Corsera: Viaggi annullati, gli Usa cancellano Parigi dalla mappa

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Viaggi annullati, gli Usa cancellano Parigi dalla mappa

Un ristorante in provincia abolisce le patatine «French Fries»

DAL NOSTRO INVIATO
NEW YORK – I primi a scattare sull’attenti sono stati i redneck , i colli arrossati dal sole della middle America: perché, si sa, prendono sempre tutto sul serio. Sono loro, i tostissimi provinciali tifosi di Bush e del suo governo di texani, quelli che hanno deciso subito di svuotare sdegnati per strada le riserve di Bordeaux e Moët & Chandon dei ristoranti e delle cantine, togliere dall’armadio la cravatta Hermès del matrimonio, cancellare il viaggio in Provenza della prossima estate: in breve, nientemeno che boicottare la Francia. Dietro di loro si sono allineati i soliti furbi: osti, baristi, negozianti che hanno capito come strombazzare la guerra ai prodotti francesi fosse un modo sicuro per finire sui giornali e farsi comunque pubblicità gratis.
L’eroe che tiene assieme le due categorie è un astuto
redneck di Boford, North Carolina, Neal Rowland, direttore di un ristorante della catena Cubbies . Neal giura di averne discusso prima col professore di storia del liceo di Boford: «Siccome, durante la prima guerra mondiale, il nome dei crauti fu cambiato in “cavoli della libertà”, tac, mi è venuta l’idea». Un’idea talmente stupida da avere successo: un bel giorno, da Cubbies hanno smesso di servire le «french fries», ovvero le patatine fritte, e nel menu le hanno sostituite con le «freedom fries», cioè le patatine della libertà, pronipoti dei gloriosi cavoli antitedeschi.
Giocando sui nomi il prodotto non cambia, ma pare che il tratto di penna sull’odiosa parola «French», francese, abbia procurato a Neal onori e consensi: « Il sostegno della gente è enorme, riceviamo telefonate da tutto il mondo». New York, disincantata e liberal nonostante tutto, si tiene abbastanza fuori da questa corsa un po’ unta al patriottismo. Da Artisanal , aroma parigino in pieno East Side, nemmeno la prenotazione basta a evitarvi mezz’ora di fila per provare la mitica fondue ; il nemico non pare Chirac ma il colesterolo. Boicottaggio? Il giovanotto del ricevimento sorride: «Pas encore» . E’ vero che, qualche avenue più a ovest, nel distretto teatrale, Bob «Rosy» Rosecrans proclama lotta dura dal suo bar storico, più volte immortalato nelle scene del Padrino : «Senza i nostri ragazzi in Normandia, quei vigliacchi parlerebbero tutti tedesco. Io non servo più champagne, fine della storia». Ma Ellis Henican, sul Newsday , gli ricorda: «Senza l’appoggio francese alla nostra rivoluzione, noi saremmo una colonia di Tony Blair».
La verità è che questo boicottaggio a macchia di leopardo sembra per ora più proclamato che praticato.
Seguendo un invito che viene addirittura dallo speaker repubblicano alla Camera, Dennis Hastert, molti importatori americani hanno annunciato all’ultima fiera del rosso toscano di avere smesso di acquistare vini francesi.
Ma Roberto Luongo, direttore del nostro Istituto per il commercio con l’Estero, scuote la testa: «Dovessi dire, tirando le somme a settembre prossimo, quanto avrà influito sui prodotti francesi questo boicottaggio, beh, non mi aspetto niente di tanto rilevante». La verità, che mai nessuno ammetterebbe, è che gli italiani non staranno lì a menar gramo ma, zitti zitti, un po’ ci sperano: vini, abbigliamento, vacanze, la nostra offerta non è poi così diversa da quella d’Oltralpe… I francesi, per ora, fanno semplicemente finta di nulla, per non aggravare la situazione. Nathalie Loiseau, la portavoce dell’ambasciata a Washington, ci dice: «Non vogliamo reagire in eccesso. Grazie a Dio, nessuno dei nostri connazionali qui si lamenta di essere boicottato». Girano battute, tra un bicchiere di bianco californiano e l’altro: «Andare in guerra senza i francesi è come andare a caccia senza la fisarmonica». Ma madame Loiseau non fa una piega: «Sono tensioni ricorrenti tra i nostri Paesi, però gli americani sono saggi, non mi aspetto niente di male». Bisogna andare a parlare con l’addetto alla sezione economica, Oudot de Denville, per cogliere toni meno asettici: «Paura? Ne abbiamo di sicuro. Non abbiamo indicazioni, ma lei potrà certamente trovare qualche ristorante che non vende più vino francese. Ci danno addosso tv come la Fox e anche tv locali. Ma gli americani devono ricordare che le nostre economie sono legate. Nel 2000 almeno mezzo milione di posti di lavoro in America veniva da nostri investimenti. Se c’è un effetto negativo, saremo colpiti noi e loro. Assieme».
Scava, scava, non è dunque solo folclore. Rina Anoussi, agente di viaggio di lungo corso a New York, dice: «Siamo pieni di cancellazioni. La gente non vuole più Parigi o Saint-Tropez per l’estate». Tuttavia lo stupidario è talmente vasto da gettare ancora una luce surreale sulla scena. Da un
talk show di Nashville: «Ascoltatori, boicottiamo l’alleato traditore. Basta col vino francese, i berretti francesi, le paste francesi! Facciamo eccezione solo per il bacio alla francese». Ammettetelo, patrioti americani: il «freedom kissing», o bacio della libertà, mette tristezza persino a voi.

Goffredo Buccini

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