Da settembre le dipendenti della Camera dovranno riportare sui cartellini e nelle comunicazioni ufficiali il proprio ruolo declinato al femminile.

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Se ‘sindaca’ e ‘ministra’ vi lasciano perplessi, aspettate di entrare alla Camera a settembre.

Dal 25 del mese le dipendenti della Camera dovranno riportare sui cartellini e nelle comunicazioni ufficiali il proprio ruolo declinato al femminile. I termini facili e quelli ostici.

di Luisa Berti.

L’alfabeto comincia con la A, ma troppo spesso la lingua italiana sembra esserselo dimenticato. Una lingua che ormai da tempo accoglie con entusiasmo e facilità termini stranieri, neologismi e ‘tormentoni’ ma che mostra una certa resistenza di fronte alle definizioni al femminile. Sono le cosiddette parole ‘coi pantaloni’, come architetto, medico, cancelliere, notaio, ingegnere, prefetto, colonnello, sindaco a far gridare allo scandalo se usate al femminile. I fatti dimostrano che la comunicazione istituzionale e quotidiana non è ancora pronta ad adattare il linguaggio alla nuova realtà sociale, anche se da tempo le donne sono delle professioniste acclamate e prestigiose e ricoprono posizioni di alto livello nelle gerarchie politiche e istituzionali.
Il ‘codice’ Boldrini
“Dal 4 settembre i segretari parlamentari, se donne, dovranno essere chiamate ‘segretarie’. O non entrano”. Ha annunciato la ‘presidentessa’ della Camera Laura Boldrini. Potrebbe apparire come un diktat, ma in realtà il ‘codice’ approvato dalla terza carica dello Stato è un ulteriore passo avanti verso l’uguaglianza di genere. “O accetteranno di farsi chiamare ‘segretarie’ o – rivela il Giornale – le funzionarie di Montecitorio rischieranno di restare fuori dalla Camera risultando, pertanto, assenti”. È quanto scritto nell’ordine di servizio, dopo l’approvazione di alcuni indirizzi generali per le attività amministrative che prevedono, tra l’altro, l’adozione di un linguaggio rispettoso delle differenze di genere in tutti gli atti e i documenti. La data di entrata in vigore dell’ordine sarà il 25 settembre e non il 4.
In sostanza, al rientro delle ferie, su espressa indicazione della presidentessa, le dipendenti della Camera dovranno ritirare i nuovi tesserini con la declinazione della loro mansione secondo il genere femminile. In pratica, il consigliere donna diventerà ‘consigliera’, il bibliotecario sarà bibliotecaria, l’addetto stampa si tramuterà in ‘addetta’. Il segretario parlamentare dunque finirà con la “a”, nonostante lo scorso dicembre i sindacati interni della Camera scrissero una nota che sottolineava come ‘il rispetto della parità di genere non può comportare l’imposizione della declinazione al femminile della professionalità, in presenza di una diversa volontà della lavoratrice’. Insomma, le segretarie parlamentari si erano battute perché la loro qualifica fosse indicata con il genere maschile per non essere discriminate. Ma la Boldrini è stata inflessibile.
Parole facili e parole difficili da declinare
Se da qualche tempo abbiamo abituato il nostro orecchio a termini come sindaca, ministra, assessora, cancelliera, per altre parole la declinazione al femminile sembra ancora un miraggio. Quasi mai vengono usate parole come: architetta, colonnella, medica, ingegnera, chirurga, presidentessa. A volte l’articolo determinativo anteposto al sostantivo potrebbe rappresentare una valida scorciatoia per risolvere il problema. Allora il giudice diventa la giudice, il soprano la soprana, il manager la manager, il presidente la presidente e così via.
Le ragioni sono culturali
La resistenza a declinare alcuni termini al femminile ha origini culturali. A spiegarlo è Cecilia Robustelli, scrittrice, linguista e accademica, sul sito dell’Accademia della Crusca: “Le risposte più frequenti – scrive Robustelli – adducono l’incertezza di fronte all’uso di forme femminili nuove rispetto a quelle tradizionali maschili (è il caso di ingegnera), la presunta bruttezza delle nuove forme (ministra proprio non piace!), o la convinzione che la forma maschile possa essere usata tranquillamente anche in riferimento alle donne. Ma non è vero, perché “maestra”, “infermiera”, “modella”, “cuoca”, “nuotatrice”, ecc. non suscitano alcuna obiezione: anzi, nessuno definirebbe mai Federica Pellegrini “nuotatore”. Le resistenze all’uso del genere grammaticale femminile per molti titoli professionali o ruoli istituzionali ricoperti da donne sembrano poggiare su ragioni di tipo linguistico, ma in realtà sono, celatamente, di tipo culturale; mentre le ragioni di chi lo sostiene sono apertamente culturali e, al tempo stesso, fondatamente linguistiche”.
“I meccanismi di assegnazione e di accordo di genere – continua la linguista – giocano un ruolo importante nello scambio comunicativo e meriterebbero di essere conosciuti anche al di fuori della cerchia accademica per fugare la convinzione, diffusa, che usare certe forme femminili rappresenti solo una moda. Molti ricorderanno un famoso diverbio sorto in una riunione in Prefettura (a Napoli) perché un cittadino chiamava “signora” (essendo incerto sul termine “prefetta”!), invece che protocollarmente “prefetto”, la titolare di questa carica in una provincia vicina. Un uso più consapevole della lingua contribuisce a una più adeguata rappresentazione pubblica del ruolo della donna nella società, a una sua effettiva presenza nella cittadinanza e a realizzare quel salto di qualità nel modo di vedere la donna che anche la politica chiede oggi alla società italiana. È indispensabile che alle donne sia riconosciuto pienamente il loro ruolo perché possano così far parte a pieno titolo del mondo lavorativo e partecipare ai processi decisionali del paese. E il linguaggio è uno strumento indispensabile per attuare questo processo”.
(Da agi.it, 10/8/2017).

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