Dialetto? Non in atti ufficiali

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I CARTELLI BILINGUE. Il parere richiesto dalla presidente Bordonali sulla «provocazione» del Partito Democratico
Inammissibile l’«interrogasiù» del Pd. Per il segretario l’italiano è «l’unica forma di linguaggio consentita per l’attività pubblica»

Il segretario generale della Loggia Giacomo Andolina, in risposta ad una richiesta di chiarimento della presidente del Consiglio comunale Simona Bordonali, dice no all’«interrogassiù» del Partito Democratico sul caso dei cartelli bilingue voluti dalla Lega Nord all’ingresso della città. Il documento così com’è, tutto scritto in dialetto, non è giuridicamente valido. Nel suo parere il segretario chiarisce però anche una volta per tutte che il dialetto bresciano non può essere considerato la lingua ufficiale ed esclusiva da utilizzare nell’attività amministrativa pubblica. Un concetto che dà ragione, anche se solo tra le righe, alle perplessità del Pd sull’opportunità di spendere soldi per quello che è ritenuto un vezzo, più che una necessità.
L’INTERROGAZIONE. Tutto è iniziato un paio di mesi fa, quando i consiglieri democratici, dopo aver letto sulla stampa locale che anche Brescia stava per decretare la sostituzione tutti i cartelli stradali di ingresso alla città con altri bilingue (italiano e dialetto), hanno indirizzato al sindaco (l’«aocàt Adriano Paroli sìndec de Bressa») una provocatoria interrogazione nella quale chiedevano di sapere «se l’Aministrassiù Cümünal la g’ha amò l’intensù de fa chela sorada». E se l’amministrazione «pènsela mìa che ‘l sarès mèi finansià con chèi solcc en quac proget de alfabetizassiù dei scècc mia italià o almanc dei fiöi dei nòs terù». Bordonali ha deciso allora, visto l’insolito documento, di chiedere un parere al segretario generale.
L’ITALIANO. Dal canto suo, Andolina cita in primis l’articolo 5 della Costituzione: «L’Italia è una Repubblica una e indivisibile che riconosce e promuove le autonomie locali», oltre che l’articolo 51: «Tutti i cittadini possono accedere ai pubblici uffici o alle cariche elettive in condizioni di uguaglianza». E tenuto conto di quanto dice la carta costituzionale, sostiene che «non è possibile attribuire valore di atto produttivo di effetti giuridicamente rilevanti ad un documento redatto esclusivamente in dialetto bresciano».
Il segretario sottolinea anche che l’italiano è la lingua ufficiale della Repubblica. Se così non fosse, dice, non ci sarebbe stato nemmeno bisogno di prevedere una riserva di legge per le minoranze linguistiche. Non solo. È la lingua da utilizzare anche nell’esercizio di funzioni pubbliche anche perché l’«uso esclusivo del dialetto locale, escluso dalla didattica scolastica, non consentirebbe a tanti di accedere o di esercitare pubbliche funzioni». Insomma, per Andolina è «ineluttabile» l’utilizzo della lingua italiana, «unica forma di linguaggio consentita per l’attività pubblica».
LA DOPPIA LINGUA. C’è da dire però che il segretario non esclude l’utilizzo della doppia lingua nell’attività amministrativa pubblica. Possibilità consentita in virtù del principio di libertà di forma nelle istanze da presentare alla pubblica amministrazione, se pure ad assumere dignità giuridica è in tutti i casi solamente il testo in italiano.
Insomma, l’interrogazione consiliare del Partito Democratico a questo punto non ha alcun valore a meno che non venga ripresentata tradotta. Sull’opportunità che, invece, vengano installati i cartelli bilingue nelle prossime settimane ci sarà sicuramente ancora da discutere.




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