Da Bismarck a Buzek, torna la politica dell’ “Italietta”

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A un mese di distanza dalle elezioni europee che si sono svolte fra il 4 e il 7 giugno in tutti e ventisette gli Stati comunitari ancora niente di preciso è stato deciso. Il 14 luglio la prima sessione plenaria riunita a Strasburgo ha eletto al primo turno il candidato polacco Jerzy Buzek alla presidenza del Parlamento. Avendo sbaragliato la diretta concorrente, la svedese Eva-Britt Svensson, Buzek è diventato il primo Presidente proveniente dai Paesi di recente adesione (la Polonia è entrata a far parte dell’Ue il primo maggio 2004). Ancora non è stato nominato ufficialmente dal Parlamento, invece, il Presidente della Commissione. Tuttavia, già all’indomani della tornata elettorale, nel vertice di Bruxelles di metà giugno, i leader politici si erano accordati sul nome da rieleggere. Confermare il mandato dell’attuale Presidente, il portoghese José Manuel Barroso, sembra, dunque, un imperativo categorico cui nessuno può sottrarsi nonostante i paletti imposti dalle sinistre europee.

Qual è il ruolo dell’Italia nella situazione finora delineata? È veramente offuscato dal duopolio Francia-Germania, la cui originaria ostilità sembra aver lasciato spazio a una collaborazione proficua per entrambi gli Stati e per l’Europa in generale? Le speranze del candidato italiano alla carica di Presidente del Parlamento sono andate in fumo ben presto. Mario Mauro, dunque, esponente del Pdl e appartenente al gruppo politico del Ppe, non sarà il quinto Presidente di nazionalità italiana. Per trovare l’ultimo italiano si deve risalire al biennio ’77-’79 con Emilio Colombo, quando, cioè, il Parlamento ancora non veniva eletto direttamente dal popolo. A cosa si deve questa assenza nei piani alti istituzionali? Gli italiani nelle istituzioni comunitarie sono tanti. Eppure, nonostante l’ampia rappresentanza italiana, conseguenza del peso demografico del nostro Paese che, con i suoi circa sessanta milioni di abitanti è fra i più popolosi in Europa, nettamente staccato solo dalla Germania, le personalità di spicco stentano a venire a galla.

E ciò, nonostante la spiccata vocazione europeista dell’Italia, costantemente ricordata dal Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano. De Gasperi e Spinelli, solo per citare i nomi più altisonanti, sono persone che, al pari dei più conosciuti Schuman e Monnet, hanno fatto la storia dell’Europa. Ma anche in Italia questa vocazione europeista, che ci ha portato a essere fra i Paesi fondatori della Ceca (Comunità economica del carbone e dell’acciaio istituita nell’ormai lontano 1951), si sta affievolendo sempre di più. Complice la crisi economica e, soprattutto, la sempre maggiore sfiducia nelle istituzioni politiche, siano esse nazionali o comunitarie, l’affluenza alle urne in occasione delle recenti elezioni europee si è attestata al 65,05%. Sebbene nettamente superiore al 43,1% della media europea, tuttavia, è scesa di ben otto punti percentuali rispetto alla tornata elettorale del 2004, quando aveva toccato quota 73,1%. Un calo costante di interesse nei confronti dell’Europa, quindi, giustificato anche da una scarsa informazione. Non si sa, non si può sapere o purtroppo, ed è ancora più grave, non si ha interesse a sapere che buona parte delle decisioni che affettano le nostre vite quotidiane dipende proprio dalle prese di posizione del Parlamento.

Nelle aule di Bruxelles e di Strasburgo i deputati non filosofeggiano solo su temi astratti e potenzialmente lontani anni luce dalla quotidianità, come la percentuale di burro di cacao inserita nel cioccolato, quella di grano duro presente nella pasta e di malto nella birra. In Europa non ci sono solo burocrati, sebbene sia innegabile che una parte cospicua del bilancio comunitario è destinata al mantenimento della macchina burocratica. Si discute anche e soprattutto di cambiamento climatico, di liberalizzazione dei servizi e di mobilità intra-europea. Se, al giorno d’oggi, un avvocato francese può esercitare la professione legale oltre i confini nazionali o se un cittadino tedesco può recarsi liberamente in un altro Stato comunitario per cercare lavoro senza essere respinto alla frontiera, lo si deve ai grandi passi in avanti compiuti dalle istituzioni. Stesso ragionamento deve farsi nel caso di uno studente danese che voglia compiere un’esperienza di studio o di lavoro all’estero. La mobilità internazionale che oggi viene presa come un dato di fatto è il frutto dell’operare silenzioso di persone del calibro di Jacques Delors, che tanto si è battuto per l’approvazione del programma Erasmus, il principale in tema di mobilità giovanile e studentesca.

Il fatto, poi, che molti elettori non si siano limitati a votare per la coalizione formata da Pdl e Ln, ma abbiano attribuito il voto di preferenza direttamente al leader della stessa, Silvio Berlusconi, è indice della poca consapevolezza riguardo alle questioni comunitarie. La carica di eurodeputato, infatti, è incompatibile (ed è giusto che lo sia visto il carico di lavoro che questa richiede se affrontata seriamente) con altre mansioni politiche nazionali. Un membro del Governo non può essere eletto al Parlamento europeo. A maggior ragione, dunque, l’incompatibilità è valida per il Primo ministro, che difficilmente lascerà l’incarico governativo per fare la spola fra Strasburgo e Bruxelles. Non sto qua a sindacare sul merito della votazione (per fortuna il voto è una delle poche libertà che, sebbene inevitabilmente condizionata, ancora ci è rimasta in un Paese come il nostro), ma sulla forma e sulla scarsa informazione che lo ha preceduto.

“Assenteisti, inefficienti, trasformisti, inaffidabili”. Così, inoltre, vengono descritti i deputati dell’“eurocasta italiana”. A Strasburgo, infatti, vengono relegati coloro che sono stati esclusi dalla scena politica nazionale, coloro che sono rimasti fuori dalle dispute di potere interno. Il Parlamento europeo è troppo spesso considerato come avente un ruolo di secondo piano rispetto a quello nazionale. I parlamentari italiani a Bruxelles, conseguentemente, non si interessano troppo delle faccende comunitarie preferendo continuare a fare politica interna dall’estero. L’ultima campagna elettorale è stata esemplare giacché, piuttosto che su temi europei, è stata tutta centrata sulla situazione interna, trasformando di fatto le elezioni in un plebiscito per confermare il potere assoluto del partito di governo. Noi italiani, purtroppo, non parliamo le lingue straniere. A causa di una formazione troppo accademica, teorica e per nulla pratica, per di più, siamo incapaci di fare lobby e appena possiamo torniamo a casa per passare il fine settimana sotto il caldo sole del Bel Paese. Non partecipiamo alle riunioni e, anche laddove lo facessimo, non siamo attivi, non creiamo quel network che, invece, è fondamentale per “imporre” la propria personalità e per far accettare le proprie proposte politiche.

Le statistiche, a tal proposito, sono tristemente illuminanti. Uno studio condotto dalla London School of Economics ha dimostrato come gli italiani siano i più pagati e, paradossalmente, i più assenteisti. La partecipazione media alle ultime sedute, infatti, si è attestata al 72%, ben venti punti percentuali di distacco rispetto ai primi della lista, gli austriaci. Fra i venti peggiori assenteisti in Europa, d’altronde, ben dieci (e quindi la metà) sono italiani. Quasi l’80% dei nostri parlamentari, poi, ben 61 su 78, non ha mai presentato una relazione in aula e, addirittura, 17 eurodeputati non si sono neanche mai degnati di aprire bocca in assemblea. Cifre scandalose che sfondano una porta aperta. A ciò si deve aggiungere che, per inseguire ministeri e assessorati in patria, si assiste a una fuga record da Strasburgo e Bruxelles. Sebbene l’Italia detenga una percentuale pari al 10% dei parlamentari europei (78 su 785), il numero di defezioni è esponenzialmente più alto. Circa un quinto di coloro che hanno abbandonato la carica prima di terminare la legislatura, infatti, ben 37 su 180, è costituito da italiani. Nomi illustri? Certamente Franco Frattini, Vicepresidente della Commissione responsabile per la Giustizia, la Libertà e la Sicurezza, che ha preferito la Farnesina a mandato non ancora scaduto.

Il neoeletto fra le fila del Pdl, Clemente Mastella, si è poi stupito di quanto poco vengano pagati gli eurodeputati. E così, mettendo in mostra il meglio di sé e della mediocrità italiana, ha cominciato a sbraitare nell’ascensore a Strasburgo lamentandosi dei miseri 290 euro giornalieri assegnati per le sedute plenarie del Parlamento. E pensare che qualcuno, con poco più del doppio di quella cifra, deve sopravvivere per un intero mese. Evidentemente il neoparlamentare non è a conoscenza delle nuove disposizioni che stabiliscono un unico salario per i deputati europei, attestandolo all’incirca a 6.000 euro mensili, il 38,5% dello stipendio di un giudice della Corte di giustizia. Le retribuzioni, quindi, non saranno più equiparate a quelle dei parlamentari nazionali. Contenti, dunque, bulgari, rumeni e ungheresi che vedranno così accrescere notevolmente il loro compenso. Un po’ meno soddisfatti dell’iniziativa, invece, i vari Clemente Mastella nostrani che non solo vedranno diminuire le loro remunerazioni, ma non avranno più diritto al rimborso forfettario di spese. Essendo ora necessaria la presentazione di ricevute e scontrini fiscali, terminerà finalmente lo scandalo delle “creste” che molti deputati facevano viaggiando con compagnie aeree low cost e ottenendo rimborsi per inesistenti biglietti in business class. Il volo Ryanair che collega Baden-Baden, cittadina tedesca al confine francese connessa a Strasburgo da una navetta, a Roma chissà perché è sempre completo il giovedì successivo alla sessione plenaria del Parlamento. Parafrasando la celeberrima frase di D’Azeglio, potremmo affermare che: “Fatta l’Europa, si devono fare gli europei”. A cominciare dagli europarlamentari… E da quelli italiani in particolare…

In attesa di vedere gli sviluppi futuri (c’è chi parla di Frattini come il nuovo Solana e chi azzarda il nome di Tremonti alla presidenza dell’Eurogruppo), accontentiamoci di due Vicepresidenti: Giovanni Pittella, eletto al primo turno fra le fila dei Socialisti e Democratici, e Roberta Angelilli, votata al terzo turno per il Partito popolare europeo. E, secondo le stime dell’agenzia Burson Marsteller, la commissione esteri dovrebbe andare a Gabriele Albertini (Ppe), quella per il controllo sul bilancio all’impressionante Luigi De Magistris uscito vincitore dalle urne (Alde), la commissione agricoltura a Paolo De Castro (S&D), quella per gli affari costituzionali a Carlo Casini (Ppe) e, infine, la commissione petizioni a Erminia Mazzoni (Ppe). Ci sembra poco? Non lamentiamoci troppo… Almeno un peso l’abbiamo avuto in Europa. Nell’anno della sconfitta della sinistra europea, il Pd ha subordinato la sua iscrizione al gruppo a una questione di forma ed è riuscito a far cambiare il tradizionale nome al Partito socialista europeo (Pse) in Socialisti e Democratici. Che chiedere di più?

roberta savlihttp://changeyourboot.wordpress.com/2009/07/21/da-bismarck-a-buzek-torna-la-politica-dell-italietta/

Questo messaggio è stato modificato da: annarita, 22 Lug 2009 – 22:20 [addsig]




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