Così l’Europa ha scaricato il presidente

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COSÌ L’EUROPA HA SCARICATO IL PRESIDENTE

Dal patto di stabilità alla Costituzione Ue, tutti i governi che hanno voltato le spalle a Prodi

Ma guarda tu la nemesi! A volerlo fortemente sulla poltrona di presidente della commissione fu soprattutto Tony Blair. Erano i tempi dell’Ulivo mondiale, dei dialoghi a tre tra l’inquilino di Downing Street, il professore e Bill Clinton a New York. Erano i giorni dei caminetti nel Buckinghamshire a caccia della terza via.
Ma proprio quel Blair che si battè nel ’99 per insediarlo a palazzo Breydel, è diventato col passare dei giorni il nemico numero unom di Romano Prodi. Il più deciso sostenitore del portoghese del centrodestra Durao Barroso, con cui chiudere finalmente quello che ironicamente a Londra hanno soprannominato “il sacro Romano Impero”.
Eh si. Perché il peccato capitole che si addebita all’uscente presidente della Commissione Ue è di aver creduto davvero di poter dirigere l’Europa a suo piacimento, saldando di slancio il peso specifico dei governi. E tra l’altro in un momento in cui (per via della crisi economica seguita all’11 settembre e della guerra al terrorismo) proprio gli stati nazionali hanno mostrato invece risorgenti voglie di protagonismo. Il professore non se n’è accorto, o forse ha fatto spallucce. Dicono di lui a Bruxelles che di solito un presidente della Ue, quando andava a un vertice, cercava di trovare il punto di mediazione tra i vecchi 15 soci, mentre da quando è entrato in scena lui, inevitabilmente le posizioni anziché comporsi diventano 16.
Né sono solo gli inglesi (“La sua performance è stata orrenda”, ha scritto tempo fa il Financial Times) a volerlo dimenticare al più presto,. Francesi e tedeschi non hanno affatto gradito il suo indice puntato contro di loro per lo sforamento del patto di stabilità. Con Chirac le punzecchiature reciproche non sono mancate. Come pure col leader belga Guy Verhofstadt. Con Giscard, ai tempi del varo della costituzione, ebbe uno scontro al calor bianco: “Quella bozza è una delusione. Manca di visione e ambizione ” sentenziò Prodi.
“Ma se è lui che frena ogni cambiamento!” gli rispose a brutto muso l’ex- presidente francese. Ai capi di Stato e di governo non andavano poi giù le indicazioni che il Professore dispensava a piene mani un po’ su tutto. Il patto di stabilità non si tocca, anche se è stupido. L’esercito europeo va fatto. L’idea del super presidente non va bene, perché ci dev’essere solo uno al timone. I commissari devono essere uno per paese e dunque 25 dopo l’allargamento e chi si oppone sbaglia. In Iraq la ricostruzione deve essere affidata all’Onu. Così pian piano è andato montando il malumore generalizzato contro chi pensava di poter costruire una nuova Europa a prescindere dai paesi che ne fanno parte. Tanto che già un anno fa le sue richieste di maggior di maggior sostegno economico erano rispedite in malo modo al mittente. Il 15 dicembre scorso,sulla sua scrivania apparve una lettera di Schroder (Germania), Balkanende (Olanda), Persson (Svezia), Shuessel (Austria), Blair (Gran Bretagna) e Chirac (Francia) che gli facevano notare senza troppi giri di parole come i “cittadini europei non capirebbero bene perché il bilancio (della Ue, ndr) debba aumentare mentre tutti i governi sono costretti a piani di rigore e contenimento della spesa”.
Il professore la prese male: “Con un budget del genere non sarà possibile realizzare quello che gli Stati membri e altri si attendono da noi. Né i miracoli sono la mia specialità!”. Di litigi e impuntature sono costellati i quasi 2000 giorni trascorsi tra Bruxelles, Strasburgo e i viaggi nel resto del mondo. Col commissario tedesco all’allargamento Verheugen, che avrebbe preferito una adesione distanziata dei nuovi 10, furono scintille. Col portoghese Vitorino e il francese Varnier- inviati alla Costituente come rappresentanti della commissione- non pochi scontri dopo che Prodi rivelò di avere un suo progetto personale per la nuova Carta europea. Anche con Javier Solana, parecchie le diatribe e le incomprensioni. “Se l’Europa avesse una voce sola -gli scappò- potrebbe avere una grande influenza nella politica mondiale. Invece ci ridono dietro!”. Quella voce, beninteso, credeva dovesse essere la sua. Non parliamo poi degli scontri in campo aperto con Berlusconi – il professore non faceva nulla per dissimulare la propria ostilità durante il semestre di guida italiano- ma è con gli americani che va registrata la frattura più profonda. A Bruxelles, negli ambienti diplomatici non sono pochi ad affermare come Prodi, vista la piega presa dalle cose poco prima dell’attacco all’Iraq, avrebbe dovuto far da pontiere tra Stai Uniti e Vecchio continente.
Lui invece ha scelto di aderire personalmente all’asse Parigi- Berlino, attaccando quei premier (Blair, Berlusconi, Aznar, Durao Barroso ed altri) che avevano scelto la linea della solidarietà con Washington.
Insomma, Prodi avrebbe dovuto essere- come prevedono etichetta e prassi- un presidente super partes. Ha finito invece per apparire un uomo di parte, anzi di partito: il suo. E questa non è cosa che gli si perdonerà facilmente Anche in futuro.

Alessandro M. Caprettini
Da Roma
Il giornale 01. 02. 2004, p.6

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