Dante in afrikaans

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“I miei diciotto anni con Dante in afrikaans”

Delamaine Du Toit: “Mi sono prima innamorato dell’Italia.

Poi mi sono chiesto perché leggevamo Shakespeare e Omero e non l’Alighieri…”

di Carlo Donati

Ha passato gli ottant’anni, ha volato per venti ore, da Città del Capo fino a Milano e poi in macchina, con moglie e figlia, fino a Ravenna. Ma non si può immaginare che sia affaticato chi ha avuto il coraggio di tradurre la “Divina Commedia” in afrikaans, la lingua dei sudafricani bianchi. Sembra divertito invece il dottor Delamaine Du Toit, il medico che dopo aver fatto il ginecologo nella prima vita, nella seconda è tornato all’università per studiare lingua e letteratura italiana e già che c’era anche spagnolo, greco, filosofia, logica e metafisica. Perché come noto non basta imparare l’italiano per affrontare Dante. Du Toit è a Ravenna per inaugurare il ciclo “La Divina Commedia nel mondo”, che ogni anno affronta alcune delle infinite lingue in cui il poema è stato tradotto. Ma intanto ci dà una piccola anteprima di ciò che leggerà. E’ il primo canto dell’Inferno: “Nel mezzo del cammin di nostra vita / mi ritrovai per una selva oscura…”. In afrikaans suona così: “Halfpad deur die reis van ons lewe / het ek my in ‘n donker would bevind…”. Stampati, questi versi risultano incomprensibili, ma ascoltati attraverso la voce limpida di Du Toit, peraltro eccellente lettore, diventano miracolosamente familiari.

Dottore, come è avvenuto il colpo di fulmine con Dante?

“Prima c’è stato l’innamoramento per l’Italia. La lingua, la letteratura, l’arte e, se posso aggiungere, anche i campi da sci. Poi mi sono chiesto perché in Sudafrica potevamo leggere Omero e Shakespeare, e non Dante. Così è cominciata l’avventura”.

E quanto è durata?

“Diciotto anni”.

Tre volumi?

“Sei volumi, per ciascuna cantica oltre alla traduzione anche un volume di note esplicative”.

Diciotto anni a tempo pieno?

“Ma è stato tutto molto piacevole. Anche perché forse ho imparato prima e più facilmente l’italiano antico che quello contemporaneo”.

Afrikaans e italiano dantesco. Un bello scontro.

“L’afrikaans non è difficile. Nato da coloni olandesi con apporti degli ugonotti francesi e da altri immigrati, tedeschi, inglesi eccetera, ha il vantaggio di avere una grammatica molto semplice”.

Ha mantenuto la rima?

“No. Ho usato una prosa poetica. Le traduzioni in rima mi sembrano troppo artificiali e spesso poco comprensibili”.

Com’è stato accolto il suo lavoro?

“Tante recensioni favorevoli e tanti elogi. Un critico addirittura ha scritto che la mia traduzione resterà uno dei più grandi trofei della lingua afrikaans. Confesso che sono arrossito di piacere e di imbarazzo”.

Quante copie ha venduto?

“Circa cinquecento”.

Sono poche o tante?

“Mi accontento, dato l’argomento e se calcoliamo che i sudafricani di lingua afrikaans sono un paio di milioni appena e oltre tutto preferiscono leggere romanzi gialli e guardare la tv”.

Se dovesse riassumere la “Divina Commedia” in una frase?

“E’ una metafora sulla caduta dell’uomo e insieme una profezia di salvezza”.

Lei si interessa di politica?

“Alla mia età posso permettermi di no”.

Ma a suo tempo ha approvato la svolta di Nelson Mandela?

“Ah certo. Sono sempre stato del parere che è la maggioranza che deve governare un paese”.

E sul resto del mondo, tra Medio Oriente e dintorni, che opinione ha?

“Posso rispondere con una poesia di Ungaretti: “Cessate di uccidere i morti / non gridate più, non gridate / se li volete ancora udire / se sperate di non perire”.

(Da La Nazione, 10/9/2004).

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