«Consolidare i legami tra l’italia e la Francia per rafforzare l’Europa»

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«Consolidare i legami tra l'italia e la Francia per rafforzare l'Europa»

Il ministro degli Esteri d'Oltralpe Michel Barnier: l'euroscetticismo si vince col dialogo. Sulla nuova Costituzione sarebbe utile un solo grande dibattito e un unico momento di pronunciamento
intervista
Cesare Martinetti
EUROTTIMISTA in un paese dove la voce degli europessimisti si fa sempre più forte, il savoiardo Michel Barnier, nuovo ministro degli Esteri francese, è venuto a Torino al primo «forum» francoitaliano per rispettare un impegno ed esprimere una convinzione: l'Europa è soprattutto dialogo. In questa intervista ci parla della «formidabile» chance dell'allargamento ma anche della linea della Francia in politica estera e sulla crisi irachena, che da Dominique de Villepin a Michel Barnier, non cambia: in Iraq gli Stati Uniti sono «occupanti» e a giugno ci deve essere un vero passaggio di poteri garantito dall'Onu. E' questa la posizione che l'asse Chirac-Schroeder ora allargato al primo ministro spagnolo Zapatero vuole affermare in Europa.
Monsieur Barnier, lei è stato commissario europeo ed è un europeista convinto. Domani l'Europa si allarga a venticinque paesi. Come vive questo momento?
«E' un avvenimento formidabile, è lo stesso progetto europeo che si amplifica e consolida: dieci paesi (e tra un po' altri due, la Bulgaria e la Romania) che erano dall'altra parte della cortina di ferro appena quindici anni fa, si sono preparati, entrano nell'Unione e condividono un progetto di pace, di stabilità, di solidarietà, un progetto fondato su principi, valori e regole comuni, E al di là della morale e della politica è anche un fatto di interesse, per noi, i più vecchi paesi dell'Unione, e per loro che si aggiungono. Un grande mercato utile alle imprese e ai consumatori per ridurre i rischi di concorrenza sleale ed evitare che i cittadini emigrino per trovare un avvenire altrove».
Eppure, mai come negli ultimi tempi, si risente la voce degli euroscettici. Sembra che proprio l'allargamento abbia moltiplicato le paure e la sfiducia nell'Europa. Perché?
«Il progetto europeo ha cinquant' anni, ma io penso sia comunque giovane, seppure si debba sempre ricominciare e dimostrarlo. Anche per questo è importante ciò che è avvenuto in questi due giorni a Torino: le società civile italiana e francese si sono ritrovate per consolidare il legame franco-italiano che, con altri paesi come la Germania, è all'origine del progetto europeo. E' vero c'è scetticismo: i cittadini sono interessati all'Europa, ma inquieti. Bisogna che gli attori del processo europeo si spieghino di più». L'inquietudine è anche dovuta a ragioni concrete come il fatto che in Europa non ci sia quasi crescita economica. C'è anche chi dice che l'Europa stessa impedisce la crescita. Lei come la pensa?
«Certo il progetto europeo deve creare lavoro e dinamismo economico. E ci sono dei paesi all'interno dell'Unione che hanno più crescita degli altri. Ci sono paesi come Gran Bretagna, Spagna, Svezia che hanno fatto prima di altri le riforme strutturali e che per questo crescono di più. Io credo che al di là della pace il principale obbiettivo dell'Unione Europea sia proprio creare una dinamica di crescita economica. Per questo la Commissione ha proposto di orientare il budget e gli sforzi di ogni paese verso la competitività, la ricerca, l'istruzione che sono i nuovi motori della crescita moderna».
In Francia, in questi giorni, si sente più la voce degli euroscettici che quella degli euroottimisti. Perché l'allargamento fa paura ai francesi?
«E' un vecchio dibattito. E forse perché non abbiamo abbastanza parlato di Europa c'è una certa inquietudine. Bisogna combatterla con il dialogo e con la democrazia. Ci vuole più democrazia in Europa. Il presidente della Repubblica ha detto ieri che questa riunificazione è una chance per tutti. E questa è la posizione del governo francese. Una chance per la pace, per la stabilità, per le imprese che avranno più opportunità in un mercato più grande. Ma anche con un'altra ambizione e un'altra speranza: che non restiamo soltanto un grande mercato, ma che siamo anche capaci se avremo fiducia in noi stessi di essere un attore globale nel mondo. Ecco perché abbiamo bisogno di una strategia industriale così come abbiamo bisogno di rafforzare la politica estera e la difesa comune».
A proposito di fiducia e di democrazia, lei pensa che ci debba essere un referendum per approvare la nuova Costituzione europea?
«In Francia il presidente della Repubblica è il solo a poter decidere il modo in cui viene ratificato un trattato internazionale, se direttamente dal popolo o attraverso i rappresentanti del popolo. Innanzitutto dobbiamo aspettare di avere una Costituzione e non ce l'abbiamo ancora. E c'è ancora molto lavoro per arrivare a una buona Costituzione, un testo il più vicino possibile a quello ottenuto democraticamente attraverso il lavoro della Convenzione. Allora il presidente della Repubblica sceglierà come ratificare questo testo. In ogni caso può esserci dibattito senza necessariamente organizzare un referendum».
Il premier britannico Tony Blair ha annunciato il referendum con una scelta del quale tutti hanno salutato il coraggio politico. Può indurre anche gli altri paesi europei a fare altrettanto?
«Ogni paese deve essere libero di scegliere la via che ritiene più adatta. Forse sarebbe ancora più importante ratificarla allo stesso tempo, lo stesso giorno o la stessa settimana. Un solo grande dibattito europeo e non venticinque dibattiti nazionali giustapposti o scalati nel tempo. Nello stesso giorno un referendum a Londra e, per esempio, una ratifica parlamentare a Berlino. Poco importa come, ma allo stesso tempo e con un vero dibattito»,
Ieri Jacques Chirac ha fatto capire che ci vorranno ancora molti anni per l'ingresso della Turchia nella Ue. Perché questo passo indietro francese?
«Il presidente non ha cambiato posizione. Ha detto che la Turchia ha una vocazione europea ed ha aggiunto che deve continuare il dialogo cominciato nel '63 dal generale De Gaulle, dal cancelliere Adenauer e dagli altri dirigenti europei. La questione oggi non è quella dell'adesione della Turchia, ma se alla fine dell'anno la Commissione europea riterrà che potremo cominciare il negoziato di adesione. Sappiamo che questi negoziati possono durare a lungo, ma la prospettiva non cambia».
In un'intervista a La Stampa, il presidente polacco Kwasnievski ha invitato Berlino e Parigi a riavvicinarsi a Washington. Raccoglierete l'invito?
«Il dialogo franco-tedesco che è all'origine del progetto europeo è necessario ma noi dobbiamo essere attenti a tenerlo aperto a chi vuol partecipare. Giovedì sera abbiamo ricevuto a Parigi il primo ministro spagnolo Zapatero per dirgli: siete i benvenuti nel dialogo come tutti quelli che vogliono costruire l'Europa politica e cioè un attore globale, capace di una politica estera e di difesa comune. Dobbiamo avere fiducia in noi stessi. Nessuno mette in causa l'alleanza con gli Stati Uniti. Ma alleanza significa stabilire un partenariato equilibrato tra due mondi che hanno la stessa idea della libertà, che sono stati solidali nel passato, che lo sono oggi in particolare contro il terrorismo. Nessuno rimette in causa questa alleanza tra Europa e Stati Uniti. Bisogna al contrario rinnovare e consolidare questa alleanza fra di noi».

La Francia quando si impegnerà concretamente nella soluzione della crisi irachena?

«La ricostruzione politica ed economica dell'Iraq ci riguarda, e saremo presenti quando sarà ora di partecipare con gli altri paesi europei a questa ricostruzione. Fin dall'inizio noi abbiamo detto che le Nazioni Unite dovevano essere lo strumento e il quadro n el quale affrontare le crisi. Oggi, per quanto riguarda l'Iraq, la questione è questa: sarà l'Onu lo strumento e il quadro riconosciuto da tutti in particolare dagli americani? Ci sarà un vero trasferimento di sovranità e di competenze dalla coalizione che oggi occupa l'Iraq a un governo iracheno? Questo vogliamo verificare. Allora la Francia assumerà il suo ruolo nella ricostruzione dell'Iraq».
L'Italia è alle prese con la tragica vicenda degli ostaggi. Lei pensa che si possa trattare per la loro liberazione?
«Io non credo che si possa discutere o negoziare con i terroristi e con coloro che hanno i mano degli ostaggi. La Francia ha dato la sua solidarietà all'Italia che è coinvolta in questa spirale tragica della violenza. I1 signor Quattrocchi ha perso la vita e abbiamo espresso ai nostri amici italiani e alla sua famiglia il nostro dolore. Siamo vicini alle altre tre famiglie. La solidarietà tra noi non è in discussione. Bisogna tentare di liberare gli ostaggi con tutti i mezzi e senza condizioni. Ma bisogna sapere che non si uscirà da questo ingranaggio di violenza che attraverso una soluzione politica».
Il 6 giugno George W. Bush sarà in Francia per il 60° anniversario dello sbarco inNormandia. In occasione della crisi irachena, dagli Stati Unitivi sono state indirizzate molte critiche per scarsa riconoscenza nei confronti dei liberatori americani. Cosa direte al presidente Usa?
«Siamo molto felici che il presidente Bush venga in Francia. Il sessantesimo anniversario sarà una nuova occasione per ricordarci del ruolo fondamentale che hanno avuto i giovani americani Ima anche altri, come i canadesi, per esempio nella liberazione del continente europeo. Sarà un momento molto importante nel quadro di un dialogo che è permanente: sarò infatti a Washington a metà maggio per incontrare Colin Powell. Per quanto riguarda la crisi irachena, voglio ribadire la nostra posizione: a partire dal 1 luglio ci deve essere in Iraq un governo rappresentativo, rispettato e sovrano. Poi si deve organizzare una grande conferenza inter-irachena per preparare le elezioni nel gennaio 2005. Tappa dopo tappa si può arrivare ad un'uscita politica da questa crisi».

“L'alleanza con gli Usa non è in discussione, ma occorre stabilire una partnership equilibrata tra i nostri due mondi I n Iraq gli Stati Uniti sono occupanti A giugno serve un vero passaggio di consegne garantito dall'Onu”.

LA STAMPA p.15
01_05_2004
di Cesare Martinetti

«Consolidare i legami tra l'italia e la Francia per rafforzare l'Europa»

Il ministro degli Esteri d'Oltralpe Michel Barnier: l'euroscetticismo si vince col dialogo. Sulla nuova Costituzione sarebbe utile un solo grande dibattito e un unico momento di pronunciamento
intervista
Cesare Martinetti
EUROTTIMISTA in un paese dove la voce degli europessimisti si fa sempre più forte, il savoiardo Michel Barnier, nuovo ministro degli Esteri francese, è venuto a Torino al primo «forum» francoitaliano per rispettare un impegno ed esprimere una convinzione: l'Europa è soprattutto dialogo. In questa intervista ci parla della «formidabile» chance dell'allargamento ma anche della linea della Francia in politica estera e sulla crisi irachena, che da Dominique de Villepin a Michel Barnier, non cambia: in Iraq gli Stati Uniti sono «occupanti» e a giugno ci deve essere un vero passaggio di poteri garantito dall'Onu. E' questa la posizione che l'asse Chirac-Schroeder ora allargato al primo ministro spagnolo Zapatero vuole affermare in Europa.
Monsieur Barnier, lei è stato commissario europeo ed è un europeista convinto. Domani l'Europa si allarga a venticinque paesi. Come vive questo momento?
«E' un avvenimento formidabile, è lo stesso progetto europeo che si amplifica e consolida: dieci paesi (e tra un po' altri due, la Bulgaria e la Romania) che erano dall'altra parte della cortina di ferro appena quindici anni fa, si sono preparati, entrano nell'Unione e condividono un progetto di pace, di stabilità, di solidarietà, un progetto fondato su principi, valori e regole comuni, E al di là della morale e della politica è anche un fatto di interesse, per noi, i più vecchi paesi dell'Unione, e per loro che si aggiungono. Un grande mercato utile alle imprese e ai consumatori per ridurre i rischi di concorrenza sleale ed evitare che i cittadini emigrino per trovare un avvenire altrove».
Eppure, mai come negli ultimi tempi, si risente la voce degli euroscettici. Sembra che proprio l'allargamento abbia moltiplicato le paure e la sfiducia nell'Europa. Perché?
«Il progetto europeo ha cinquant' anni, ma io penso sia comunque giovane, seppure si debba sempre ricominciare e dimostrarlo. Anche per questo è importante ciò che è avvenuto in questi due giorni a Torino: le società civile italiana e francese si sono ritrovate per consolidare il legame franco-italiano che, con altri paesi come la Germania, è all'origine del progetto europeo. E' vero c'è scetticismo: i cittadini sono interessati all'Europa, ma inquieti. Bisogna che gli attori del processo europeo si spieghino di più». L'inquietudine è anche dovuta a ragioni concrete come il fatto che in Europa non ci sia quasi crescita economica. C'è anche chi dice che l'Europa stessa impedisce la crescita. Lei come la pensa?
«Certo il progetto europeo deve creare lavoro e dinamismo economico. E ci sono dei paesi all'interno dell'Unione che hanno più crescita degli altri. Ci sono paesi come Gran Bretagna, Spagna, Svezia che hanno fatto prima di altri le riforme strutturali e che per questo crescono di più. Io credo che al di là della pace il principale obbiettivo dell'Unione Europea sia proprio creare una dinamica di crescita economica. Per questo la Commissione ha proposto di orientare il budget e gli sforzi di ogni paese verso la competitività, la ricerca, l'istruzione che sono i nuovi motori della crescita moderna».
In Francia, in questi giorni, si sente più la voce degli euroscettici che quella degli euroottimisti. Perché l'allargamento fa paura ai francesi?
«E' un vecchio dibattito. E forse perché non abbiamo abbastanza parlato di Europa c'è una certa inquietudine. Bisogna combatterla con il dialogo e con la democrazia. Ci vuole più democrazia in Europa. Il presidente della Repubblica ha detto ieri che questa riunificazione è una chance per tutti. E questa è la posizione del governo francese. Una chance per la pace, per la stabilità, per le imprese che avranno più opportunità in un mercato più grande. Ma anche con un'altra ambizione e un'altra speranza: che non restiamo soltanto un grande mercato, ma che siamo anche capaci se avremo fiducia in noi stessi di essere un attore globale nel mondo. Ecco perché abbiamo bisogno di una strategia industriale così come abbiamo bisogno di rafforzare la politica estera e la difesa comune».
A proposito di fiducia e di democrazia, lei pensa che ci debba essere un referendum per approvare la nuova Costituzione europea?
«In Francia il presidente della Repubblica è il solo a poter decidere il modo in cui viene ratificato un trattato internazionale, se direttamente dal popolo o attraverso i rappresentanti del popolo. Innanzitutto dobbiamo aspettare di avere una Costituzione e non ce l'abbiamo ancora. E c'è ancora molto lavoro per arrivare a una buona Costituzione, un testo il più vicino possibile a quello ottenuto democraticamente attraverso il lavoro della Convenzione. Allora il presidente della Repubblica sceglierà come ratificare questo testo. In ogni caso può esserci dibattito senza necessariamente organizzare un referendum».
Il premier britannico Tony Blair ha annunciato il referendum con una scelta del quale tutti hanno salutato il coraggio politico. Può indurre anche gli altri paesi europei a fare altrettanto?
«Ogni paese deve essere libero di scegliere la via che ritiene più adatta. Forse sarebbe ancora più importante ratificarla allo stesso tempo, lo stesso giorno o la stessa settimana. Un solo grande dibattito europeo e non venticinque dibattiti nazionali giustapposti o scalati nel tempo. Nello stesso giorno un referendum a Londra e, per esempio, una ratifica parlamentare a Berlino. Poco importa come, ma allo stesso tempo e con un vero dibattito»,
Ieri Jacques Chirac ha fatto capire che ci vorranno ancora molti anni per l'ingresso della Turchia nella Ue. Perché questo passo indietro francese?
«Il presidente non ha cambiato posizione. Ha detto che la Turchia ha una vocazione europea ed ha aggiunto che deve continuare il dialogo cominciato nel '63 dal generale De Gaulle, dal cancelliere Adenauer e dagli altri dirigenti europei. La questione oggi non è quella dell'adesione della Turchia, ma se alla fine dell'anno la Commissione europea riterrà che potremo cominciare il negoziato di adesione. Sappiamo che questi negoziati possono durare a lungo, ma la prospettiva non cambia».
In un'intervista a La Stampa, il presidente polacco Kwasnievski ha invitato Berlino e Parigi a riavvicinarsi a Washington. Raccoglierete l'invito?
«Il dialogo franco-tedesco che è all'origine del progetto europeo è necessario ma noi dobbiamo essere attenti a tenerlo aperto a chi vuol partecipare. Giovedì sera abbiamo ricevuto a Parigi il primo ministro spagnolo Zapatero per dirgli: siete i benvenuti nel dialogo come tutti quelli che vogliono costruire l'Europa politica e cioè un attore globale, capace di una politica estera e di difesa comune. Dobbiamo avere fiducia in noi stessi. Nessuno mette in causa l'alleanza con gli Stati Uniti. Ma alleanza significa stabilire un partenariato equilibrato tra due mondi che hanno la stessa idea della libertà, che sono stati solidali nel passato, che lo sono oggi in particolare contro il terrorismo. Nessuno rimette in causa questa alleanza tra Europa e Stati Uniti. Bisogna al contrario rinnovare e consolidare questa alleanza fra di noi».

La Francia quando si impegnerà concretamente nella soluzione della crisi irachena?

«La ricostruzione politica ed economica dell'Iraq ci riguarda, e saremo presenti quando sarà ora di partecipare con gli altri paesi europei a questa ricostruzione. Fin dall'inizio noi abbiamo detto che le Nazioni Unite dovevano essere lo strumento e il quadro nel quale affrontare le crisi. Oggi, per quanto riguarda l'Iraq, la questione è questa: sarà l'Onu lo strumento e il quadro riconosciuto da tutti in particolare dagli americani? Ci sarà un vero trasferimento di sovranità e di competenze dalla coalizione che oggi occupa l'Iraq a un governo iracheno? Questo vogliamo verificare. Allora la Francia assumerà il suo ruolo nella ricostruzione dell'Iraq».
L'Italia è alle prese con la tragica vicenda degli ostaggi. Lei pensa che si possa trattare per la loro liberazione?
«Io non credo che si possa discutere o negoziare con i terroristi e con coloro che hanno i mano degli ostaggi. La Francia ha dato la sua solidarietà all'Italia che è coinvolta in questa spirale tragica della violenza. I1 signor Quattrocchi ha perso la vita e abbiamo espresso ai nostri amici italiani e alla sua famiglia il nostro dolore. Siamo vicini alle altre tre famiglie. La solidarietà tra noi non è in discussione. Bisogna tentare di liberare gli ostaggi con tutti i mezzi e senza condizioni. Ma bisogna sapere che non si uscirà da questo ingranaggio di violenza che attraverso una soluzione politica».
Il 6 giugno George W. Bush sarà in Francia per il 60° anniversario dello sbarco inNormandia. In occasione della crisi irachena, dagli Stati Unitivi sono state indirizzate molte critiche per scarsa riconoscenza nei confronti dei liberatori americani. Cosa direte al presidente Usa?
«Siamo molto felici che il presidente Bush venga in Francia. Il sessantesimo anniversario sarà una nuova occasione per ricordarci del ruolo fondamentale che hanno avuto i giovani americani Ima anche altri, come i canadesi, per esempio nella liberazione del continente europeo. Sarà un momento molto importante nel quadro di un dialogo che è permanente: sarò infatti a Washington a metà maggio per incontrare Colin Powell. Per quanto riguarda la crisi irachena, voglio ribadire la nostra posizione: a partire dal 1 luglio ci deve essere in Iraq un governo rappresentativo, rispettato e sovrano. Poi si deve organizzare una grande conferenza inter-irachena per preparare le elezioni nel gennaio 2005. Tappa dopo tappa si può arrivare ad un'uscita politica da questa crisi».

“L'alleanza con gli Usa non è in discussione, ma occorre stabilire una partnership equilibrata tra i nostri due mondi I n Iraq gli Stati Uniti sono occupanti A giugno serve un vero passaggio di consegne garantito dall'Onu”.

LA STAMPA p.15
01_05_2004
di Cesare Martinetti


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