Convegno a Toronto sull”italiano fuori dall’Italia

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Conto alla rovescia per il convegno sull’italiano

L’evento è stato organizzato dall’Istituto Italiano di Cultura e dal Frank Iacobucci Centre for Italian Studies

di LETIZIA TESI

Due giorni per parlare della nostra lingua: come sta, come si è evoluta, come viene trasmessa, recepita, insegnata e quali sono le sfide che l’attendono in futuro.
Si parlerà di tutto questo nel convegno Italian Outside of Italy, the Situation in Canada, Usa and the English-Speaking World.
L’evento è organizzato dall’Istituto Italiano di Cultura di Toronto e dal Frank Iacobucci Centre for Italian Canadian Studies, che si svolgerà venerdì e sabato negli spazi dell’Università di Toronto (Charbonnel Lounge, St. Michael’s College, University of Toronto, 81 St. Mary Street).
Tanti gli enti che hanno voluto partecipare sponsorizzando il convegno – il Centro scuola e cultura italiana, il Department of Italian Studies del St. George Campus, l’Emilio Goggio Chair in Italian Studies, il Department of Language Studies dell’Università di Mississauga e l’Office of Vice-Principal, Research dell’Università di Mississauga – ma soprattutto tanti i nomi di prestigio, che parteciperanno al convegno da tutto il mondo, Italia compresa ovviamente.
«L’idea del convegno è nata riflettendo sul tema della X Settimana della Lingua Italiana nel Mondo, che quest’anno è dedicata proprio al tema dell’italiano nostro e degli altri – spiega Adriana Frisenna, Assistent Director dell’Istituto Italiano di Cultura – Abbiamo pensato che fosse arrivato il momento di fare il punto sia sull’evoluzione che sulla presenza dell’italiano all’estero e in particolar modo nel mondo anglofono. La collaborazione con il Centro Iacobucci è stata spontanea: è il partner naturale al quale rivolgersi dal momento che si occupa proprio di tenere viva l’attenzione per l’italiano e le sue varie forme». Il convegno si articola in sessioni tematiche, che prendono in esame vari aspetti dell’italiano all’estero: dalla produzione letteraria all’insegnamento, dal ruolo dei media alla nascita e allo sviluppo dell’italiese. «Parlare dell’italiano all’estero vuol dire anche parlare della produzione letteraria in lingua inglese di autori di origine italiana – dice Frisenna, spiegando come è stato declinato il tema del convegno – del ruolo che rivestono i media nella diffusione della nostra lingua, ma anche e soprattutto della didattica e della presenza dell’italiano nelle istituzioni scolastiche». Grande importanza sarà data anche «all’evoluzione e all’adattamento dell’italiano alla realtà anglofona, e quindi anche all’italiese, un fenomeno in via d’estinzione con le seconde e terze generazioni di italo-canadesi, visto che era nato come lingua di contatto con i primi immigrati italiani e più da esigenze lessicali che sintattiche».
Adriana Frisenna, oltre ad aver contribuito attivamente a organizzare il convegno, interverrà come relatrice sul ruolo che riveste l’Istituto di Cultura di Toronto nella promozione della nostra lingua. «Nei nostri corsi di italiano vogliamo porre l’accento sulla lingua d’uso, sviluppando la capacità di utilizzarla a scopi attivi per agire con i parlanti di lingua italiana. Naturalmente – continua Frisenna – i nostri corsi sono strutturati sulla base dei principi ispiratori del quadro comune europeo di riferimento della lingua».
«È già tutto nel titolo – esordisce il professor Michael Lettieri del dipartimento di lingue dell’Università di Mississauga parlando del convegno – “L’italiano fuori dall’Italia” è un argomento che ci tocca direttamente perché sono temi che viviamo tutti i giorni, non solo dentro l’università». Per questo, secondo il professore dell’Università di Mississauga dovrebbe partecipare anche la comunità, non solo gli accademici. «Il convegno, poi – sottolinea Lettieri – mette bene in evidenza il fatto che l’università di Toronto è sempre più un laboratorio, che restituisce all’esterno quello che studia, approfondisce e “produce”. Lo dimostrano i tanti nomi di studiosi locali, che sono stati invitati perché hanno prodotto alcuni dei più importanti studi in materia, ma anche quelli molto prestigiosi dei professori che hanno accettato di partecipare da ogni parte del mondo, dagli Stati Uniti come dall’Italia. E poi – scherza Lettieri – è la riprova del fatto che non ci fossilizziamo solo sullo studio di autori come Petrarca o Pietro l’Aretino, come faccio io – ride – ma che, attraverso lo studio di uno strumento importantissimo come la lingua, cerchiamo anche di capire meglio noi stessi».
«Fin dai suoi inizi, attorno alla seconda metà dell’800, il dipartimento di italiano della University of Toronto ha fornito un contributo decisivo nella divulgazione della lingua e della cultura italiane – spiega il professor Salvatore Bancheri, direttore del Centro Iacobucci – non solo nella società culturale canadese, ma anche all’intero del continente nordamericano. L’importanza e l’incidenza di questo contributo sono il frutto di una capacità organizzativa e logistica che il dipartimento ha sviluppato nel corso degli anni, sia grazie al prestigio acquisito che alla centralità che la cultura italiana occupa nel tessuto sociale di Toronto, dove vive la più grande comunità di italiani all’estero. Il convegno organizzato dal Iacobucci Centre – continua Bancheri – è la dimostrazione concreta di tutti questi fattori. Solo l’importanza assunta dagli studi italiani a Toronto e l’organizzazione che riescono a mettere in campo possono mettere in evidenza, attraverso un congresso internazionale, un argomento come quello della diffusione e della divulgazione della lingua, della letteratura e della cultura italiane all’estero e, in particolar modo, in Nordamerica. E solo un dipartimento come quello d’italianistica di Toronto, inoltre, poteva riuscire ad attirare specialisti di calibro dall’Italia in grado di discutere di questa diffusione. Il Iacobucci Centre si conferma dunque – conclude Bancheri – la sede ideale per la discussione, la promozione e lo studio dell’italianità nel mondo e, soprattutto, in Nordamerica. Non solo attraverso l’attività online e la produzione di testi, ma anche tramite la continua organizzazione di attività scientifiche conferma se stesso e il dipartimento che lo ospita istituzioni di punta dell’insegnamento dell’italianistica fuori dall’Italia».
Tra gli ospiti dell convegno spiccano i nomi della professoressa Nicoletta Maraschio (Accademia della Crusca), del professor Katerin Katerinov (Università per Stranieri di Perugia), della professoressa Carla Marcato (Università di Udine), del professor Giulio Lepschy e della professoressa Laura Lepschy, del professor Massimo Vedovelli (Università per Stranieri di Siena).
Alla fine verranno pubblicati gli atti del convegno.
(Da Corriere Canadese, 19/10/2010).
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«Vitalità della lingua italiana»

Il Rettore dell’Università di Siena tra i protagonisti del convegno di Toronto

di CATERINA ROTUNNO

La lingua italiana come sintesi di un mondo di valori positivi per vincere la competizione con le lingue globali e per attirare capacità imprenditoriali in grado di creare un vero e proprio distretto produttivo linguistico. Una interpretazione e una prospettiva nuova e moderna che guarda al futuro della lingua del Belpaese minacciata da continui tagli ai fondi statali rivolti alla sua diffusione nel mondo. È la proposta del prof. Massimo Vedovelli, Rettore dell’Università per Stranieri di Siena e tra i massimi esperti italiani di linguistica; numerose le sue pubblicazioni sull’uso e sulla storia dell’italiano come lingua parlata dalle comunità di emigranti; molto intensa la sua attività di collaborazione con le istituzioni italiane quali parlamento e ministero degli Affari esteri in tema di linguistica e lessico dell’italiano parlato dagli stranieri. Numerose le presenze in Comitati scientifici di progetti nazionali e internazionali di ricerca sociolinguistica e glottodidattica.
Il prof. Vedovelli sarà a Toronto per partecipare, con un suo intervento, alla conferenza “Italian outside of Italy”, che si terrà il 22 e 23 ottobre presso il St. Michael’s College dell’University of Toronto .
Lo raggiungiamo in videoconferenza all’Università di Siena per parlare del futuro della lingua italiana sia nel nostro Paese così come nel mondo, dove – tiene a sottolineare il prof. Vedovelli – « il nostro idioma si posiziona al quarto, quinto posto quale lingua maggiormente richiesta e studiata, e al secondo per visibilità. Infatti, camminando in una qualsiasi capitale estera, nelle piazze e nelle strade, le insegne, i manifesti, le pubblicità sono scritte, prima di tutto, nelle lingue del luogo, poi in inglese e quindi in italiano. E questo avviene non soltanto nei luoghi dove sono presenti le comunità dei nostri emigranti, quale testimonianza del carattere di lingua etnica. L’utilizzo delle scritte e dei nomi in lingua italiana, è sempre più frequente in quanto evocano valori positivi di gusto, di creatività che permettono al nostro idioma di essere uno dei più letti e studiati. Inoltre – continua il prof. Vedovelli – dalla fine degli anni ‘90 inizio del nuovo millennio, l’italiano è studiato non solo come “lingua di cultura”, ovvero come porta di accesso ad una cultura intellettuale, ma anche come lingua con la quale si può lavorare, perché l’Italia è tra i primi dieci Paesi industrializzati, esporta beni e servizi in tutto il mondo; la dieta mediterranea è italiana, la moda italiana è famosa ovunque, e in tal senso potrebbero essere citati tanti altri esempi».
La lingua italiana è pronta ad affrontare le sfide della globalizzazione?
«La lingua italiana non può certo entrare in competizione con lingue come l’inglese, ma la sua diffusione avviene proponendo valori non alternativi ma complementari a quelli della lingua globale, legati al gusto, al buon gusto, alla creatività. I consumatori esteri scelgono il prodotto italiano, anche se in competizione con altri prodotti, perché vedono in esso quei valori distintivi della cultura, della civiltà e della tradizione del nostro Paese.
Molto spesso però noi italiani non sappiamo più vedere queste tracce che ci riportano alla nostra storia e alla nostra civiltà; stiamo assistendo ad un fenomeno di cecità e di sordità che ha radici profonde e spiega anche il disinteresse degli italiani nell’apprendimento delle altre lingue. Invece, a mio parere, la nostra lingua si diffonderà nel mondo, ancor più di come faccia adesso, non perché avremo governi che metteranno più risorse economiche e finanziarie a disposizione, ma perché decideremo di studiare le lingue degli altri Paesi, quando i nostri ragazzi inizieranno a studiare il cinese, l’arabo, il russo, il giapponese».
A questo proposito l’Università per Stranieri di Siena ha fatto una scelta di politica culturale ben precisa aprendosi anche all’insegnamento di altre lingue.
«La nostra esperienza in questo senso all’Università di Siena sta dando dei risultati molto positivi. Proprio per questo motivo sono convinto che l’Italia dovrebbe fare una scelta etica di apertura all’insegnamento e all’incentivazione dell’apprendimento di altre lingue, con conseguente maggiore attenzione alle culture di altri popoli che, a loro volta, potranno dare un ritorno in termini di interesse e studio della nostra lingua. L’Italia sta vivendo una rivoluzione linguistica molto profonda, dovuta alla presenza di 130 nuove lingue. Si è creato un quarto polo linguistico relativo a queste nuove lingue di immigrazione, dopo quelli tradizionali della lingua ufficiale, del dialetto e delle antiche minoranze linguistiche. Da ricerche che si stanno realizzando sul campo, emerge che circa un buon 5% dei bambini di genitori italiani dichiarano di conoscere, oltre all’italiano, al dialetto, all’inglese che imparano a scuola, anche lingue come l’arabo o il cinese che hanno imparato dai loro compagni di scuola. In futuro bisognerà vedere se questo 5% aumenterà. Queste rilevazioni comunque, fanno emergere un fenomeno di profondo cambiamento nella nostra società, cambiamento che deve necessariamente essere gestito, secondo una logica di politica culturale, da tutte le istituzioni italiane preposte, a partire dalle università, dal ministero dell’Istruzione fino ad arrivare al ministero degli Affari Esteri. Di fondamentale importanza l’interazione di tutti questi soggetti con la controparte estera per coordinare gli interventi e le politiche rivolte ad una maggiore diffusione della lingua italiana. L’obiettivo è quello di cooperare tutti insieme per sviluppare un progetto di crescita comunicativa della collettività italofona e di coloro che guardano alla nostra lingua e alla nostra cultura».
Lei parla di una carenza di approccio all’industrializzazione della lingua italiana, cosa intende con questo?
«Il terreno positivo per la diffusione dell’italiano, creato dall’insieme di valori che esso evoca, a mio parere, è in grado di alimentare un processo dal basso che testimonia la grande potenzialità della nostra lingua. In Italia assistiamo ad una continua riduzione delle risorse istituzionali, gestite in modo non coordinato, tanto da avere una certa difficoltà nel parlare di una “politica linguistica italiana”: nulla di paragonabile con quello che mette in campo la Francia o la Cina. Il governo cinese, ad esempio, ha deciso che la sua lingua dovrà divenire la più studiata nel mondo e di conseguenza sta investendo notevoli risorse finanziarie.
Nel nostro Paese, invece, alle poche risorse e a interventi istituzionali poco coordinati, si va a sommare la mancanza di una “industria della lingua italiana”: in Italia sono poche le case editrici che si stanno orientando in tal senso; mi risulta che ce ne sia solo una che stia investendo in tecnologia applicata allo studio della lingua italiana. Di conseguenza, finché non potremo contare su un “distretto produttivo della lingua italiana” che generi imprenditorialità, non potremo mai competere con le industrie produttive delle lingue inglese, francese, cinese, spagnolo e altri ancora».
Perché manca questa industria culturale?
«Prima di tutto perché gli imprenditori non vedono nella lingua un ritorno al loro investimento, per cui manca una cultura in tal senso, manca un approccio di industrializzazione alla lingua italiana. Fino ad oggi, infatti, la nostra lingua veniva vista solamente quale oggetto di cultura intellettuale, senza renderci conto che questa dimensione genera un basso valore economico, mentre una visione differente potrebbe generare posti di lavoro. Dunque è necessario che nelle università e nell’industria italiana si lavori in modo coordinato creando figure professionali che possano trovare uno sbocco nel mondo del lavoro oppure possano creare imprese in questo settore. Si tratta di dar vita a un tessuto industriale appetibile per l’imprenditoria, di investire e, nello stesso tempo, creare un sapere in grado di valorizzare la nuova identità delle nostre comunità all’estero, ancora identificate, nell’immaginario collettivo, con vecchi stereotipi. Questo tipo di approccio permetterebbe di riportare la lingua e la cultura italiana ad una visione di sistema e ad una logica produttiva».
A suo parere esiste, all’interno dei confini nazionali del nostro Paese, la consapevolezza delle grandi potenzialità che la lingua italiana può avere?
«Credo che in Italia la percezione della grande vitalità della nostra lingua sia di gran lunga inferiore a quella che si ha all’estero: pensiamo al fenomeno, sempre più di moda, della coniazione di una nuova terminologia che fa riferimento alla nostra semantica: il “freddoccino”, ad esempio, parola che non rientra nel nostro lessico quotidiano e che quindi in Italia non viene compresa, all’estero è molto diffusa e viene utilizzata per indicare un cappuccino freddo; è stata inventata da una multinazionale che ha dovuto creare un nome che doveva sembrare italiano. Questi fenomeni sono importanti segnali di vitalità della nostra lingua, una vitalità che si esprime e viene riconosciuta fuori dai confini nazionali mentre all’interno del Paese sembra non essere più percepita».
Quale dovrebbe essere il ruolo della stampa estera per aiutare la lingua italiana a mantenere e sviluppare ulteriormente i suoi aspetti di vitalità e modernità in particolare verso i giovani ?
«Proprio in questi giorni sto completando, con i miei collaboratori, la prima storia linguistica dell’emigrazione italiana, dove ho voluto lanciare una sorta di provocazione: i nostri governi hanno sempre pensato che la lingua italiana fosse già diffusa tra le nostre comunità all’estero, ma sbagliavano prospettiva. La prima ondata di emigranti era dialettofona. Soltanto in anni recenti, grazie proprio ai mass media e quindi alla televisione italiana che ha potuto trasmettere in tutto il mondo e alla stampa all’estero, le comunità di emigranti sono state esposte ad usi vivi della lingua italiana e la nostra lingua si è potuta diffondere nel mondo. I giovanissimi- discendenti di italiani all’estero – quindi, non hanno l’italiano nel proprio patrimonio di competenze, venendo a rappresentare per loro una vera e propria lingua straniera che, come tale, al momento della scelta, deve competere con tutte le altre lingue. Proprio per questo motivo bisogna far in modo che emergano quei valori positivi della lingua italiana in grado di invogliare questi giovani a riavvicinarsi alle proprie origini, anche se a volte l’immagine che essi hanno dell’Italia è spesso distorta e legata a ricordi e situazioni del passato.
Nel riconsiderare l’italiano come una nuova lingua, sarà necessario formare adeguatamente gli insegnanti, utilizzare i mezzi di comunicazione quali televisioni italiane all’estero e giornali come il vostro, per esibire questi usi vivi della lingua divenendo anch’essi strumenti didattici impliciti.
Il vostro ruolo è di grande importanza e implica una responsabilità di etica linguistica. Sarà proprio dalla capacità e qualità di scrittura dei mezzi di comunicazione presenti all’estero, che dipenderà la capacità di far penetrare, tra le giovani generazioni, modelli di uso linguistico chiari ed efficaci che possano conquistare le nuove generazioni e spingerle a scegliere la lingua italiana. In qualche modo siete anche voi maestri di lingua».
(Dal Corriere Canadese, 12/10/2010).




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