Corsi esclusivamente in inglese al Politecnico di Milano: stupidità come metodo di governo.

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Corsi esclusivamente in inglese al Politecnico di Milano.

Stupidità come metodo di governo.

Pierre Frath, Università di Reims Champagne-Ardenne.

“Una delle maggiori università italiane passa al 100% inglese” ci informa il sito di Slate il 14 giugno 2012. Dall’anno accademico 2014/2014 i master e i dottorati del Politecnico di Milano, una delle più antiche università italiane, saranno esclusivamente in inglese.
Le ragioni che giustificano tale decisione sono ormai più che note: facilitare l’accesso degli studenti al mondo del lavoro, aumentare la visibilità internazionale dell’università, attirare il talento, vale a dire studenti e professori migliori. Il rettore dell’università sostiene che “gli studenti potranno solo trarre vantaggio da un tale cambiamento, nessuno lo nega”. Viene precisato che gli studenti stranieri “dovranno obbligatoriamente frequentare corsi di lingua e cultura italiana”.
Il giornalista non accenna alcuna critica. Si limita a ricordare che Luc Chatel, precedente Ministro dell’Educazione, aveva riferito che i francesi conoscono poco le lingue straniere, “una grave debolezza della Francia”. Sembra che non ci sia nulla da dire; i media lo considerano un fatto normale. Nel 2010 mandai un articolo a Monde intitolato “L’insegnamento e la ricerca devono continuare a essere fatti in francese, in università in cui si parli il francese”. Ignorato dal “quotidiano della sera”, l’articolo venne pubblicato sul sito dell’Associazione dei Professori di Lingue Moderne (APLV, Association des Professeurs des Langues Vivantes) e ripreso da molti altri siti e riviste. Tornando al caso italiano, è evidente che si tratta di un grosso errore. Risponderò quindi al rettore punto per punto.

1) “Facilitare l’accesso degli studenti al mercato del lavoro”

Sì, senza dubbio la conoscenza dell’inglese è ritenuta basilare per molti lavori. In ogni caso, il motivo per cui questo dovrebbe portare a un’educazione esclusivamente in inglese non è chiaro. Per poter migliorare la situazione in modo significativo, provvedere i mezzi per l’insegnameto delle lingue nelle università sarebbe già un primo passo. Una ricerca che ho condotto nel 2008 nella mia università ha rivelato che il tempo che gli studenti dedicano allo studio di una lingua è mediamente di un’ora a settimana, ma meno localmente (Tenendo inoltre in considerazione solo l’università come luogo di studio di una lingua, questa media si riduce). Nel frattempo, abbiamo istituito una “Casa delle Lingue”, basata sul principio del self-learning, che migliora le cose. Ciò nonostante, l’idea che le lingue possano passare sotto il controllo di una ‘Casa delle Lingue’, un Servizio Pubblico, non piace alle facoltà. Ad ogni modo, il loro fallimento è sotto gli occhi di tutti: la maggior parte degli studenti del primo anno ha un livello A2/B1, livello che non aumenta durante il proseguimento degli studi. Un insegnamento universitario totalmente in inglese sarebbe problematico, a meno che non venisse introdotta una selezione basata sul livello di lingua, a sua volta fonte di ulteriori problemi. L’inglese, infatti, è una materia secondaria, e usarla come filtro per l’ammissione all’università vorrebbe dire impedire l’accesso a quelli che non hanno avuto la possibilità di imparare l’inglese, ovvero le classi più basse della società. Una selezione basata sull’inglese è una selezione sociale. Una selezione che comporta un deficit democratico e un monopolio sull’educazione e sui lavori più prestigiosi da parte delle classi benestanti.

2) “Aumentare la visibilità internazionale dell’università”

È vero, alcuni programmi prestigiosi in inglese danno una certa visibilità alle università, anche in Francia. Ma quello che spesso dimentichiamo, è che nel nostro paese ci sono centinaia di programmi di studio in francese altrettanto prestigiosi, che attirano motli studenti stranieri che hanno imparato il francese proprio per poter seguire questi corsi. Questo li distingue dai banali diplomi detti ‘internazionali’, quelli in inglese. I master in inglese uccideranno la francofonia: gli studenti stranieri non vedranno più il motivo di imparare il francese dal momento in cui in Francia tutto sarà in inglese. Che cosa si intende quindi con ‘visibilità’? Sicuramente non quella della culture locali!

3) “Attirare talento”

Quali sono gli studenti stranieri che si iscriveranno al Politecnico di Milano? Non gli inglesi nativi, spesso rintanati nella loro cultura. Possono benissimo fare a meno di quel corso in inglese, la loro cultura è quella che domina e influenza le altre. Per esempio, si interessano pochissimo della musica, della letteratura e del cinema stranieri; la loro ricerca, specialmente in campo umanistico e delle scienze sociali, ignora quasi totalmente la ricerca non anglofona. Per questo non si iscriveranno mai in massa a un’università straniera, anche se i corsi sono in inglese. Né ci saranno studenti stranieri talentuosi con una buona conoscenza dell’inglese: questi studenti generalmente preferiscono l’originale alla copia, e si iscriveranno alle università anglosassoni. Così rimarranno gli studenti competenti che sanno male l’inglese (bisognerebbe offrire loro lezioni di inglese, in modo tale che raggiungano un buon livello) e gli studenti incompetenti, ma bravi in inglese.
Per quanto riguarda i professori, assisteremo a due fenomeni paralleli. Le lezioni saranno tenute in inglese da professori non nativi, spesso con difficoltà, e non sarà facile per gli studenti seguire. I professori prepareranno in anticipo le lezioni in inglese, che poi leggeranno, rendendo difficile per gli studenti la loro comprensione. Inevitabilmente la qualità dell’insegnamento si abbasserà: meno improvvisazione, meno adattamento al pubblico, ripetizione di ciò che non è stato capito, ecc. A una conferenza sul multilinguismo tenuto a Freiburg (Germania) nell’aprile 2012, una collega dell’Università di Almeria (Spagna) ha presentato le politiche del suo istituo per quanto riguarda i master in inglese. Il livello minimo richiesto dai professori è il B2, per gli studenti B1. Che beneficio potranno mai trarre degli studenti di livello B1 da dei professori di livello B2? Altri studi hanno mostrato che il livello di studi dei corsi internazionali (in inglese) è minore degli studi in lingue locali. Un’altra tendenza è quella di assumere insegnanti nativi inglesi. Ma è così che si assumerà il meglio? Questi insegnanti preferiranno lavorare nelle prestigiose università di Inghilterra e Stati Uniti piuttosto che accettare una posizione da qualche parte in Europa. Inoltre, il talento locale verrà sradicato: la preferenza andrà infatti a professori che sono meno competenti, ma con un buon inglese. In ogni caso, se tutti vorranno “attirare il meglio”, si tornerà allo statu quo ante, ma in inglese, e con una qualità minore.

4) “Gli studenti potranno solo trarre vantaggio da un tale cambiamento, nessuno lo nega”

 Che legga quest’articolo!

5) “Frequentare corsi di lingua e cultura italiana”

 È una misura senza senso, una tinta italiana su un insegnamento in inglese di basso livello. È la pillola da indorare ai sostenitori del multilinguismo, che si accontentano con poco. Una vera forma di multilinguismo, invece, sarebbe per esempio permettere a uno studente della Cecoslovacchia di studiare in italiano in Italia, e in altre lingue in altri stati.

Conseguenze della dominazione dell’inglese

Per concludere, menzionerò alcuni fatti che riguardano la dominazione dell’inglese nella ricerca e nell’insegnamento.
La ricerca sta gradualmente passando all’inglese. Lo ha già fatto nelle scienze e nelle tecnologie, mentre le scienze umane resistono ancora. Ci sono comunque diversi pericoli. Primo fra tutti è che la ricerca anglofona non è interessata a sua volta alla ricerca non-anglofona. Questo è particolarmente grave nelle scienze umane e sociali, dove la ricerca anglofona spesso non è la migliore. La perdita delle tradizioni locali sarà una perdita per tutti.
Le lingue maggiori come il francese, il tedesco, l’italiano, il russo ecc. stanno perdendo il loro status di lingue universali, cioè quelle lingue in cui si può esprimere tutto. La maggior parte delle lingue non è universale. I locutori di queste lingue che hanno studiato in una lingua straniera non sono più in grado di esprimere tutto quello che sanno o pensano nella loro lingua materna. Questo fenomeno sta già colpendo l’italiano, in particolare nel campo delle scienze, delle tecnologie e della ricerca. Sia o no un’altra lingua, l’inglese non li disturba in alcun modo. Questo è per esempio il caso della Finlandia. Si tratta di una situazione diversa da quella delle lingue che, come il francese, possiedono una tradizione ricca e antica, e che permetterà ai suoi locutori di esprimere tutto ancora per alcuni anni. Lasciare che queste lingue perdano la loro universalità sarebbe un disastro non solo per i suoi locutori, ma anche per gli stranieri, che non potendo imparare queste lingue saranno privati dei benefici di quella stessa lingua e non avranno scelta se non vedere il mondo attraverso occhi anglosassoni.
Generalmente, quando i locutori di una certa lingua arrivano alla conclusione che la loro lingua materna non è universale, o non lo è più, si viene a sviluppare una richiesta irresistibile per una lingua franca universale, che poi diventa la lingua dell’educazione, specialmene di alto livello, come per i master o i dottorati. Il francese è l’unica lingua che viene usata per l’istruzione nell’Africa francofona, dove i locutori istruiti stanno abbandonando le loro lingue ancestrali. È attraverso questo meccanismo, ben noto ai sociolinguisti, che le lingue regionali sono sparite. È questo che vogliamo? Il minimo che possiamo fare è parlarne democraticamente e non lasciare che i rettori prendano decisioni affrettate. Sarebbe normale, inoltre, che i giornalisti facessero il loro lavoro di inchiesta e d’informazione in modo corretto. Certo, è difficile. Il processo di assimilazione linguistica è lento, inconscio e può sembrare un fenomeno del tutto normale. Mentre tutto ciò sta accadendo sotto i nostri occhi con l’inglese, le reazioni sono minime. Le elite francesi si sono già convertite all’inglese. Che succeda anche col resto della popolazione, è solo questione di tempo. Questo segnerà l’inizio della fine della nostra lingua e della nostra cultura.
Fortunatamente, la volontà di iniziativa per una politica linguistica può spesso migliorare le cose in modo significativo. Nel 1863, il Parlamento della Finlandia decise di dichiarare il finlandese lingua ufficiale al pari dello svedese. Senza questa decisione, che ha influenzato l’intero sistema educativo e amministrativo, è probabile che il finlandese sarebbe stato parlato solo da una minoranza, come l’occitano, il basco, il bretone e l’alsaziano nel nostro paese.
Curiosamente, per quanto sappia, non ci sono studi sociologici o antropologici sulle cause dell’adozione dell’inglese come lingua di istruzione, né sulle possibili conseguenze sociolinguistiche ed economiche. Ragioni pragmatiche come quelle avanzate dal rettore dell’Università milanese sono ridicole e possono essere smontate con facilità. Proprio sotto i nostri occhi si sta sviluppando un fenomeno molto complesso che potrebbe essere capito attraverso gli strumenti che l’antropologia, la sociologia e la sociolinguisitica hanno a disposizione.
Traduzione: Isabella Mancini. 
(Da observatoireplurilinguisme.eu, luglio 2014).




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