Crisi delle buone creanze, il linguaggio sfrenato

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Fino a quando, sia pure molto mutilata, l’educazione continua a esistere e noi siamo capaci di conservarne delle tracce, è bene domandarsi quanto ci costi seguitare a perderla. Mi guardo intorno e non trovo le persone educate che non solo vorrei, ma di cui, per come la penso, ci sarebbe gran bisogno. Il vivere civile è fatto, si sa, anche di quei comportamenti, di quel linguaggio, di quella mentalità che, parafrasando il principe di Salina, va sotto il nome di Buone Creanze. Se sono finite le Buone Creanze vuol dire che, ritenuta poco più che un’ingombrante suppellettile, sta scomparendo l’educazione. 
Scomparendo dal nostro linguaggio, innanzitutto. 

La lingua che una volta si diceva ‘d’angiporto’, la lingua dei vicoli e dei bassifondi, si è insinuata nel costume toccando, purtroppo, più o meno tutte le sfere sociali e tutte le età. Ma quel che probabilmente è peggio, visto il predominio del mondo delle immagini su tutti gli altri, la maleducazione è diventata un’abitudine televisiva. 
Lo è diventata fino al punto che alcuni conduttori invitano a bordo dei loro traballanti talkshow  il malparlante doc, colui che pur in possesso di titoli e cultura, usa il turpiloquio per così dire da par suo, pronto a seppellire chiunque, il politico, il ministro, il regista, il letterato, il malcapitato, sotto badilate di improperi. 

Molti anni sono passati da quando la tivù scoprì che le risse davanti alle telecamere facevano salire l’ audience. Da allora è stato tutto un crescendo fino alla scoperta o alla presunzione che, con la rissa e più di essa, paga il turpiloquio. E non per nulla, infatti, lo si trova regolarmente in alcuni programmi televisivi e anche radiofonici, prova ne sia una rubrica concepita apposta, sulla radio confindustriale, per liberi sfoghi a tutto campo. E a chi, tra gli ingenui ascoltatori si meravigliasse della mancata comparizione quantomeno di un cartellino giallo da parte del conduttore, si deve dire che non può essere sanzionato chi è stato ingaggiato per interpretare proprio quella censurabile parte. 

Sono tanti i programmi concepiti, secondo quanto ci viene stamburato, per far conoscere come stanno le cose in questo Paese, per mostrare dove stiamo andando, per capire se e come e quando possa finire la tremenda crisi e, grazie ai politici presenti, agli esperti, agli opinionisti, per offrire al pubblico a casa un contributo di pensiero, riflessione e ragionamento. Ma in più d’uno di questi programmi arrivano invece, a un certo punto, grida sovrapposte, insulti, volgarità e male parole. Ci sono signore in studio? E chi se ne importa? Una volta, se una donna compariva in un gruppo di soli uomini, i toni si adeguavano e la conversazione si ripuliva. Adesso c’è il rischio che la presenza femminile peggiori le cose. 

Ma allora, cos’è diventata l’educazione in questa società? È diventata, semplicemente, un orpello inutile. E non importa che con l’educazione se ne sia andato un modo di vivere, di essere e di sentire. Che se ne sia andata l’eleganza dell’eloquio. Che se ne sia andata la gentilezza. Nei rapporti quotidiani, per strada, nella circolazione, negli uffici, dovunque, la gentilezza è ridotta, là dove ancora s’intravede, a un lume fioco. Eppure, per quanto riguarda il linguaggio, si sente dire che ci sono cose ben più gravi di cui occuparsi, si sente dire che le male parole sono solo uno sfogo, si sente dire (immancabile) che ‘i veri problemi sono altri’. Non si riflette per nulla sul fatto che, già minato degli anglismi di ogni genere, impoverito dal verbo tecnologico, trasformato in una povera cosa dal turpiloquio ricorrente, il nostro linguaggio ha perduto identità, personalità e carattere. Ha perduto distinzione e grazia. Ogni rapporto con la lingua di san Francesco, di Dante, di Leopardi e di Manzoni è smarrito e chi sa vedere registra che non è un idioma a essere sfregiato, ma un patrimonio di secoli, un capitale costato fatiche, impegno, esercizio e studio senza fine.




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