Corriere della Sera: Salvate le lingue dal monopolio dell’inglese

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26.10.2003|Corriere della Sera

Anche i britannici contrari allo strapotere del proprio idioma. A Stoccolma è nata la Federazione delle istituzioni linguistiche nazionali

Salvate le lingue dal monopolio dell'inglese

di Francesco Sabatini*

Sul terreno delle lingue la diplomazia e la politica ufficiale dei Paesi dell'Unione Europea procedono «a passi tardi e lenti»: temono il confronto o scontro dei nazionalismi, e quelli linguistici spesso non sono meno accesi degli altri. In materia, infatti, la nascente Carta costituzionale europea si tiene sulle generalissime: riafferma la parità delle lingue. Il mondo della scienza, qui la scienza delle lingue, in cui si respira tutt'altra atmosfera, ha fatto invece passi velocissimi per aprire la via a un'idea del tutto nuova: ha dichiarato che tutte le lingue europee sono patrimonio comune di ogni abitante del continente. Come l'ambiente, il clima, la purezza delle acque. È questo il traguardo raggiunto, in cinque anni di intenso lavoro, dal più folto gruppo mai riunito di istituzioni e accademie che si occupano di lingua nei 15 (finora ) Paesi dell'Unione: dopo gli incontri tenuti a Bad Homburg (1999), a Mannheim (2000), a Firenze (2001), a Bruxelles (2002), ora a Stoccolma è stata costituita la «Federazione Europea delle Istituzioni Linguistiche Nazionali». La Federazione ha la sua Carta fondamentale nelle «Raccomandazioni» che furono impostate a Mannheim e definite e sancite a Firenze, nella nostra Accademia della Crusca. Il principio del «patrimonio comune» può apparire astratto, in realtà non lo è: esso si traduce, per cominciare, nell'indicazione dell'obbligo, per tutti i cittadini d'Europa, di raggiungere «il plurilinguismo individuale», cioè l'obbligo di conoscere, in misura certo variabile, almeno altre due lingue europee oltre la propria; a partire, s'intende, da una sicura padronanza di questa, parlata e scritta. Dunque, viene chiamata subito in causa la scuola con i suoi ordinamenti, che sono ben da rivedere per assicurare sì la conoscenza generalizzata della lingua «panterrestre» (come ama chiamarla il nostro poeta Zanzotto), ma per evitare il precoce monoesterolinguismo che penalizza tutte le altre lingue. Da precisare: questi principi sono condivisi e sottoscritti dal rappresentante anglosassone, il direttore, nientemeno, dell'«Oxford English Dictionary»?

I rappresentanti delle istituzioni federate (Accademie storiche, come la Crusca e quella di Spagna, l'Istituto CNR per il grande Vocabolario dell'italiano e l'impresa di Oxford, e i numerosi organismi di vario tipo distribuiti dai Paesi nordici alla Grecia e al Portogallo) non sono sognatori provenienti da circoli di provincia, ma hanno lunghe carriere di studio e concrete esperienze di estesi programmi di lavoro. Conoscono il potere – fortemente innovatore, appunto – delle tecnologie applicate ai problemi delle lingue e dell'educazione.

Sarà questo il tema dell'incontro che sarà definito in dicembre a Firenze (Istituto CNR diretto da Pietro Beltrami, e Crusca) e sarà dibattuto ampiamente a Parigi nel settembre 2004. Ma hanno anche forte e vivo il senso della storia, così intrinsecamente legato al concetto di lingua e di cultura, tanto da saper configurare un sano rapporto tra le lingue nazionali moderne, pilastri del patrimonio culturale del continente, e le lingue classiche da una parte (da tutti riconosciute come un fondamento dell'Europa unita) e le tradizioni linguistiche regionali e popolari dall'altra. Avvertono anche il dinamismo degli attuali processi geopolitici e demografici, che li spingono a guardare alle nuove frontiere allargate dell'Unione e a non ignorare la presenza delle lingue «immigrate».

Questa sorta di Consiglio delle lingue d'Europa ha forse qualcosa di epocale; non poteva essere da meno perché i linguisti hanno, forse più di altri esperti di scienze umane, il senso della «lunga durata» della storia. Partecipando ai lavori di questo consesso e ascoltando riferimenti e argomenti che rimbalzavano dal banco di un greco o di una finlandese a quello di un italiano o belga o tedesco, si poteva avere l'impressione che continuamente su uno schermo invisibile davanti a noi scorresse la vicenda delle millenarie migrazioni dei popoli, indoeuropei e di altro ceppo, attraverso le terre e i mari d'Europa, venuti in questo spazio per convivere, infine, e non solo per aggredirsi.

Sapranno i politici, ai quali spetta il compito di spianare la strada alle realizzazioni concrete, dare ascolto alle proposte della scienza linguistica?

(*) Presidente dell'Accademia della Crusca

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E.R.A.
E.R.A.

<DIV id=RTEmultiCSSID style="POSITION:Relative; FONT-FAMILY:Arial"><FONT size=2><P>26.10.2003|Corriere della Sera</P><P align=center><EM>Anche i britannici contrari allo strapotere del proprio idioma. A Stoccolma è nata la Federazione delle istituzioni linguistiche nazionali</EM></P><P align=center></P></FONT><H3 align=center>Salvate le lingue dal monopolio dell'inglese</H3><H6 align=center>di Francesco Sabatini*</H6><FONT size=2><P align=justify>Sul terreno delle lingue la diplomazia e la politica ufficiale dei Paesi dell'Unione Europea procedono «a passi tardi e lenti»: temono il confronto o scontro dei nazionalismi, e quelli linguistici spesso non sono meno accesi degli altri. In materia, infatti, la nascente Carta costituzionale europea si tiene sulle generalissime: riafferma la parità delle lingue. Il mondo della scienza, qui la scienza delle lingue, in cui si respira tutt'altra atmosfera, ha fatto invece passi velocissimi per aprire la via a un'idea del tutto nuova: ha dichiarato che tutte le lingue europee sono patrimonio comune di ogni abitante del continente. Come l'ambiente, il clima, la purezza delle acque. È questo il traguardo raggiunto, in cinque anni di intenso lavoro, dal più folto gruppo mai riunito di istituzioni e accademie che si occupano di lingua nei 15 (finora ) Paesi dell'Unione: dopo gli incontri tenuti a Bad Homburg (1999), a Mannheim (2000), a Firenze (2001), a Bruxelles (2002), ora a Stoccolma è stata costituita la «Federazione Europea delle Istituzioni Linguistiche Nazionali». La Federazione ha la sua Carta fondamentale nelle «Raccomandazioni» che furono impostate a Mannheim e definite e sancite a Firenze, nella nostra Accademia della Crusca. Il principio del «patrimonio comune» può apparire astratto, in realtà non lo è: esso si traduce, per cominciare, nell'indicazione dell'obbligo, per tutti i cittadini d'Europa, di raggiungere «il plurilinguismo individuale», cioè l'obbligo di conoscere, in misura certo variabile, almeno altre due lingue europee oltre la propria; a partire, s'intende, da una sicura padronanza di questa, parlata e scritta. Dunque, viene chiamata subito in causa la scuola con i suoi ordinamenti, che sono ben da rivedere per assicurare sì la conoscenza generalizzata della lingua «panterrestre» (come ama chiamarla il nostro poeta Zanzotto), ma per evitare il precoce monoesterolinguismo che penalizza tutte le altre lingue. Da precisare: questi principi sono condivisi e sottoscritti dal rappresentante anglosassone, il direttore, nientemeno, dell'«Oxford English Dictionary»? </P><P align=justify>I rappresentanti delle istituzioni federate (Accademie storiche, come la Crusca e quella di Spagna, l'Istituto CNR per il grande Vocabolario dell'italiano e l'impresa di Oxford, e i numerosi organismi di vario tipo distribuiti dai Paesi nordici alla Grecia e al Portogallo) non sono sognatori provenienti da circoli di provincia, ma hanno lunghe carriere di studio e concrete esperienze di estesi programmi di lavoro. Conoscono il potere - fortemente innovatore, appunto - delle tecnologie applicate ai problemi delle lingue e dell'educazione.</P><P align=justify>Sarà questo il tema dell'incontro che sarà definito in dicembre a Firenze (Istituto CNR diretto da Pietro Beltrami, e Crusca) e sarà dibattuto ampiamente a Parigi nel settembre 2004. Ma hanno anche forte e vivo il senso della storia, così intrinsecamente legato al concetto di lingua e di cultura, tanto da saper configurare un sano rapporto tra le lingue nazionali moderne, pilastri del patrimonio culturale del continente, e le lingue classiche da una parte (da tutti riconosciute come un fondamento dell'Europa unita) e le tradizioni linguistiche regionali e popolari dall'altra. Avvertono anche il dinamismo degli attuali processi geopolitici e demografici, che li spingono a guardare alle nuove frontiere allargate dell'Unione e a non ignorare la presenza delle lingue «immigrate». </P><P align=justify>Questa sorta di Consiglio delle lingue d'Europa ha forse qualcosa di epocale; non poteva essere da meno perché i linguisti hanno, forse più di altri esperti di scienze umane, il senso della «lunga durata» della storia. Partecipando ai lavori di questo consesso e ascoltando riferimenti e argomenti che rimbalzavano dal banco di un greco o di una finlandese a quello di un italiano o belga o tedesco, si poteva avere l'impressione che continuamente su uno schermo invisibile davanti a noi scorresse la vicenda delle millenarie migrazioni dei popoli, indoeuropei e di altro ceppo, attraverso le terre e i mari d'Europa, venuti in questo spazio per convivere, infine, e non solo per aggredirsi.</P><P align=justify>Sapranno i politici, ai quali spetta il compito di spianare la strada alle realizzazioni concrete, dare ascolto alle proposte della scienza linguistica?</P><P></P><P>(*) Presidente dell'Accademia della Crusca </P><P></P></FONT></DIV>[addsig]

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