Dal messaggino alla scritturina

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Comunicare. Oggi

Dal messagino alla scritturina

E pensare che c’era la Parola

di Mina

“Nl ½ dl cmn d ns vt m rtrovai oscra ké l drxta via era smaxta”. La preconoscenza di ciò che leggiamo ci porterebbe a comprendere facilmente un Dante così massacrato. M se dvexi esprmr cncexi bn+cmplxi e nn ancr detti, l cmnczione rsltrebbe imxpfta e preclsa x tti. Cs 3mnda! E cioè: ma se dovessi esprimere concetti ben più complessi e non ancora detti, la comunicazione risulterebbe imperfetta e preclusa per tutti. Cosa tremenda!

Questo potrebbe essere il risultato se anche nella terra del “bello stile”, della lingua superba, nobile, zuccherina e aspra, che ci assicura ancora un briciolo di quella autorità che stiamo perdendo per strada, si applicassero le disposizioni recentemente emesse in Gran Bretagna. L’Examination Board di Oxford e Cambridge e la Scottish Qualifications Authority, che sovrintendono agli esami scolastici del Regno Unito, comunicano che si deve tener conto del contenuto dei testi, prescindendo dalla forma, che può essere espressa anche mediante il ricorso alle sigle degli sms. L’iperconcentrazione usata nella comunicazione quotidiana arriva nella scuola che decide di abbassare la soglia, fino ad accettare anche il codice linguistico degli sms. Sempre più verso il basso, verso i diminuitivi, verso il trionfo dell’ “ino”: il linguaggio del messaggino da telefonino assurge a possibile modellino di scritturina.

Non amo la prepotenza dell’informatica e della tecnologia, quando da puri strumenti si trasformano in “forma mentis”, in logica abbreviata e semplificata. Ma non si può non notare che la costruzione del pensiero si va ormai depauperando in un codice banale e banalizzante, che rinuncia alle sfumature, si va perdendo nei segni contratti che impediscono l’uso dell’intelligenza che è tale solo se è fatta di comprensione capace di modulare. La contrazione della comunicazione è forma che esprime un pensiero ormai parcellizzato, cioè regredito a emozione. Che poi è spesso il modo di comunicare prevalente in tv, urlato come da bestie nella savana, semplicistico e sovrapposto, espressione di una ragione qualunquista e frutto di percezioni solo emotive.

E poi, grave, si legge quasi solo per necessità. E se si legge una pagina, magari su Internet, non c’è tempo da dedicare al tempo. Non ci si sofferma su assonanze o figure retoriche. Finezze per arcaici! Eppure le parole hanno un suono, un sapore, persino un’anima. Massacrandole, si elementarizza il pensiero, si intoppa l’incremento di civiltà. A meno di risolvere tutto, togliendo una volta per sempre la qualificazione di “sapiens” alla nostra specie.

(Da La Stampa, 5/11/2006).

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