Considerazioni sullo stato della lingua italiana ridotta, dall’uso dell’inglese, ad una sorta di involontaria neolingua inimmaginabile, persino, per il Grande Fratello (di Orwell).

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IL COMMENTO.

Linguaggio sempre più povero e «basso».

Mentre leggevo dell’invito rivolto da Aldo Busi al sindaco di Montichiari perché ponga rimedio alla perlomeno risibile doppia indicazione in italiano e dialetto bresciano sui cartelli stradali come se si trattasse di una zona di frontiera- se non d’ordine culturale e di conseguenza politica, come in effetti è – dalla tv mi arrivava, ripetuto più volte, un intercalare fra i più usati nel linguaggio comune, e che evoca il sesso virile. Si trattava di un canale nazionale generalista in cui è molto presente il comico del momento. Su un altro canale, altrettanto generalista e vieppiù nazionale, una sua collega d’analogo lignaggio ricorre regolarmente quanto noiosamente alle parti basse del pensiero con una disinvoltura da terza serata, non da primissima. A tutto ciò, partendo dal dialetto bresciano per finire agli intercalari da bar, s’è infine agganciata la domanda che mi pongo tutte le volte che apro la mia pagina di facebook: «Perché questo tizio di Posillipo chatta con questo Sempronio di Salò con questo linguaggio?». Su base inglese, di fatto una sorta di involontaria neolingua inimmaginabile persino per il Grande Fratello (di Orwell). Un’inchiesta della scorsa estate dimostrava come i diplomati dell’ultimo anno scolastico possedessero un vocabolario inferiore di un buon 50% rispetto ai «maturati» di 40 anni prima, oltre a non conoscere più le differenze fra i diversi accenti. Questo è il risultato di decenni di velocizzazione del linguaggio, e di una tecnologia che ha sincopato le espressioni. Da vecchio logorroico e grafomane, oltre che spesso prolisso, quale sono (modestamente), non ho mai «cinguettato» perché i 140 caratteri di Twitter mi stanno davvero stretti, e proprio non mi riesce di scrivere xkè al posto di perché (con tanto di rigoroso accento acuto). E qui, sull’importanza dell’accento, vorrei soffermarmi. L’accento, di per sé, sarebbe poca cosa (anche se non lo è, ma facciamo finta), se non fosse che da quel canale scorrono poi tutta una serie di scorie linguistiche che imbarbariscono l’italiano: cioè, la nostra identità. La lingua è identificazione culturale, come sapeva bene il fascismo, che nella fase del suo delirio autarchico arrivò a proibire l’uso di qualsiasi termine straniero (pastiglia, non cachet; autista non chauffeur; ascensore, non ascenseur), oltre che il dialetto in pubblico. Dialetto per il quale bisogna battersi sempre, perché capace di restituire, a livello di linguaggio, sentimenti altrimenti intraducibili (l’intraducibilità del termine napoletano «sfizio» lo ha fatto annoverare fra i vocaboli della lingua italiana), ma che – come giustamente lamentato da Busi – non deve diventare campanilismo della peggior specie.
(Dal Corriere della Sera, 11/4/2015).

IL CORSIVO DEL GIORNOANALISI – COMMENTI.

L’«EGG SHARING» E LA SOGLIA LINGUISTICA DA NON VARCARE

Se, come diceva Carlo Levi, le parole sono pietre, fermate, per favore, questa folle valanga anglofona. Ora arriva anche l’«egg sharing», un composto lessicale che mette insieme l’uovo, o meglio le cellule riproduttive femminili («egg»), e lo «sharing», letteralmente «condivisione», termine inglese che conoscevamo associato a «car» (auto) e a «bike» (bicicletta). Coniazioni tecnico-linguistiche che si usano per indicare una nuova mobilità urbana in multiproprietà o a noleggio, una sorta di veicolo collettivo per più utenti. Che la stessa definizione finisca nel vocabolario della fecondazione eterologa, cioè in un ambito con valenze necessariamente morali, è un altro, forse l’estremo, indizio del provincialismo italiano. E se si può pure soprassedere con un sorriso sul question time parlamentare, se non si può fare a meno dello spread, se il mouse non è sostituibile con il «topo», sarebbe bene che almeno si considerassero i contesti prima di adottare un nuovo forestierismo. Specie se a prendere questa iniziativa è una commissione del ministero della Salute, che dovrebbe avere sensibilità (anche terminologica!) su argomenti particolarmente delicati come quelli che riguardano la persona, non le cose (oggetti, auto, bici, motori eccetera). Già nel settore scolastico la frequenza di anglicismi superflui è quanto di più paradossale si possa immaginare: si pensi ai vari «blended», «comfort zone», «decision making», «mentor», «school bonus», «policy» che mette orgogliosamente in mostra il documento renziano sulla cosiddetta Buona Scuola, tutti peraltro dotati di un accettabile corrispettivo italiano. Ma che in un ambito che chiama in causa la maternità si ricorra a una terminologia che inevitabilmente finisce per evocare le ultime frontiere dell’urbanistica e dei flussi di traffico pare davvero eccessivo. Rendendo ridicolo ciò che è invece molto serio. Paolo Di Stefano
(Dal Corriere della Sera, 12/4/2015).

 




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