Contro il «re» dollaro nasce l’asse India-Cina

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Aumentano i Paesi che si smarcarno dalla valuta Usa
Contro il «re» dollaro nasce l’asse India-Cina
di Morya Longo

La Cina ha iniziato a comprare e vendere petrolio dalla Russia pagandolo in yuan invece che in dollari. L'India ha avuto la stessa idea: da qualche mese acquista il petrolio iraniano direttamente in rupie. Cina, Giappone e Corea intendono firmare un accordo che li svincoli dalla dipendenza dal dollaro nei loro rapporti commerciali. Pechino sta siglando contratti di currency swap con Pakistan, Thailandia, Giappone, Emirati arabi, Malesia, Turchia, Mongolia e Australia con lo stesso obiettivo: smarcarsi dal biglietto verde e commerciare in valute locali. E accordi simili sono stati siglati tra Brasile e altri paesi sudamericani. Forse sono solo piccoli frammenti di un puzzle più complicato. Ma, messi insieme, sembrano delineare gli albori di una rivoluzione di portata storica: la "de-dollarizzazione" dell'economia mondiale. Certo, il biglietto verde resta il punto di riferimento del commercio internazionale e delle riserve valutarie. Ma sempre più Paesi cercano di smarcarsi dalla sua ombra.
Ironia della sorte, ad accelerare il fenomeno è stata la politica monetaria ultra-espansiva della Federal Reserve. Da quando nel novembre 2008 la banca centrale Usa ha iniziato a stampare moneta in abbondanza attraverso il "quantitative easing", deprezzando il dollaro nei confronti delle altre valute, per molti Paesi commerciare in biglietti verdi è diventato meno conveniente. Ed è diventato meno auspicabile accumulare troppe riserve in dollari. Questo li ha convinti a siglare accordi bilaterali per scambiare merci e servizi direttamente nelle loro valute. «Più gli Usa stampano dollari – osserva Antonio Cesarano, responsabile market strategy di Mps Capital Services – più il processo di de-dollarizzazione potenzialmente accelera». Insomma: la politica monetaria della Fed rischia di diventare un boomerang, meno che non sia la stessa politica Usa a far ripartire l'economia e a risolvere la crisi.
Dollaro caput mundi
Cosa sia attualmente il dollaro nell'economia mondiale lo dicono i numeri raccolti dall'Omc o dal Fondo monetario. Circa il 60% dei dollari si trova oggi fuori dai confini statunitensi. Novanta Stati al mondo hanno le loro monete ancorate, esplicitamente o implicitamente, al biglietto verde. Secondo i dati (parziali) Fmi il 60% delle riserve valutarie mondiali è in dollari. Il 40% del mercato obbligazionario mondiale è denominato in moneta Usa. Gli Stati Uniti producono circa il 13% del commercio mondiale, ma il loro dollaro è presente nel 36% delle transazioni commerciali mondiali. Per capire la sproporzione, anche la Cina produce una "fetta" di quasi il 13% del commercio mondiale (come gli Usa), ma lo yuan è oggi usato per regolare meno dell'1% delle compravendite di beni e servizi. Solo l'euro batte il dollaro come valuta usata nel commercio, ma il dato è "gonfiato" dall'interscambio tra i 17 Stati dell'Unione europea.

La supremazia valutaria degli Usa, insomma, è fuori discussione. Innanzitutto perché il dollaro è la moneta più liquida, dunque la più comoda da usare in tutto il mondo. E poi perché quando due Paesi in via di sviluppo commerciano tra di loro tendono a non fidarsi ognuno della valuta dell'altro: questo li convince, storicamente, a usare il dollaro come moneta di riferimento. Eppure questa supremazia potrebbe incrinarsi. «Personalmente non credo che il dollaro possa perdere il suo status di valuta di riserva internazionale, ma penso che nell'arco di qualche anno possa perdere posizioni e importanza. È possibile che altre monete aumentino il loro peso specifico», osserva Alessandro Terzulli, economista della Sace.
La rivoluzione anti-dollaro
Qualcosa, in effetti, sta già cambiando. La Cina ha il problema dell'accumulo di riserve in dollari. Attualmente la Banca centrale di Pechino ha riserve pari a 3.290 miliardi di dollari: queste sono in gran parte investite in titoli di Stato Usa, per un ammontare di 1.153 miliardi (dato di agosto). Ecco perché la Cina ha iniziato a siglare accordi commerciali o di currency swap, per effettuare scambi direttamente in valuta locale eliminando le fatture in dollari. E riducendo l'accumulo di riserve in biglietti verdi. Così, se nel 2010 praticamente nessuno scambio commerciale con la Repubblica Popolare veniva regolato in yuan, ora circa il 10% dell'export/import cinese è in valuta locale.
Ci sono poi paesi come il Brasile, che da quando la Fed ha avviato la politica del "quantitative easing", nel 2008, ha registrato un forte apprezzamento del real nei confronti del dollaro. Dalla metà del 2011 (da quando la Fed ha terminato il Qe2) il movimento si è invertito, ma questo non ha ridotto il problema: tenere gli scambi commerciali esposti alle variazioni del dollaro è sempre meno auspicabile. Non è un caso che proprio il Brasile abbia più volte tuonato contro gli Usa per la «guerra delle valute». Ecco perché a marzo i paesi Bric (Brasile, Russia, India e Cina) hanno deciso di estendere il credito in valuta locale per favorire il commercio tra di loro.
Ovvio che lo smarcamento dal biglietto verde è ancora agli albori. Forse non decollerà mai. Ma, potenzialmente, potrebbe avere effetti dirompenti sugli equlibri mondiali. Si pensi che le esportazioni cinesi in Asia – calcola il professor Lawrance Lau della Chinese university di Hong Kong – ammontano a 1.100 miliardi di dollari. Il commercio tra i paesi Bric ammonta a 307 miliardi di dollari. Cosa succederebbe se un giorno questi scambi avvenissero tutti in valute locali? Insomma: dal monopolio del dollaro, al duopolio dollaro-euro, presto potremmo arrivare a un'"oligarchia" valutaria.




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