Corsi universitari in lingua Inglese? Quasi esclusivamente al Nord – e nelle regioni centrali e pochissimi per le lauree di primo livello.

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In Italia si moltiplicano, ma l’accesso è difficile.

Corsi in inglese, la grande chance di arrivare prima.

Ma la Corte costituzionale ha bocciato gli insegnamenti dai quali sia completamente assente la lingua di Dante Alighieri.

Salvo Intravaia.

Corsi universitari in lingua Inglese? Quasi esclusivamente al Nord – e nelle regioni centrali e pochissimi per le lauree di primo livello. Per gli studenti che volessero seguire un corso di studi in lingua inglese le possibilità non sono molte nel Belpaese. Anche perché recentemente la Corte costituzionale si è espressa sull’opportunità di organizzare singoli insegnamenti, e a maggior ragione interi corsi universitari, in lingua straniera in quanto i giudici costituzionali hanno ribadito la centralità della lingua italiana nell’offerta formativa delle università statali, bocciando i corsi universitari dai quali sia completamente espunto l’impiego didattico della lingua di Dante. Il pronunciamento prende le mosse da una decisione assunta alcuni anni fa dal Politecnico di Milano che aveva deciso di erogare corsi di laurea magistrale e di dottorato esclusivamente in lingua inglese. Ma quante chance ha uno studente di seguire un corso in inglese? Non molte per le lauree triennali e a ciclo unico ( Medicina, Farmacia ed altre): solo 14 su mille e quasi tutti concentrati negli atenei delle regioni settentrionali e dell’Italia centrale. Tra queste le lauree in Medicina in lingua inglese, presenti soltanto in 10 atenei: Aldo Moro di Bari, statale di Milano, Federico II e Vanvitelli di Napoli, Pavia, La Sapienza e Tor Vergata di Roma, come università statali, e la Cattolica S. Cuore, Humanitas e S. Raffaele a Milano. Tra i corsi erogati nella lingua di Shakespeare c’è anche l’unico corso di Farmacia presente in Italia: a Tor Vergata. Abbastanza ampia, ma solo dopo avere conseguito il titolo di primo livello, la scelta per le lauree magistrali: le specialistiche di durata biennale, che vengono erogate totalmente in lingua inglese nel 12 per cento dei casi. Nell’anno accademico 2016/2017 sono ben 243 i corsi di studio in lingua inglese su un totale di 2.012. Ma in sei casi su dieci concentrati nelle regioni settentrionali. Coloro che hanno voglia di cimentarsi in un corso di questo tipo deve mettere in conto un paio d’anni da trascorrere in Lombardia, in Emilia Romagna o in Trentino Alto Adige, le tre regioni col maggior numero di percorsi. In testa a tutti, l’Alma Mater di Bologna – con due corsi triennali in ambito economico ( Business and Economics/Economia e gestione di impresa e Economics and Finance /Economia e Finanza) e 11 lauree magistrali e il Politecnico di Milano, con 23 lauree specialistiche in inglese. Nelle regioni centrali, è La Sapienza di Roma che garantisce il maggior numero di corsi in lingua inglese: 11 magistrali e due triennali ( Bioinformatica e Infermieristica). Al Sud pochissime opportunità. E quanta voglia hanno gli studenti di imbarcarsi in uno studio complicato da un idioma non familiare? «Ad oggi sempre più università scelgono di erogare corsi di laurea ed insegnamenti in lingua inglese, tanto che la loro crescita è diventata in questi giorni materia di intervento giudiziario», dichiara Elisa Marchetti, coordinatrice nazionale dell’Unione degli Universitari. Ma nonostante il pronunciamento dei giudici costituzionali gli studenti sembrano apprezzare. «Riteniamo positiva la volontà di dare sempre più una dimensione internazionale ai corsi di laurea delle nostre università, ma ribadiamo come non sia questo l’unico aspetto per far tornare attrattivi i nostri atenei per gli studenti stranieri». Il motivo? «È necessario ripensare anche il ruolo dell’insegnamento della lingua inglese in ogni ordine e grado dell’istruzione italiana» continua la Marchetti, «si corre il rischio che la scelta di alcuni atenei di istituire interi corsi di laurea solo in lingua inglese rappresenti un ostacolo insormontabile per studenti che negli anni hanno accumulato, in parte per proprie colpe ma soprattutto pér via di un sistema formativo che non investe. Lacune tali da impedire definitivamente l’accesso a questi percorsi».
(Da La Repubblica, 20/3/2017).

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