Cosa ci rivela il vocabolario di The Donald.

Posted on in Politica e lingue 36 vedi

Cosa ci rivela il vocabolario di The Donald.

di Alexander Stille.

Quando due senatori repubblicani hanno osato criticare l’ordine di vietare l’entrata negli Usa di immigrati provenienti da sette Paesi musulmani, il neo presidente Donald Trump ha sparato contro di loro un paio di tweet piuttosto violenti. Li ha definiti «tristemente deboli» e li ha accusati di volere causare addirittura una Terza guerra mondiale. Così ha messo insieme due dei suoi insulti preferiti: “sad” (triste) e “weak” ( debole). Ha usato poi un linguaggio simile dando della «traditrice» alla ministra ad interim della Giustizia che ha rifiutato di eseguire l’ordine presidenziale sul bando, accusandola di essere «molto debole» in fatto di immigrazione. Fino alla recente citazione dei «bad hombres», per invitare le autorità messicane a controlli più serrati sul flusso migratorio.
Queste sue continue sparate possono essere interpretate in vari modi. Da una parte sono sintomi della personalità puerile e narcisistica di Trump, insulti da cortile della scuola da parte di chi non lascia mai cadere neanche una critica senza rispondere per le rime. Allo stesso tempo, certe uscite riflettono la filosofia di fondo del neo presidente; basta pensare che nel 1987 scrisse in un libro: “Se fotti me, ti fotto dieci volte”.
Tuttavia, su un piano più profondo, il lessico di Trump rappresenta una rivoluzione. Una rivoluzione del linguaggio politico. Un linguaggio che ha diversi aspetti caratterizzanti. È molto semplice, fatto di frasi corte e parole monosillabiche. Secondo le analisi linguistiche, Trump usa un vocabolario dal sesto grado delle scuole elementari. Ma dire che parla come un sempliciotto è troppo riduttivo.
Le etichette che Trump ha inventato per i suoi avversari “Low Energy” ( Bassa Energia ) per Jeb Bush, “Lyin` Ted” (bugiardo Ted) per Ted Cruz, “piccolo Marco” per Marco Rubio e Crooked Hillary ( Corrotta Hillary) – sembrano insulti adolescenziali, ma hanno funzionato: attaccandosi alle “vittime” e funzionando nell’opinione pubblica come delle cornici per poi vedere effettivamente tali queste persone.
Anche Winston Churchill preferiva le parole monosillabiche anglosassoni alle parole lunghe di origine latina. Trump tende a mettere insieme una serie di frasi corte, una dopo l’altra come una raffica di mitra: «Il nostro Paese potrebbe funzionare molto meglio». «Abbiamo accordi commerciali pessimi». «Il nostro Paese non funziona». «Tutti vincono tranne noi». «Abbiamo bisogno di vittorie». «Non abbiamo più vittorie». «Il nostro Paese sarà grande di nuovo. Ma ora il nostro Paese ha grossi problemi».
Trump finisce le sue frasi con delle parole-chiave che vuole rimangano nella testa dei suoi ascoltatori: non funziona, pessimi, vittorie, problemi. Queste frasi sembrano dei cazzotti.
Il neo capo della Casa Bianca è anche molto ripetitivo, cosa che può non piacere a taluni, ma che ha una sua efficacia, come sanno bene i pubblicitari. Ha detto il linguista George Lakoff: «Più sentiamo una parola, più viene attivato un circuito nel cervello. Trump ripete: vincere, vincere, vincere. Vinceremo talmente tanto che ci stancheremo di vincere».
Trump divide sempre il mondo in una serie di divisioni binarie: molto cattivo-ottimo, stupido-intelligente, debole-forte, orribile-fantastico, perdente-vincente. Naturalmente, lui è sempre nella seconda categoria: «Se uno è molto intelligente, è molto intelligente come sono io». E la sua compagnia è «fantastica», «la migliore».
Il linguaggio di Trump è super iperbolico: per lui i quartieri neri americani sono «una zona di guerra», dominati da «bande criminali, droga e povertà»; il Paese in genere assiste ad una «mattanza americana» dove «fabbriche arrugginite sono sparse per il paesaggio come tombe». Un linguaggio decisamente ombroso e negativo. Il New York Times, durante la campagna elettorale, ha analizzato una settimana di discorsi di Trump, trovando che le parole da lui usate più spesso erano: “stupido” (trenta volte), “orribile” ( 14 volte), “debole” ( 13 volte ). Così lui tende ad attaccare le persone e non le istituzioni o le idee.
Trump viola quasi tutte le norme di quel che molti ritengono essere un buon linguaggio politico. Indugia in violenza, volgarità, insulti, autocelebrazione, cattiva sintassi, eccessiva ripetitività. Esagera, si contraddice, viene colto in menzogne facili. Trump fa e dice cose che rappresenterebbero un suicidio politico per altri politici. Eppure, in lui, tutto questo funziona – almeno per circa la metà degli americani. Perché? Giusto perché il suo modo di fare lo distingue dagli altri politici, soprattutto dai politici tradizionali. Le cadute di buon gusto rappresentano delle rotture. Per un pubblico disilluso, i bei discorsi sembrano artefatti, studiati e fatti per ingannare. I suoi, no.
Quando, in un forum online, qualcuno ha chiesto se il tanto vantarsi da parte di Trump potesse davvero far riscuotere a lui successo, c’è chi ha risposto: «Amiamo un leader che mostra sicurezza e successo, poi ci piace da morire come lui manda in bestia i liberai e gli intellettuali che ci trattano sempre con disprezzo».
Così, fiducia nelle istituzioni, nella politica e nei media sono ad un punto particolarmente basso negli Usa. E non solo qui. Allo stesso tempo, si assiste ad una risalita dei valori autoritari: persone che dicono, per esempio, di apprezzare di più nei loro figli rispetto per l’autorità piuttosto che l’indipendenza. «Gli americani che hanno un orientamento fortemente autoritario sono più propensi a dire che il Paese ha bisogno di un leader che infrange le regole per mettere a posto le cose», ha scritto recentemente il commentatore Thomas Edsall. Gli italiani, in particolare, dovrebbero capire la rivoluzione linguistica-politica del trumpismo. Il fascismo è stato preceduto e accompagnato da una simile rottura nei discorsi pubblici. Gabriele D`Annunzio ha coniato molte delle frasi che sono diventate le parole d’ordine del fascismo: “Me ne frego”. “A noi!”. “O giungere o spezzare”. Spiegando la popolarità di “me ne frego”, D’Annunzio disse: «La mia gente non ha paura di nulla, nemmeno delle parole».
(Da La Repubblica, 3/2/2017).

{donate}




0 Commenti

Ancora non ci sono commenti
Lasciane uno tu per primo!
You need or account to post comment.