Differenza di genere nella lingua

Posted on in Politica e lingue 5 vedi

8 marzo, quando le parole fanno la parità. O viceversa

Ministra o vigilessa? Il presidente della Crusca Sabatini analizza i mutamenti della lingua. Suffissi o desinenze da vivere con ironia

di Leonardo Sturiale

C’era una volta una principessa che diventò regina, quasi sempre per aver incontrato un bel principe. “E vissero felici e contenti”, narrano le favole, ma non sappiamo come andò davvero, specie per lei. Che i sudditi non fossero proprio felici ce lo insegna la storia, però avevano delle certezze: inchino alla principessa, in ginocchio davanti alla regina. Nessun dubbio sul protocollo, né sulle parole. Ma oggi come la mettiamo con la ministra? Abolite le genuflessioni (almeno quelle apparenti), come dobbiamo chiamarla? “Signora ministro”? O, peggio, “signor ministro”, nel tentativo di sfuggire al genere, quasi fosse indelicato declinare o riducesse il prestigio della carica? Oppure, schiettamente, “signora ministra”?

La terza soluzione appare la migliore. Ha la benedizione del professor Francesco Sabatini, presidente dell’Accademia della Crusca, l’Olimpo dei numi tutelari della lingua italiana. E prima che diventi ministra la chiameremo “onorevole”, perché va bene sempre, oppure “deputata” o “senatrice”. E se diventa presidente? (O lo è già stata, perché in Italia quasi tutti presiedono qualcosa). Ci rivolgiamo a lei come “signora presidente” e scriveremo “la presidente”. Bandite le deputatesse e le presidentesse. Ma non le professoresse, le dottoresse, le poetesse che ormai sono d’uso corrente. Quel suffisso in “essa” era un’enfasi voluta, una sottolineatura carica d’ironia, perfino di scherno, ricorda Sabatini che cita un verso di Gioacchino Belli: “So’ arrivate le dottoresse”. Quella coda esagerata in “-essa” veniva appioppato alle donne che tra fine Ottocento e primi Novecento si affacciavano, rare, coraggiose e guardate con sospetto, a professioni tipicamente maschili.

Le maestre, già allora, erano numerose e ben accette così fu naturale declinare maestro al femminile. Al più diventavano “maestrine” perché erano giovani, carine e facevano innamorare, un po’ come le sartine che pure erano sarte e non sartesse. Ma professore o dottore, no, erano titoli per soli uomini. Ed ecco le “dottoresse” e le “professoresse”. Ma ormai tali sono, nessuno coglie più alcuna ironia nel suffisso e possiamo metterci il cuore in pace. Basta non insistere: avvocati sì, avvocatesse no, per carità. Ma declinare al femminile è sessista? Il problema esiste, nell’uso corrente. Una donna ingegnere o architetto spesso si rifiuta di essere chiamata “ingegnera” o “architetta”, come sarebbe naturale per la nostra lingua. Perché? Un eccesso di femminismo rivendicativo o un inconscio maschilismo che riconosce il valore del ruolo solo se resta sul generico, o sul neutro, che pure è sempre declinato al maschile? Salvo eccezioni come “giornalista”, che forse è mestiere femmina.

La questione è aperta. Tanto che proprio le avvocate della “Rete Poet” (Livia Poet fu la prima avvocata nel 1881: l’ordine la cacciò e la fece processare perché donna), hanno posto il quesito all’accademico della Crusca e a Luciana Brandi, docente di psicolinguistica all’Ateneo fiorentino. Che fare sul “neutro”? Usare sempre il doppio genere fin da piccoli “bambino – bambina”, versione politically correct della professoressa Brandi, o arrivare all’ipotesi provocatoria di usare il termine femminile “bambina” come generico per alludere a tutti i bambini? Nella professione forense ormai ci siamo: le avvocate sono più degli avvocati, ma esercitano tutte la professione di avvocato. Se la presidente del comitato pari opportunità dell’Ordine forense di Firenze, Daniela Marcucci Pilli, si definisce avvocata, la sua vice, Paola Pasquinuzzi, fino a ieri aveva il termine “avvocato” sulla carta intestata. E dubbi sul genere delle signore non ve ne possono essere. Perché nasconderlo? “Il sindaco”, alla fine, sposerà il segretario comunale” era il titolo di un giornale che raccontava una love story nata tra le mura del municipio. Matrimonio gay? Ma no, solo paura di scrivere “sindaca”. Qualcuno dice che “suona male”, ma in fondo è solo questione d’uso e di abitudine. “La struttura della lingua è pronta. L’uso segue, si adatta ai cambiamenti sociali, come lo spostamento di funzioni tra uomini e donne, un mutamento di prima grandezza. Bene che cambino le abitudini linguistiche se giovano alla chiarezza”, afferma il professor Sabatini. Avvocata viene da “ad vocata”, chiamata a difendere. La citazione solleva un mormorio per l’allusione vagamente religiosa a Colei che (speriamo) dovrà difenderci nel giorno del giudizio. Ma prima di finire in tribunale, magari perché la ragioniera (qui un femminile ormai normale) non ha nascosto i conti in nero, come la mettiamo con la vigilessa? Orrore. Il linguista boccia: si dice “la vigile”, semplice ed efficace. E poi dobbiamo evitare quel suffisso “-essa” così carico di cattive intenzioni. Sarà per questo che “vigilessa” sta prevalendo? Una vendetta degli automobilisti?

(Da La Nazione, 9/3/2008).

[addsig]




0 Commenti

Ancora non ci sono commenti
Lasciane uno tu per primo!
You need or account to post comment.