In difesa dell’italiano (e dell’inglese).

Posted on 11 febbraio 2018 in Politica e lingue 58 vedi

Lingue d’insegnamento.

In difesa dell’italiano (e dell’inglese).

Qualche giorno fa, il Consiglio di Stato ha rigettato il ricorso con cui il Politecnico di Milano ha tentato di annullare la sentenza che vieta di offrire solo ed esclusivamente corsi in inglese nelle lauree magistrali e nei dottorati. Sebbene sia stato variamente frainteso, il concetto è semplice e lo si potrebbe riassumere così: al Politecnico di Milano, come in qualsiasi università pubblica italiana, non potranno esserci interi corsi di laurea totalmente dispensati in una lingua straniera. La decisione a suo tempo presa dai vertici di quell’università di imporre a tutti gli studenti e a tutti i professori di parlare solo inglese ai livelli più avanzati è stata censurata.

Non si tratta, dunque, di una sentenza contro l’inglese, ma a tutela dell’italiano, con apertura alla pluralità delle lingue d’insegnamento. Nessun divieto di tenere corsi in inglese, che restano ben possibili e sono già previsti nei piani di studio di centinaia di corsi di laurea, non solo tecnici, in Italia come ovunque. Si tratta invece di sostituire una misura rozzamente propagandistica con una regola basata su valori di promozione culturale e su solidi principi linguistici. È il modello per cui chi studia in Italia Paese dotato di una lingua di cultura capace di trattare qualsiasi contenuto scientifico, e perciò dotata naturalmente di un primato locale può conseguirvi il profilo di un professionista in grado di parlare di ingegneria coi suoi colleghi (o di medicina ai suoi pazienti, o di diritto coni suoi clienti…) sia in italiano, sia in inglese. Sia, perché no?, in altre lingue.

Curiosamente, la notizia sembra essere stata equivocata da commentatori anche valenti. C’è chi ha parlato di una decisione che «vieta» i corsi in inglese, coniando anche uno spiritoso ma improprio epiteto di retromarcisti per i giudici. E chi ha dipinto un inverosimile mondo scientifico in cui «economisti, medici, finanzieri, storici dell’arte, archeologi, giuristi eccetera» già pubblicherebbero solo in inglese (mentre più d’una di queste discipline è invero, ai massimi livelli in cui la si studia, vivacemente plurilingue). E via di seguito.

Lode e plauso a chi punta ad aumentare il tasso di internazionalità degli atenei, e per far questo stimola gli studenti ad apprendere nuove lingue. Ma altra cosa è spingere ad imparare di più (come ogni buona università dovrebbe fare), altra è cercar di attrarre studenti chiedendo un impegno in meno. «Venite in Italia – par dire al mercato studentesco internazionale qualche mercante in fiera della formazione -: potrete studiare in inglese e non dovrete nemmeno fare lo sforzo di imparare l’italiano». Cioè una lingua di cui uno studente anglofono o ispanofono o francofono o slavofono o germanofono giovane, motivato e intellettualmente dotato sa appropriarsi presto, almeno passivamente, con un’adeguata immersione, a tutto vantaggio della sua dotazione intellettuale e della sua capacità di conoscere e descrivere il mondo nella sua reale complessità. Parallelamente, si espongono studenti e studiosi italiani d’ingegneria al rischio – tutt’altro che remoto – di diventare professionisti incapaci di esprimersi sia in un decente italiano, spesso già atrofizzato all’altezza del triennio come mostrano le rilevazioni periodiche sulle calanti capacità linguistiche degli studenti e le quotidiane esibizioni dei loro docenti, sia in un inglese degno di questo nome. Vien da chiedersi quale inglese potrà mai parlare chi spesso non padroneggia efficacemente nemmeno la lingua in cui è cresciuto.

L’internazionalizzazione e la circolazione mondiale di studenti e professori sono, da sempre, tra le sfide più appassionanti dell’università. E la politica delle lingue è uno dei temi culturali più delicati che si possono porre in qualsiasi campo del sapere. La tendenza a trattare questi temi con scarsa preparazione culturale e schematica superficialità aumenta purtroppo negli ultimi tempi. Per questa via, anche alle discipline più tradizionalmente ricche di diversità linguistica si chiede spesso di omologarsi a un modello culturale basato su un monolinguismo al ribasso. Una sorta di immane movimento sistolico, di contrazione della pluralità culturale, della quale il plurilinguismo intellettuale è una delle manifestazioni più preziose.

Sostituire il reale provincialismo di un’università linguisticamente zoppicante come quella italiana con un altro provincialismo fatto di inglese (o meglio diglobish) pigliatutto significa insomma rinverdire un’antica propensione alla burletta. Significa cioè passare dal Noio volevemsavoir (il Totò simbolo di ignoranza linguistica) spiritosamente evocato da un giornale nel commentare la notizia, all’anglomania dell’Americano a Roma (l’Alberto Sordi incarnazione del complesso d’inferiorità esterofilo).

Per uscire dall’improvvisazione, sarebbe forse meglio lasciare le decisioni di politica linguistica a chi ha titolo per parlarne anziché a orecchianti e tifosi, proprio come agli ingegneri – e non ai dilettanti – si affida la soluzione di problemi tecnici non meno ardui.  Vir @lorenzotomasin

Lorenzo Tomasin | Domenica (Il Sole 24 Ore) | 11.2.2018




0 Commenti

Ancora non ci sono commenti
Lasciane uno tu per primo!
You need or account to post comment.