Corpo universitario bocciato in italiano

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Il caso

Uno studio di Dora De Maio sulla conoscenza che il corpo universitario ha della lingua

I nostri accademici sgrammaticati

Usano male l’italiano: ignorano la sintassi e sono maestri dell’anacoluto

di Giorgio De Rienzo

Tullio De Mauro nel 2004 ha dato una radiografia impietosa della cultura italiana: «Più di due milioni di adulti sono analfabeti completi, quasi quindici milioni sono semianalfabeti, altri quindici milioni sono a rischio di ripiombare in tale condizione e comunque sono ai margini delle capacità di comprensione» necessarie «in una società che voglia non solo dirsi, ma essere democratica». Sul banco degli imputati va la scuola, come è ovvio. Ma ogni categoria accusa l’altra. I professori universitari si lamentano che la scuola mandi a loro studenti in stato disastroso, i docenti delle superiori di ricevere allievi impreparati dalle medie e i loro colleghi delle medie puntano il dito contro i maestri. Francesco Sabatini ha più volte sottolineato che dovrebbe essere radicalmente migliorata la «competenza linguistica», dai maestri elementari ai professori universitari, e ha affermato che «gli addetti ai lavori dovrebbero dimostrare – magari anche con esami appositi – la loro capacità di comunicare in buon italiano e non italianese». Un’azione efficace non può che partire dal vertice di questa piramide in rovina e finalmente, sull’ultimo numero di Lingua Italiana d’oggi, Dora De Maio affronta il problema dell’Italiano dei (super?) colti: cioè la lingua dei docenti universitari. L’analisi non è astratta, ma prevede una verifica sul campo in cui si analizzano dispense e libri di ricercatori, professori associati e ordinari dell’Università di Salerno, scelta perché nelle graduatorie della classifica nazionale di qualità stilata dal Censis è in una posizione superiore alla media degli atenei italiani. Il quadro è disarmante a tutto campo. Si inizia da punteggiatura e grafie errate per arrivare a un lessico approssimativo e quindi a una sintassi traballante, ricca di anacoluti e deficitaria di congiuntivi: insomma un campionario d’errori da matita blu, che si estende poi a un periodare zeppo di ripetizioni e spesso ricco di tautologie. Incominciamo dalla punteggiatura. La virgola è messa fra soggetto è predicato («Questi studi, arricchiranno la base descrittiva della conoscenza del bambino») oppure fra predicato e oggetto: «È stato spesso rilevato che gli adulti manifestano, una grande similarità». Il campionario prevede l’inserimento abusivo di una virgola tra il nome e aggettivo, prima di complementi indiretti retti da un sostantivo oppure scompare là dove dovrebbe esserci. E così accade per punti e virgola e due punti che vengono inseriti nelle frasi spesso a caso. Avanti con coraggio. I professori universitari spesso dimenticano le regole elementari dell’ortografia nel mettere o togliere accenti a capriccio: capita di leggere in dispense e libri monosillabi accentati senza ragione come «fà», «sò» e «sà», altri in cui l’accento si sostituisce all’apostrofo («và» per «va’ », «pò» per «po’ ») altri in cui l’accento viene dimenticato: «Ciò che da forma ai comportamenti umani». E con gli apostrofi non va meglio. Accade che in un dire molto compiaciuto con paroloni da far paura un misero apostrofo a sproposito crei quasi un effetto surreale: «Per un verso, rappresenta una conseguenza della costituzione della psicologia in quanto disciplina, da un’altro, si connota come fondamentale per la creazione della disciplina stessa». Con la sintassi è facilissimo incontrare accordi errati di genere e numero, incertezze nell’uso delle preposizioni, e anche anacoluti. Ecco un brano esemplare: «A proposito degli scritti di argomento socio-antropologico digiacomiano gli si potrebbe obiettare un’analisi della realtà abbastanza mistificante». Qui si riesce a infilare tra un doppio aggettivo da far accapponare la pelle e un altro preceduto da un generico avverbio (un «abbastanza» insignificante), un «gli» del tutto fuori posto. E poi c’è quasi un pudore a usare il congiuntivo, magari una volta sì e l’altra no, come capita in questo brano sconquassato: «La tecnica è frequente nel teatro di Bracco; nella rilettura di un testo, spesso accade che una battuta viene rielaborata come se l’autore preoccupato di adattare un stile troppo letterario, troppo discorsivo abbia pensato di renderlo più funzionale alla rappresentazione, trasformando, pertanto, la scrittura letteraria in una scrittura scenica». L’accoppiata tra forma e contenuto resta tutta da decifrare. Dove l’accademia dà il meglio di sé è nell’invenzione di neoformazioni da brivido. «Il traguardare, mediante la tecnica della dissolvenza permette di riportare in superficie un’altra immagine; la fa affiorare come accadrà, a Ceylon, col fascio di orchidee che sotto i suoi occhi si metamorfisce in un paesaggio fantastico». «Metamorfire» è il suggello di un dire che vuole sfiorare la poesia e cade nel kitsch. Ma capita anche di peggio. Un professore riesce a inventare un significato nuovo del verbo «svanire», in luogo di «far svanire»: «Il trascorrere del tempo mescola e svanisce la storia, i destini, le tracce “in un mare di lava e di scorie”». Un frase da brivido. Ha ragione Sabatini: i professori universitari dovrebbero essere riesaminati nella loro competenza linguistica.

(Dal Corriere della Sera, 26/7/2008).

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Daniela Giglioli
Daniela Giglioli

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Tullio De Mauro nel 2004 ha dato una radiografia impietosa della cultura italiana: «Più di due milioni di adulti sono analfabeti completi, quasi quindici milioni sono semianalfabeti, altri quindici milioni sono a rischio di ripiombare in tale condizione e comunque sono ai margini delle capacità di comprensione» necessarie «in una società che voglia non solo dirsi, ma essere democratica». Sul banco degli imputati va la scuola, come è ovvio. Ma ogni categoria accusa l'altra. I professori universitari si lamentano che la scuola mandi a loro studenti in stato disastroso, i docenti delle superiori di ricevere allievi impreparati dalle medie e i loro colleghi delle medie puntano il dito contro i maestri. Francesco Sabatini ha più volte sottolineato che dovrebbe essere radicalmente migliorata la «competenza linguistica», dai maestri elementari ai professori universitari, e ha affermato che «gli addetti ai lavori dovrebbero dimostrare - magari anche con esami appositi - la loro capacità di comunicare in buon italiano e non italianese». Un'azione efficace non può che partire dal vertice di questa piramide in rovina e finalmente, sull'ultimo numero di Lingua Italiana d'oggi, Dora De Maio affronta il problema dell'Italiano dei (super?) colti: cioè la lingua dei docenti universitari. L'analisi non è astratta, ma prevede una verifica sul campo in cui si analizzano dispense e libri di ricercatori, professori associati e ordinari dell'Università di Salerno, scelta perché nelle graduatorie della classifica nazionale di qualità stilata dal Censis è in una posizione superiore alla media degli atenei italiani. Il quadro è disarmante a tutto campo. Si inizia da punteggiatura e grafie errate per arrivare a un lessico approssimativo e quindi a una sintassi traballante, ricca di anacoluti e deficitaria di congiuntivi: insomma un campionario d'errori da matita blu, che si estende poi a un periodare zeppo di ripetizioni e spesso ricco di tautologie. Incominciamo dalla punteggiatura. La virgola è messa fra soggetto è predicato («Questi studi, arricchiranno la base descrittiva della conoscenza del bambino») oppure fra predicato e oggetto: «È stato spesso rilevato che gli adulti manifestano, una grande similarità». Il campionario prevede l'inserimento abusivo di una virgola tra il nome e aggettivo, prima di complementi indiretti retti da un sostantivo oppure scompare là dove dovrebbe esserci. E così accade per punti e virgola e due punti che vengono inseriti nelle frasi spesso a caso. Avanti con coraggio. I professori universitari spesso dimenticano le regole elementari dell'ortografia nel mettere o togliere accenti a capriccio: capita di leggere in dispense e libri monosillabi accentati senza ragione come «fà», «sò» e «sà», altri in cui l'accento si sostituisce all'apostrofo («và» per «va' », «pò» per «po' ») altri in cui l'accento viene dimenticato: «Ciò che da forma ai comportamenti umani». E con gli apostrofi non va meglio. Accade che in un dire molto compiaciuto con paroloni da far paura un misero apostrofo a sproposito crei quasi un effetto surreale: «Per un verso, rappresenta una conseguenza della costituzione della psicologia in quanto disciplina, da un'altro, si connota come fondamentale per la creazione della disciplina stessa». Con la sintassi è facilissimo incontrare accordi errati di genere e numero, incertezze nell'uso delle preposizioni, e anche anacoluti. Ecco un brano esemplare: «A proposito degli scritti di argomento socio-antropologico digiacomiano gli si potrebbe obiettare un'analisi della realtà abbastanza mistificante». Qui si riesce a infilare tra un doppio aggettivo da far accapponare la pelle e un altro preceduto da un generico avverbio (un «abbastanza» insignificante), un «gli» del tutto fuori posto. E poi c'è quasi un pudore a usare il congiuntivo, magari una volta sì e l'altra no, come capita in questo brano sconquassato: «La tecnica è frequente nel teatro di Bracco; nella rilettura di un testo, spesso accade che una battuta viene rielaborata come se l'autore preoccupato di adattare un stile troppo letterario, troppo discorsivo abbia pensato di renderlo più funzionale alla rappresentazione, trasformando, pertanto, la scrittura letteraria in una scrittura scenica». L'accoppiata tra forma e contenuto resta tutta da decifrare. Dove l'accademia dà il meglio di sé è nell'invenzione di neoformazioni da brivido. «Il traguardare, mediante la tecnica della dissolvenza permette di riportare in superficie un'altra immagine; la fa affiorare come accadrà, a Ceylon, col fascio di orchidee che sotto i suoi occhi si metamorfisce in un paesaggio fantastico». «Metamorfire» è il suggello di un dire che vuole sfiorare la poesia e cade nel kitsch. Ma capita anche di peggio. Un professore riesce a inventare un significato nuovo del verbo «svanire», in luogo di «far svanire»: «Il trascorrere del tempo mescola e svanisce la storia, i destini, le tracce "in un mare di lava e di scorie"». Un frase da brivido. Ha ragione Sabatini: i professori universitari dovrebbero essere riesaminati nella loro competenza linguistica. <br /><br />
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