CORSERA/POLIMI: Saremo tutti studenti inglesi?

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SAREMO TUTTI "STUDENTI INGLESI"?

Corriere della Sera – Sette (Franca Porciani). 26 aprile 2012

Fa discutere la decisione del Politecnico di Milano di abolire l’italiano nel biennio finale
PIU’ CHE UN PASSO AVANTI NELLA FORMAZIONE SEMBRA UN IMPOVERIMENTO CHE INCHIODA L’IDIOMA DI DANTE AL PASSATO. E C’È CHI SOSTIENE CHE SI DOVREBBE COSTRUIRE UN LINGUAGGIO SCIENTIFICO MADE IN ITALY. MASI, DELLA SOCIETÀ DANTE: «CORRIAMO DIETRO AL MITO DI UNA LINGUA "FRANCA" CHE VADA BENE OVUNQUE, MA È UN ERRORE»

Cercare di arginare i fenomeni che avvengono nel mondo è un’utopia: l’inglese è la lingua della scienza e della tecnica; lo è sia a livello teorico sia a livello operativo; è fuori discussione».
Giovanni Azzone, Rettore del Politecnico di Milano (36mila iscritti fra ingegneria, architettura e design), è graniticamente convinto della sua proposta, divenuta scelta dopo il voto positivo del Senato accademico: a partire dal 2014, il biennio di specializzazione e i dottorati avranno esclusivamente l’insegnamento in inglese.

Scompare l’italiano o, meglio, viene "abolito", gran brutta parola che nei giorni scorsi ha sollevato proteste un po’ dappertutto, ma soprattutto fra i puristi della lingua, convinti, all’unisono o quasi, che una scelta di questo tipo riduca l’italiano a un dialetto arcaico.

L’offerta del doppio binario, ovvero la possibilità del corso di laurea anche in inglese pur mantenendo l’offerta formativa fondamentale in italiano, è già stata fatta da alcune facoltà di medicina, la privata VitaSalute del San Raffaele di Milano nel 2010 (circa 60 iscritti ogni anno) e le università di Pavia e La Sapienza di Roma, entrambe pubbliche.

Ma il binario unico è un’altra cosa perché salta a piè pari lo sforzo di costruire un lessico scientifico in italiano, sforzo che ancora oggi si traduce in "ibridi" indigeribili – basti pensare a termini come proteomica o genomica –, o si arrende troppo facilmente davanti a parole che sembrano intraducibili, come scaffold o stent.

Ne è convinta Emilia Chiancone, docente emerito di biologia molecolare all’università La Sapienza di Roma, presidentessa dell’Accademia Nazionale delle Scienze: «Non si può privare l’italiano del linguaggio tecnico in un periodo di grande e rapidissimo sviluppo della scienza e della tecnologia, che, per così dire, invadono la vita di tutti i giorni.
Serve piuttosto il contrario: gli studiosi devono sforzarsi di tradurre in tempi rapidi i termini scientifici per far sì che entrino nell’uso comune.
D’altro canto, perché l’insegnamento sia efficace, e qui si parla di corsi universitari, è necessario che non solo il docente, ma anche il "discente" padroneggi la lingua.
Altrimenti si aggiunge un ostacolo linguistico alle difficoltà già insite in quella disciplina».

Su posizioni analoghe Alessandro Masi, segretario generale della Società Dante Alighieri, che mette in guardia da un atteggiamento riduzionista nei confronti dell’italiano che, ancora oggi, è la quarta lingua di cultura più studiata al mondo.
«Mentre nelle università americane si impara l’italiano» dice Masi, «noi qui rincorriamo il mito di una lingua "franca" che funzioni in tutto il mondo.
Un impoverimento pericoloso e un sintomo di provincialismo».

Sulla stessa linea Nicoletta Maraschio, presidentessa dell’Accademia della Crusca: «Attenti a non farsi influenzare da semplificazioni che nascondono rischi sociali importanti: dando per scontato che la lingua esclusiva della scienza e della tecnica sia l’inglese, non ci preoccupiamo della "comprensione pubblica" di questo sapere, ovvero di comunicarlo ai non addetti ai lavori, al grande pubblico».

Viene in mente il referendum sulla fecondazione assistita del 2005, dove l’incapacità di comprendere il senso di termini come omologa, eterologa e gameti ha influito, e non poco, sull’insuccesso della consultazione.

Allora tutti d’accordo: lunga vita all’italiano nelle nostre università, che resta lingua a pari merito per le facoltà umanistiche e per quelle scientifiche? Pare di sì.

Ma ecco che salta fuori una voce fuori dal coro: Luigi Luca Cavalli-Sforza, il padre degli studi sulla genetica delle popolazioni, professore emerito all’università di Stanford in California, una vita in giro per il mondo, per molti anni negli Stati Uniti.
«A me la scelta del Politecnico di Milano sembra ragionevole e coraggiosa anche se non è facile prevederne i risultati» commenta lo scienziato; «può migliorare la formazione degli studenti e facilitarli nella scelta, eventuale, di andare all’estero».

Ma non dovevamo riportare in Italia i nostri cervelli?

Il Politecnico di Milano, fondato nel 1863: i suoi campi di studio sono ingegneria, architettura e design.
Per attirare i docenti stranieri, l’investimento è di tre milioni 200mila euro




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