Cossiga l’autonomista

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Il ricordo

Baschi, catalani, sardi: gli amori di un vero autonomista

di STEFANO B. GALLI

Ha voluto il picchetto d’onore della Brigata Sassari per l’estremo saluto, il presidente Cossiga. Nell’inno della gloriosa brigata – erede delle migliori tradizioni isolane (dal Temo de Cerdena dell’età spagnola al Reggimento di Sardegna dell’età sabauda), quella, che nella Prima guerra mondiale combatté sull’Isonzo, a Caporetto e sull’altopiano dei Sette comuni – e nella bandiera dei Quattro Mori, che copriva il feretro, risiede una delle chiavi di lettura più appropriate della, cultura politica di Cossiga.
Pochi lo sanno, ma il cognome – in origine – si pronunciava, con un marcato accento sulla prima sillaba e, dunque, sulla «ò», a indicare l’origine còrsa della famiglia. Autonomismo còrso, autonomismo sardo. Il dna della sua cultura politica era tutto isolano, fortemente autonomista. Era consapevole che «sos Tattarinos han`iscrittu s’istoria», cioè i Sassarini hanno scritto la storia e hanno lasciato un’eredità da onorare sino in fondo.
Non è un caso che, quando militava nei «Giovani Turchi» sassaresi, sul finire degli anni Cinquanta, quasi sempre concludesse i propri appassionati comizi con il grido di battaglia della Brigata: «Ajò, dimonios, avanti forza paris!» (andiamo, diavoli, avanti forza insieme!).
Francesco Cossiga è stato indubbiamente un politico dotato di un senso dello Stato – e della sua «ragione» – come ce ne sono stati pochi nella storia della Repubblica. L’onore con il quale ha rivestito le più alte, prestigiose e ambite cariche istituzionali lo dimostra. Eppure la sua sensibilità per l’autonomismo e per il regionalismo lo rendevano in parte anomalo.
Come noto, una parte della vecchia Dc aveva nelle corde una certa – seppur timida – sensibilità regionalista. Basti ricordare il contributo fornito in tal senso all’Assemblea costituente da alcuni suoi esponenti come Gaspare Ambrosini. Di formazione cattolico liberale, Cossiga amava il filosofo roveretano Antonio Rosmini, che fu un vero federalista; e ne seguì con attenzione il processo di beatificazione. Ammirava pure don Luigi Sturzo che, sulla «Croce di Costantino», lanciò i propri strali contro il centralismo, sino a definirsi un «federalista impenitente».
Cossiga nutriva una sincera ammirazione per il popolo Basco – ma anche per i Catalani – e le istanze autonomistiche contro il centralismo di Madrid, nel segno dell’autodeterminazione dei popoli, che era per lui un principio politico ineludibile. Nei momenti di maggior tensione – durante la stagione del crollo delle ideologie, di Tangentopoli e delle picconate, ma anche dopo – amava soggiornare in Irlanda, a Dublino, e passeggiare nei giardini del Trinity college. Tanto che applaudì con grande simpatia al «no» irlandese al Trattato costituzionale
dell’Ue di due anni fa: «Grazie Irlanda, ora voce all’Europa dei popoli».
Fu amico di Gianfranco Miglio: da giuristi erano uniti nell’«ossessione» per il Leviathan, questo mostro biblico che incarna lo Stato, grande capolavoro istituzionale della civiltà europea occidentale.
Ma in quegli anni l’avventura della statualità in Occidente era giunta al capolinea. Bisognava riformarlo nella sua struttura: a separarli furono le ricette.
All’indomani delle elezioni politiche del 2008, in cui la Lega sfiorò il dieci per cento dei consensi, Cossiga scrisse una lunga lettera a Umberto Bossi sottolineando il federalismo risorgimentale cattolico (Gioberti e Rosmini) e quello laico (Cattaneo e Ferrari). Ma anche il disegno di decentramento amministrativo di Cavour e di
Minghetti. Concludeva ricordando le eroiche gesta della Brigata Sassari e l’autonomismo isolano («il primo partito regionalista fu il Partito Sardo d’Azione»). Chiniamo «su fronte» davanti al Grande Sardo, amico del federalismo e del regionalismo, dell’autonomismo e dell’autodeterminazione dei popoli.
(Da Libero Quotidiano, 20/8/2010).




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