"Cosi’ salveremo l’italiano"

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La Crusca e l’Accademia delle Scienze unite contro gli anglismi

“Cosi’ salveremo l’italiano”

di Maurizio Naldini

da La Nazione, 6/2/2003

Fino a quando, una lingua come l’italiano, deve farsi umiliare da uragani di “trend” e “follow up”, anglismi pronunciati un po’ alla meglio, diventati ormai l’intercalare di chi ostenta un’immagine di se’ internazionale? Forse, questa forma di provincialismo, che sta minando le basi della nostra lingua, e ci toglie in un colpo storia, identita’, ma anche capacita’ di ragionare – perche’ la parola incarna il pensiero di chi ne fa uso – e’ arrivata al capolinea.

La rivolta non e’ piu’ di qualche isolato giornalista, offeso dall’indiscriminato uso degli anglismi fatto dai suoi colleghi, veri e presunti. E non e’ neppure di singole massaie che si ribellano alla pronuncia inglese di un prodotto che si legge benissimo in italiano. A dire basta sono gli uomini di scienza, anzi i membri dell’Accademia nazionale delle Scienze, stanchi di leggere sui testi parole inglesi, con un equivalente anche piu’ preciso in italiano. Per questo l’Accademia delle scienze si e’ rivolta ai colleghi linguisti della Crusca, e insieme hanno organizzato un convegno che da oggi, per tre giorni a Firenze, cerchera’ soluzioni.

“E’ un assurdo – ci dice Francesco Sabatini, che presiede l’Accademia fiorentina – oggi che l’italiano e’ diventato lingua di tutti, l’arrivo indiscriminato degli anglismi rimescola le carte”.

Crea dei nuovi analfabeti?

“In un certo senso. Ristabilisce le distanze fra ambienti socialmente elevati e tutti gli altri. I piu’ modesti avevano finalmente raggiunto il diritto a dir la loro. E adesso si cambiano le regole del gioco”.

C’e’ una proposta di istituire, a questo scopo, un Consiglio superiore della lingua italiana. Che ne pensa?

“E’ una proposta opportuna e urgente. Si tratta di definire i compiti di questo Consiglio. Io non credo che si debba intervenire con divieti sulla grammatica. Occorre pero’ agire sulle categorie che hanno in mano il potere dell’uso della lingua”.

Quali?

“Gli insegnanti, i professionisti della comunicazione, e quanti scrivono leggi e decreti”.

Chi dovrebbe entrare in questa Commissione?

Universitari, studiosi, esperti, nell’ambito delle istituzioni”.

Tre giorni di convegno, dove volete arrivare?

“A diffondere la consapevolezza di quanto sia importante lo strumento della lingua. Che significa identita’,ma non astratta. Per diventare europeo devo pur essere qualcosa. E proprio per stare in mezzo agli altri – popoli o persone che siano – che occorre la certezza di chi siamo”.

Fra l’altro, in Italia, prima ci fu la lingua comune, poi l’Unita’ e quindi gli italiani.

“Certamente. La lingua fu e continua ad essere un collante. Forse il principale”.

Dicono alcuni che e’ assurdo difendere una lingua destinata a soccombere rispetto all’inglese. Lei che ne pensa?

“CHE SE ANCHE DOVESSI CAMBIAR CASA, FRA DUE O TRE GENERAZIONI, NEL FRATTEMPO RESTAURO IL MIO TETTO ED EVITO CHE CI PIOVA DENTRO. La lingua e’ una realta’ dinamica, ma non per questo, per moda, per superficialita’, provincialismo, snobismo o altro, possiamo rinunciarci in pochi anni”.

Si e’ provato a far studiare gli studenti nei testi originali, in inglese. Con quali risultati?

“Poco lusinghieri. Perche’ una cosa e’ conoscere una lingua straniera, un’altra usarla per l’assimilazione di concetti. Per questa operazione, l’ideale resta la lingua madre. Nella quale, il nome ed il concetto arrivano nello stesso istante alla mente del bambino”.

Come intendete agire?

“Ci sono almeno tre livelli di comunicazione che richiedono risposte articolate. Il primo e’ quello della comunicazione scientifica internazionale dove e’ scontato l’uso dell’inglese. Il secondo e’ quello degli studi universitari. E qui, l’uso degli anglismi va accompagnato all’uso del corrispondente italiano. Il terzo e’ quello della divulgazione, dove l’uso di anglismi va ridotto ai soli casi essenziali. Poi, tutti, devono fare la loro parte. E’ inammissibile che dal medico, una persona semplice, si senta proporre parole incomprensibili. I tempi dei “latinorum”, della aristocratica separazione dal mondo dei pazienti, devono finire per sempre”.

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