Dall’intesa tre rischi da evitare per la Ue

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ll 2013 potrebbe essere un anno importante e difficile per le dinamiche del commercio internazionale. L'Unione europea avvierà a breve negoziati con il Giappone per un'area di libero scambio e non è escluso che ciò possa avvenire con gli Stati Uniti.

L'Europa a 27 parte da una posizione di oggettiva debolezza per tre ragioni fondamentali: la recessione e la crisi del debito sovrano che ancora pesano sull'Eurozona; la mancanza di una politica proattiva della banca centrale di riferimento, la Bce, sui tassi di cambio; una manifattura americana che negli ultimi anni ha ritrovato una buona competitività.
Il ritorno al potere in Giappone del leader conservatore e nazionalista, Shinzo Abe, ha portato subito al centro del dibattito il ritorno di una possibile guerra valutaria tra grandi blocchi. Il premier è stato esplicito nell'indicare un rapporto di cambio di riferimento (90 yen per un dollaro) che permetta una crescita adeguata dell'export delle imprese nipponiche. Nel mirino di Abe ci sono le politiche di Quantitative Easing, che portano ad esempio la Fed e la Bank of England a stampare moneta per acquistare i titoli di debito pubblico dei loro Paesi a sostegno dell'economia. Anche quando non è esplicitamente dichiarato, l'effetto collaterale di tali politiche è proprio quello di tenere basso il livello internazionale delle rispettive valute accrescendone l'offerta sui mercati. Il Giappone, ha promesso Abe, farà lo stesso e già l'effetto annuncio ha portato lo yen ai minimi da oltre due anni sul dollaro.
Sul fronte dei possibili negoziati di libero scambio con gli Stati Uniti, la Commissione europea dovrà invece tenere conto della ritrovata competitività della manifattura americana. Il salvataggio dell'auto da parte di Obama, la gara tra Stati per attirare investimenti produttivi con incentivi, fiscali e non, e la prospettiva di costi energetici sempre più a buon mercato grazie all'estrazione dello shale gas, hanno riproposto sui mercati internazionali un'industria che solo fino a pochi anni fa era data per spacciata. La Germania, che come sempre sa vedere lontano, ha lanciato l'allarme all'inizio di dicembre. Secondo la Bdi, la Confindustria tedesca, il prezzo dell'elettricità in Europa per gli utenti industriali potrebbe salire nel 2020 fino a 120 euro per kilowattora dagli attuali 90, mentre negli Stati Uniti l'aumento sarebbe da 48 a 54 euro.
Quanto alla crisi dell'Eurozona, questa si accompagna, per i Paesi più in difficoltà, a un lungo e doloroso processo di aggiustamento e svalutazione interna (Spagna, Portogallo, Grecia e Irlanda) del quale si intravedono per ora solo timidi segnali attraverso un miglioramento delle esportazioni. L'Italia, nonostante la crisi, ha conseguito l'anno scorso una crescita a doppia cifra del proprio export verso Stati Uniti e Giappone. I negoziati dell'Europa non dovranno trascurare i vari handicap di partenza e dei diversi gradi di competivitità tra i 27 della Ue e i 17 dell'Unione monetaria.

La Bce inoltre, nonostante gli importanti cambiamenti introdotti da Mario Draghi, non arriverà mai a inondare i mercati di liquidità, al pari di Fed, Bank of England e Bank of Japan, per aggiustare il tasso di cambio. Eppure un rapporto euro-dollaro più vicino a 1,20 che a 1,30 come ora non farebbe male al processo di aggiustamento in corso nell'Eurozona.

Da: Ilsole24ore 03/01/2013




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