dell’attore genovese esorcizzano il quotidiano e si fanno indimenticabili
Parole, insiemi di parole, modi di dire, cose da dire. Aggettivi, verbi, avverbi. Paolo Villaggio se n’è andato, e ci ha lasciato in eredità – tra le altre cose – un vocabolario policromo, cangiante. Polifonico, ma intonato. La lingua italiana ha accolto generosamente il suo lascito prima ancora che l’attore, scrittore e sceneggiatore ci lasciasse. Un’eredità anticipata, la sua. E noi eredi acerbi, precoci, abbiamo fatto nostra la sua lingua, sperimentandola. Abbiamo fatto nostro il suo esperimento. Abbiamo selezionato, del suo vocabolario, quello che più ci ha colpito (laddove il personaggio del ragioniere Ugo Fantozzi era sicuro di colpire): le beffarde storpiature.

«La corazzata Kotiomkin (film fittizio ispirato a La corazzata Potëmkin, ndr) è una cagata pazzesca»: è il 1976, e ne “Il secondo tragico Fantozzi “il ragioniere perde la trebisonda e sbotta così al cineforum organizzato dal professor Guidobaldo Maria Riccardelli, al quale ha obbligatoriamente dovuto partecipare, insieme agli altri impiegati, rinunciando alla partita Inghilterra-Italia. La scena era destinata a diventare un
cult. Noi eravamo destinati ad adottare le sue parole, da quel momento in poi, per esplodere. La cagata pazzesca si impiantava allora provvidenzialmente nei nostri cieli – e nei nostri vocabolari personali – per salvarci i nervi. Avevamo bisogno di una “cagata pazzesca”, e fino a quel momento non lo sapevamo.

La grammatica di Fantozzi, nel 2011, arriva in libreria: Paolo Villaggio pubblica “Mi dichi: prontuario comico della lingua italiana” (Arnoldo Mondadori Editore). L’artista vi ritrae le difficoltà, le crisi e i disagi degli italiani nell’usare la propria lingua, dalla scorretta coniugazione dei verbi all’imbarbarimento lessicale. Ma anche il polo opposto: «I medici hanno la perfidia di usare nei ricettari caratteri quasi invisibili per il 70 per cento della popolazione, e cioè dai quarant’anni in poi, esclusi i ciechi. Da molti disgraziati gli otorinolaringoiatri sono confusi spesso per idraulici. E loro si vendicano e scrivono in geroglifico: “Soffre di ipoacusia di quarto grado, ma non è ancora cafuso. Accusa inoltre: presbiacusia, presbiofrenia, presbiopia, diplofonia, diplegia, diplopia”. Nessuno, neppure Sgarbi e Zecchi, è in grado di capire quello che scrivono questi farabutti». Paolo Villaggio bersaglia anche gli accademici della Crusca: «Questi accademici, di una noia ipnotica, sono stati costretti per tutta la vita a un’attività sessuale limitata a una umiliante masturbazione a quattro mani nei cessi fetidi dei loro istituti di cultura, sviluppando un risentimento feroce per tutto quello che li circondava, e quindi, per puro sadismo, hanno fatto piangere maestri di scuola elementare, braccianti calabresi, tassisti romani, casalinghe in menopausa, preti pedofili, operai e politici di provincia confinandoli in una specie di limbo maledetto dove si parla e si scrive un italiano di serie C, perché quello di serie B si parla in televisione mentre quello loro, di serie A, è in via di estinzione».
Di qui, la soluzione beffarda, e perciò arguta, di una «nuova, vera, grammatica italiana», ricostruita in appendice a partire dalla «barriera insormontabile» dei verbi. E allora: «Io vado, tu vai, lui anda, noi andiamo, voi fate quel che volete, essi andono». È questo, per esempio, il presente indicativo del verbo “andare” restaurato fantozzianamente – e, a questo proposito, «Fantozziano» diciamo noi almeno dal 1977, anno in cui l’aggettivo compare sul vocabolario “Zanichell”i, che lo definisce: «Che ricorda i modi goffi e impacciati del ragionier Fantozzi. Tragicomico, grottesco».

L’esasperato e nervoso linguaggio di Paolo Villaggio/Fantozzi è virtuoso nella sua essenzialità. E proprio per questo necessario, prezioso. Alessandro Baricco, nella rubrica “I migliori 50 libri che ho letto negli ultimi 10 anni”, su “Repubblica”, il 5 gennaio 2012 segnala il romanzo “Fantozzi totale” (di Paolo Villaggio, Einaudi, 2010): «Villaggio usava una sintassi povera, frasi essenziali, e un aplomb inglese che Chesterton si sognava. Dunque il punto di partenza era di una semplicità assoluta, una prosa liscia come la faccia di Buster Keaton. In quel tessuto, di per sé povero, lui faceva esplodere mine pazzesche che in tempi rapidissimi trasformavano tutto in iperbole, e in visione. Era una continua, fulminea, giubilatoria vendetta contro la realtà. Il gioco era mandarla in mona convocando, al suo posto, il surreale, un’operazione che Villaggio poteva fare a velocità sbalorditiva. Alle volte gli bastava un nome. Pier Ugo Serbelloni Mazzanti Vien dal Mare. Fatto. Dott. ing. grand. uff. lup. man. Lorenzo Folchignoni. Fatto. Duca Pier Carlo ingegner Semenzara. Fatto. Ma in fondo anche sua moglie: Pina. Fatto. Non sono nomi, sono orologi di Dalì (fatte le debite proporzioni)».
Per Baricco la gloria del Paolo Villaggio narratore di Fantozzi è soprattutto linguistica: «Usava la lingua italiana come se fosse fatta di gomma, portandola ad acrobazie lessicali che poi avremmo ripetuto anche noi, mille volte». Avremmo ripetuto, fantozzianamente, gli storpiati «Mi dichi», «Vadi pure», «Facci lei». Lo avremmo fatto per esorcizzare il quotidiano, per esorcizzarci. Per sollevarci, imitandolo, all’altezza del grottesco e del paradossale. Un punto di vista, questo, privilegiato, che fa della lingua un mezzo di liberazione, emancipazione e conforto. di Vittoria Montesano.
(Da pontilenews.it, 3/7/2017).

Il ragionier Ugo Fantozzi e la rivoluzione della lingua.

L’eredità linguistica di Paolo Villaggio: dal congiuntivo all’antifrasi, sotto la nuvola dell’impiegatodi

di Mchele A. Cortellazzo.

La notizia della morte di Paolo Villaggio mi ha raggiunto a Sappada dove ad ogni inizio di luglio si incontrano i dialettologi italiani. Per una fortuita coincidenza, nel volume che raccoglie i contributi dello scorso anno (edito dalla Cleup), si trova anche uno scritto di Lorenzo Coveri sul dialetto nei comici liguri, con un fugace riferimento a Paolo Villaggio: fugace perché Villaggio ha sempre rinunciato al dialetto materno, che pure gli era congeniale. Il genovese è assente anche nel film “A tu per tu”, del 1984, nel quale il tartassato di turno ha sì una marcata cadenza ligure, ma come espressione dialettale usa solo «scià me scuse», al posto del fantozziano «scusi», pronunciato, come quasi tutte le espressioni servili e impacciate dell’impiegato per antonomasia, con un fil di voce.

Il contributo di Paolo Villaggio alla lingua italiana è stato ampio, anche se costituito non da un insieme sistematico, bensì da singole fortunate espressioni. Io stesso, poco fa, ho usato l’aggettivo fantozziano, diventato ormai patrimonio comune, nel significato “che ricorda i modi goffi e impacciati del ragionier Fantozzi”, come scrivono i vocabolari. Lo stesso cognome Fantozzi ha assunto, per antonomasia, il significato di “sfigato”: come non ricordare la famosa “nuvola dell’impiegato”, che accompagna il ragionier Fantozzi in ferie, chiamata anche “la nuvola di Fantozzi” (e una volta mi hanno stupito due colleghi stranieri, un tedesco e un greco, non italianisti, che conoscevano bene il significato dell’espressione).

Ma sono numerose le parole del personaggio Fantozzi che ne hanno caratterizzato la figura e che si sono trasferite nell’uso colloquiale: l’antifrastico leggerissimo, a indicare qualcosa di copioso (per esempio “una leggerissima sudorazione”), l’iperbolico mostruoso e poi, seleziono da un articolo di Claudio Giunta nell’Internazionale del 2015, merdaccia, coglionazzo, poltrona in pelle umana, direttore galattico, Dir. Gen. Lup. Mann. Gran Farabut: tutte parole e immagini che rappresentano il senso di frustrazione del dipendente che subisce i soprusi di chi si trova in posizioni di rilievo nella scala gerarchica aziendale.

Questo lessico, notava Giunta, «è diventato ormai – e stabilmente – lessico famigliare degli italiani, quasi senza distinzioni di ceto, istruzione, provenienza geografica».

Così come è diventato proverbiale, e in quanto tale applicabile alle più diverse situazioni, il commento all’ennesima proiezione, con dibattito, della Corazzata Kotiomkin (mascheramento di Potëmkin): «una cagata pazzesca», spesso modificato pudicamente in «una boiata pazzesca».

Si deve a Villaggio anche la più forte censura del “congiuntivo all’italiana”, cioè dell’incapacità di molti italiani, che pure sanno che in certi contesti va usato il congiuntivo, di coniugarlo correttamente: i vari vadi, venghi, ma anche di chi (accolto come titolo del suo Prontuario comico della lingua italiana del 2011) e batti, nello scambio di battute, nel campo di tennis, tra la spalla Filini che lancia l’invito «Allora, ragioniere, che fa? Batti?» e Fantozzi che si risente: «Ma… mi dà del tu?», cui segue il chiarimento: «No, no! Dicevo: batti lei?», «Ah, congiuntivo!»: una critica sottile ma feroce, al presunto declino del congiuntivo, più potente di mille post degli odierni grammar nazi.

Del resto, nella sua scrittura, Villaggio è stato sempre abile a destreggiarsi tra i registri dell’italiano, a partire dal 1963, quando scrisse il suo testo migliore, quello della canzone “Carlo Martello torna dalla battaglia di Poitiers”, musicata e cantata da Fabrizio De Andrè: forme auliche, coloriture regionali, espressioni basse si alternano, secondo uno spirito goliardico, dando una rappresentazione del potere e della società che non ha certo perso validità nel corso degli anni: «Veloce lo arpiona la pulzella
/ repente una parcella presenta al suo signor / “deh, proprio perché voi siete il sire / fan zinquemila lire, è un prezzo di favor”. / “È mai possibile, porco d’un cane, / che le avventure in codesto reame / debban risolversi tutte con grandi puttane”.
(Da mattinopadova.gelocal.it, 4/7/2017).

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