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Mentre il ministero dell’istruzione non sa che pesci prendere e le università tergiversano

Scuola professionale in inglese
E’ di Como ed è il risultato di un’associazione di famiglie

di GOFFREDO PISTELLI

Mentre le università discettano sull’opportunità di svolgere in inglese le lezioni e si apparecchiano dibattiti e accademiche baruffe, con tanto di appelli alla Crusca contro l’attentato alla lingua di Dante, ecco una scuola di provincia, a Como, professionale, che lo fa: da domani, primo giorno del nuovo anno scolastico, gli allievi delle tre qualifiche professionali (operatore del legno, del tessile e della ristorazione), seguiranno le lezioni di storia, scienze e informatica nell’idioma noto a 850 milioni di persone nel mondo. È la Scuola Oliver Twist nata nel 2004 da un’associazione di famiglie, Cometa, che accoglievano (e accolgono) minori in difficoltà attraverso l’affido e che pensarono di metterla in piedi proprio capendo che alcuni di quei tanti loro figli avrebbero avuto qualche difficoltà nei percorsi scolastici tradizionali. Da allora è cresciuta a dismisura, fino ai quasi 300 alunni odierni, incontrando la forte domanda di tecnici delle industrie del territorio, quelle tessili, quelle del mobile e quella alberghiera, ma anche il grande bisogno di un’area, quella comasca, dove gli abbandoni scolastici hanno raggiunto tassi più elevati di molte altre zone. «Formiamo giovani artigiani per le industrie locali e barman o camerieri per i grandi alberghi della zona: gli uni e gli altri non possono più permettersi di fare a meno dell’inglese in mercati sempre più globalizzati e in un mondo aperto come questo», spiega Alessandro Mele, preside dell’istituto, un 40enne che ha lasciato una brillante carriera nelle multinazionali della revisione. Per la sfida della lingua internazionale, il preside Mele ha assunto, oltre un anno fa, un’insegnante di madre lingua inglese, una giovane professoressa australiana che, ha iniziato a formare i suoi colleghi docenti. L’inglese è stato una delle attività del «Campus estivo», l’aggiornamento cui gli insegnanti si sottopongono ogni anno in giugno e luglio, frequentando attività regolari a scuola mentre i loro colleghi della scuola pubblica e privata)iniziano una lunga vacanza che si concluderà giusto qualche giorno prima del nuovo anno. Sedici di loro, quelli delle materie da insegna, re nella lingua della Regina Elisabetta, sono poi volati due settimane a Dublino, in una rinomata scuola di lingue, per una full-immersion, è il caso di dirlo, di due settimane nella lingua. Last but not least, in ultimo ma non per ultimo, tutto il corpo docente, una sessantina di persone, durante l’anno, continua a formarsi con un metodo che prevede semplici verifiche giornaliere via computer o tablet (che quest’anno è tra l’altro in dotazione per tutti i professori e per gli studenti del primo anno). Non contento, il preside s’è inventata la «english only zone», ovvero una zona franca dall’italiano dove usare la lingua di Albione è obbligatorio: «Si tratta del caffè gestito dai nostri allievi dell’indirizzo Sala bar per le loro esercitazioni», spiega, «e dove tutti, docenti, studenti, visitatori, potranno ordinare o essere serviti solo in inglese». <A cup of tea, plaese», una tazza di tè per favore, si potrà sentire dire. E dall’altro lato del bancone, ragazzini col papillon su impeccabile camicia bianca risponderanno «yes, sir», magari con accento lariano ma pazienza. Non solo, il preside della Oliver Twist se n’è inventata un’altra: inviterà i numerosi studenti stranieri della sede comasca del Politecnico di Milano, che fanno design tessile a due passi dall’istituto, a frequentare il bar scolastico: «Avranno il caffè pagato», sorride il preside, «e in cambio noi ci gioveremo della loro conversazione in lingua». Un piccolo baratto formativo e culturale. E la prestigiosa università milanese, una delle poche presa in considerazione dai rating internazionali, sottolinea l’incredibile paradosso della formazione italiana. Tra i primi atenei a svolgere in lingua alcuni corsi, il Politecnico ha deciso di passare all’inglese tutte le lauree magistrali, quelle dì secondo livello, definite «+2», ma la coraggiosa decisione del rettore Giovanni Azzone s’è guadagnata prima una letteraccia di oltre 300 decenti e ora, è notizia dei primi di agosto, il ricorso al Tar di oltre un centinaio di essi. Il tutto per una decisione comunicata nella primavera scorsa ma effettivamente applicata nell’anno 2014-2015. Nella piccola-grande scuola di Como hanno fatto prima. Forse perché è privata ed efficiente (certificata Iso 14001 nella gestione), tanto da essere sostenuta, oltre che da Regione Lombardia, da varie fondazioni private: dalla Oliver Twist di Milano, ente filantropico in omaggio al quale ha preso nome, al Credito Valtellinese, alla Vodafone, alla De Agostini, alla Cariplo. O forse perché l’elefantiaca scuola italiana, dove si discute se, per il prossimo concorso, i precari pluriennali se la debbano vedere, ad armi pari, con giovani e specializzatisi nel frattempo o se debbano avere quote riservate, non ha capito la crisi che stiamo vivendo. Un Moloch, che non comprende più il mondo che ci aspetta. E che continuando così, non ci aspetterà affatto.
(Da Italia Oggi, 11/9/2012).




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