Crusca: il linguaggio molto colloquiale che si usa in internet non è nocivo per la lingua italiana.

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Social, no problem per l’Italiano.

Frasi piene di ‘k’, di abbreviazioni che sembrano codici fiscali e di una punteggiatura spesso improbabile. Gli sms prima, le chat poi e i social network adesso, ci hanno regalato nuove bizzarre versioni della lingua italiana, che sembra ormai destinata ad un inglorioso declino.
Ma ora l’Accademia della Crusca, massimo garante della nostra grammatica, mette al bando ogni allarmismo: “Questo tipo di linguaggio influisce meno di quello che si può credere sulla lingua italiana”.
A pronunciare queste inaspettate parole è Claudio Marazzini, presidente dell’Accademia, che rispedisce al mittente ogni crociata anti-social. “Quel tipo di linguaggio molto colloquiale che si usa in internet, quindi quella confusione tra scritto e parlato tipica del mezzo, non è nociva per la lingua italiana. Al tempo del telegrafo la lingua che si usava per comunicare non ha guastato la lingua italiana. Non credo che chi scrive ‘perché’ con la ‘k’ lo faccia sempre. Lo fa solo perché lì deve risparmiare spazio”.
Ben vengano quindi l’uso di nuove tecnologie e di nuovi modi di comunicazione, se magari si continua a esprimere il proprio pensiero anche con altri mezzi. Magari tenendo un classico diario, su carta, e conservando l’abitudine di scrivere a mano, che secondo alcuni studi condotti dalla Princeton University e della University of California favorisce l’apprendimento e in un certo senso rende più intelligenti. In particolare, la scrittura a penna impegnerebbe aree del cervello che di solito vengono trascurate quando si digita un testo al computer, quelle associate alla formazione della memoria.
A minacciare l’italiano e tante lingue straniere dall’estinzione, sempre secondo la Crusca, sarebbe invece l’uso imperante dell’inglese. A svantaggio, ad esempio del tedesco e del francese, spesso più utili a trovare lavoro.
L’Accademia su questo tema si era già schierata pochi anni fa, intervenendo nel dibattito sollevato dall’annuncio dell’allora rettore del Politecnico di Milano, Giovanni Azzone, di voler avviare dal 2013-2014 i corsi magistrali e dottorali solo in inglese, escludendo l’italiano dalla formazione di ingegneri e architetti. Quale che sia la possibile ‘utilità lavorativa’ di una lingua, alla fine questa scelta è stata sconfessata anche dal Tar della Lombardia, che ha ribadito la libertà di docenti e studenti di insegnare e imparare in italiano…
(Da italyjournal.it, 14/7/2015).

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