Dal tanto odiato burocratese a un ancora più odiato itanglese.

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I neologismi sono un male necessario?

di Francesca R. Cicetti

Una lingua reattiva è un bene: l’ostinata modernizzazione forzata non lo è. Altrimenti si rischia di finire dalla padella alla brace, dal tanto odiato burocratese a un ancora più odiato itanglese: è anche questo un neologismo, ma estremamente efficace.
Da settant’anni almeno non ci aspettiamo che la lingua italiana resista stoicamente agli innesti e alle contaminazioni straniere. Non pensiamo certo a chiamare “amburghese” un buon panino di carne; inorridiamo al pensiero del “calcolatore” su cui navigare in internet. A nessuno piacciono le chiusure, ma al tempo stesso avvertiamo uno stringente senso di irritazione nell’ascoltare, in diretta televisiva, i giornalisti discutere di “contractors” che operano nel “compound offshore”. Per non parlare della diffidenza attorno ai neologismi. Rabbrividiamo al sentire “sindaca” o “buonismo”. “Leaderizzare” o “postare” ci provocano l’orticaria. Insomma, qualche contaminazione ci sembra naturale: troppe, no.
Siamo più fedeli alla nostra lingua di chiunque altro. Eppure, smettere di reagire agli stimoli esterni non rende la lingua più viva. Al contrario, la seppellisce. Faremmo bene ad abituarci a parlare di “moderazione”, “orrorismo” e “sviluppiamo”. Di tutte quelle espressioni spontanee, nate da una penna intelligente o da un commento estemporaneo. Non pensate a tavolino, né per resistere. Ma che, alla fine, sopravvivono agli anni. Sono tra noi, e molte lo saranno per parecchio tempo: vale la pena provare ad accoglierle.
All’inglese, poi, è quasi impossibile resistere. “In primis”, perché è la lingua della comunità internazionale, della finanza, della stragrande maggioranza delle riviste scientifiche. E poi, forse ancor più, è la lingua di internet. O del “web”, come si dice. E questo è concesso. Intollerabile è invece la smania di inglesizzare dove non c’è necessità.
E qui non ci si preoccupa delle chiacchiere da bar, ma della politica, dove l’inglese si insinua come una serpe e conquista il posto d’onore nel nostro lessico quotidiano. Perché discutiamo di “Jobs Act”, e non di riforma del lavoro? E da quando si parla di “quantitative easing”? L’immissione di liquidità non è già in italiano un concetto sufficientemente sfuggente? Quando abbiamo deciso di renderlo ancora più inafferrabile?
Una lingua reattiva è un bene: l’ostinata modernizzazione forzata non lo è. Altrimenti si rischia di finire dalla padella alla brace, dal tanto odiato burocratese a un ancora più odiato “itanglese” – è anche questo un neologismo, e stavolta efficace. Il risultato, in entrambi i casi è lo stesso: sconfortante confusione, e comprensione ai minimi livelli.
D’altro canto, non si può pretendere un parere sulla “stepchild adoption”, sull’”accountability” o sul “whistleblowing”, se nessuno ha ben chiaro di che si tratta. Certo, nessuno ammette di non sapere cosa sia il “wealth management”, o che la “user-friendliness” non sia poi così amichevole. E il vero t”rojan horse” sembra essere il nostro desiderio di apparire “smar”t, più per vezzo che per reale necessità. Insomma, chi dice che “il meeting era low-quality e lo staff in attesa della deadline aspettava il break” non merita alcun rispetto. E di sicuro non porta alcun bene alla causa di una lingua ferita.
Reattività è la parola d’ordine: ovvero neologismi sì, inglesismi sì, prestiti anche. Ma lasciamo fuori gli inutili sfoggi di vanità. Parlare per non essere compresi non è un merito, ma un ingenuo palliativo per il nostro senso di inferiorità. E continuare su questa strada non ci renderà più “cool”.
(Da europinione.it, 16/3/2017).

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