Congratulazioni al Politecnico, vera eccellenza nella svendita del patrimonio della lingua italiana

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IL CASO
Lauree e dottorati in inglese è rivoluzione al Politecnico
Svolta internazionale: i corsi degli ultimi due anni abbandoneranno la lingua italiana
di LUCA DE VITO

Tutto in inglese. È una piccola rivoluzione quella in arrivo al Politecnico, dove dal 2014 i corsi delle lauree magistrali (ovvero i due anni dopo la triennale) e dei dottorati saranno interamente in lingua straniera. Per architetti, ingegneri e designer che vorranno completare il percorso di studi quinquennale nell’ateneo di piazza Leonardo da Vinci, l’inglese non sarà più un optional. Lezioni, libri di testo e dispense, esami: l’italiano verrà abbandonato in tutti gli aspetti della formazione.
È una netta accelerata verso l’internazionalizzazione quella voluta dal rettore Giovanni Azzone. Già oggi sono 17 le lauree magistrali, due quelle triennali e 24 i dottorati di ricerca dove l’italiano è off limits. La nuova iniziativa riguarderà tutti i 34 corsi specialistici. Non solo. Dalle casse dell’ateneo usciranno 3,2 milioni di euro di investimento per attrarre docenti di livello internazionale: 15 professori, 30-35 post dottorati e 120 visiting professor. «Il nostro primo obbiettivo è quello di formare capitale umano di qualità — ha spiegato il rettore durante la presentazione insieme al ministro dell’istruzione Francesco Profumo — per rispondere sia alle esigenze delle imprese che degli studenti i quali vogliono essere sempre più spendibili sul mercato del lavoro mondiale». Non a caso, la proposta è stata accolta con favore da tutte le rappresentanze studentesche.
Con la nuova iniziativa il Politecnico si pone davanti a tutte le altre università milanesi sul piano dell’internazionalizzazione, dividendo il primo posto con la Bocconi. In via Sarfatti si parla la lingua di Shakespeare già dal 1999 — anno del primo corso di laurea interamente in inglese — e oggi è la regola in sette magistrali su dieci e in una triennale. Le altre sono più indietro. In Cattolica si contano tre magistrali nella sede di Milano (tutte economiche), mentre alla Bicocca solo una parte di alcuni corsi di laurea è in lingua e allo Iulm ci sono soltanto tre master.
Alla Statale infine — dove adesso ci sono solo due magistrali in inglese — per attirare gli studenti dal resto del mondo hanno deciso di percorrere un’altra strada, quella dei “pacchetti d’ingresso”. «Dal prossimo anno accademico — ha spiegato il prorettore all’internazionalizzazione Mario Regini — agli studenti stranieri offriremo un anno di lezioni in inglese e contemporaneamente un corso intensivo in italiano, in sette triennali e cinque magistrali di area economica e matematica. Così, dopo il primo anno, il resto del corso potranno seguirlo nella nostra lingua».
(Da http://milano.repubblica.it 14/2/2012).




91 Commenti

Daniela Giglioli
Daniela Giglioli

I miei 2 cents sulla questione dell’inglese<br />
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Caro Beppe, volevo solo metter i miei 2 cents sulla questione inglese dell’inglese nei corsi universitari. Durante la mia triennale in legge a Cagliari ho fatto un anno di Erasmus in Francia. Trovare esami per raggiungere i 45 crediti necessari per i giurisprudenti non è semplice. Dopo 8 esami sul diritto UE, economia etc, ho chiesto alla mia responsabile, prof di diritto internazionale, se potessi studiare anche Spagnolo. Mi disse, “Ma se studi legge, a che ti servono le lingue?”. Mi caddero le braccia, la ignorai, e andai avanti. La mia specialistica l’ho fatta a Trento, alla meravigliosa School of International Studies: tutta in inglese. Con un bel corso di supporto, Academic English, che ti dá un mano non solo a scrivere, dibattere e negoziare in inglese, ma anche a scrivere essays e tesi in maniera corretta (thank you prof.Riley!). Sono entrata in quella specialistica con il mio inglese autodidatta. Mai studiato inglese a scuola: avevo iniziato con francese a 9 anni e ci rimasi intrappolata fino ai 15, quando la mia scuola superiore decise che si poteva smettere di studiare le lingue. Un fidanzato irlandese ha aiutato molto, assieme alle serie televisive in lingua originale. Ma il nostro master degree a Trento era intenso, pensato per immergerci nella lingua. I professori che insegnano nella scuola lo fanno con grande sacrificio e credendoci moltissimo, con miracoli organizzativi e amministrativi. Non ci è mai venuto il dubbio che non saremmo riusciti a passare quegli esami, a sostenere quella negoziazione, a leggere quell’ammasso di libri in inglese. “Just do it!” era il mantra, e ce l’abbiamo fatta, con discreti risultati. In seguito al Collegio d’Europa, le mie 3 misere lingue (italiano a parte) erano ben poco rispetto a certi colleghi nordici o dell’est, ma se al prestigioso Collegio sono entrata, lo devo a quella che ormai considero la mia alma mater, la SIS di Trento. C’é molto da imparare dalla SIS, e spero che molti capiscano che si, si puó fare.<br />
Ilenia Ventroni, <!-- e --><a href="mailto:ilenia.ventroni@hotmail.it">ilenia.ventroni@hotmail.it</a><!-- e --><br />
(Da italians.corriere.it, 12/6/2013).

Daniela Giglioli
Daniela Giglioli

Se l’inglese è il nuovo “latinorum”<br />
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Caro Severgnini, sono ingegnere elettronico, ho sessantacinque anni, e quando frequentavo l’università era impossibile trovare testi aggiornati in italiano. Così ho studiato in inglese, ho avuto e continuo ad avere – direi naturalmente – contatti, professionali e non, con colleghi madrelingua, parlo e scrivo un inglese più che accettabile (così mi dicono), partecipo alla redazione di articoli e norme internazionali – naturalmente in inglese – e però, me lo lasci dire, la mia più grande soddisfazione è quella di poter esprimere lo stesso concetto, con la stessa concisione e la stessa precisione, non solo in italiano, ma addirittura, in siciliano, quale io sono. Perché solo in questo caso sono sicuro di aver compreso appieno quello che ho “pensato” in inglese. Credo francamente che tutto questo parlare in inglese nasconda non solo e non tanto un po’ di provincialismo, ma una spocchia e una voglia di “latinorum” (direbbe Manzoni) dei nostri tempi: un modo, in poche parole di distinguersi, dicendo parole incomprensibili, dal volgo. Qualcuno mi dovrà spiegare un giorno perché si debba dire “performance” e non “prestazioni”, “bond” e non “obbligazioni”, e così via elencando. Lei ha preso meritevole posizione tante volte in questo senso, e francamente non capisco questa idea dell’insegnamento in inglese, fermo restando che se un professore di madrelingua svolgesse in inglese le sue lezioni, gli studenti non dovrebbero sentire la necessità di ricorrere ad alcun ausilio (traduzione simultanea o simili). L’obbligatorietà dell’insegnamento in inglese mi pare un’immotivata resa senza condizioni ad una lingua peraltro insostituibile. Giuseppe Chimento, <!-- e --><a href="mailto:giuseppe.chimento@gmail.com">giuseppe.chimento@gmail.com</a><!-- e --><br />
(Da italians.corriere.it, 13/6/2013).

Daniela Giglioli
Daniela Giglioli

E’ inevitabile che l’inglese diventi la lingua universale<br />
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Ciao Beppe, vorrei dire la mia sulla questione dei corsi in inglese al PoliMi, e piu’ in generale sul problema della “difesa” dell’italiano. Fra le lettere che voi pubblicate, direi che prevalgano gli interventi che difendono la “nobile” lingua italiana contro i soprusi dell’inglese. Il mio pensiero e’ l’opposto, c’e’ ancora troppo poco inglese in Italia, piu’ se ne puo’ aggiungere, meglio sara’ per tutti. 1) La lingua serve per capirsi: con l’Italiano, comunico solo in Italia, con l’inglese, comunico col mondo. 50 anni fa, limitarsi all’Italia era sufficiente ad una larga maggioranza, oggi e’ un limite inaccettabile – cosi’ come il non saper usare email, Internet, etc. Viste le prospettive economiche dell’Italia, questo sara’ probabilmente sempre piu’ vero anche in futuro. 2) Che la diffusione dell’inglese danneggi la lingua italiana e’ un falso mito. Ci sono popoli (per esempio, l’India, o i paesi scandinavi) dove l’inglese e’ diffuso tanto quanto la lingua nazionale (in India, anche di piu’) e la lingua nazionale sta benissimo, senza nessun danno. Nelle Filippine, tutte le scuole, dalle elementari in poi, insegnano tutte le materie in inglese, salvo le ore di lingua e cultura filippina. I filippini che incontro negli USA parlano tutti un ottimo inglese, mentre gli italiani – io compreso – sono quasi tutti condannati ad un accento ineliminabile. 3) Gli scienziati hanno dimostrato che parlare piu’ lingue sviluppa l’intelligenza, allarga la conoscenza ed educa alla pluralita’ delle fonti e delle idee. 4) Tutte le parole nuove – per esempio, quelle legate alle nuove tecnologie – esisteranno solo in inglese, checche’ ne pensino i nostalgici dell’italiano. Nessuno riuscira’ ad imporre l’uso della traduzione di parole come “mouse” o “forward” o “router”, rassegnatevi. 5) L’inglese e’ piu’ facile di tutte le altre lingue di cui capisco qualcosa. E’ inevitabile che diventi la lingua universale. Meglio accettarlo che combattere una masochistica battaglia di retroguardia. Lorenzo De Ferrari, <!-- e --><a href="mailto:larrydefe@gmail.com">larrydefe@gmail.com</a><!-- e --><br />
(Da italians.corriere.it, 16/6/2013).

Daniela Giglioli
Daniela Giglioli

ARCHITETTURA E LINGUA FRANCA<br />
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RIPARLIAMO DELL'INGLESE<br />
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di Angelo Torricelli<br />
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La formazione dell'architetto si compie entro una rete di relazioni molteplici: con i luoghi dove si abita, si studia e si viaggia; con la cultura dell'architettura, il suo radicamento e il suo posizionamento nella rete internazionale dei riferimenti; con i modi di produrre, le pratiche e i rapporti sociali, attualmente interessati da un rapido processo di diffusione del «sistema architettura» a livello planetario. Di conseguenza l'obiettivo di collocare l'insegnamento nel contesto internazionale è un compito che non può oggi essere eluso o posticipato. Già da alcuni anni le Scuole di Architettura del Politecnico di Milano offrono percorsi in lingua inglese rivolti a studenti italiani e stranieri, inseriti in programmi di scambio internazionale che vedono coinvolti docenti e ricercatori, anche per costruire occasioni di formazione all'estero, quali workshop e tirocini. Guardando al futuro, il compito dell'Ateneo è quello di definire la programmazione didattica dei prossimi anni in riferimento ai problemi attuali della formazione politecnica, alle richieste del mondo del lavoro e alle aspettative dei giovani e delle loro famiglie. L'obiettivo dichiarato è quello di dar vita a un'università internazionale radicata nella cultura italiana. L'innesto della lingua inglese è indispensabile per valorizzare la stessa tradizione che contraddistingue l'alto profilo degli studi: costituisce un vantaggio innegabile sia per gli studenti, sia per i docenti. Per i primi si tratta del requisito per essere in grado di esprimere le proprie capacità anche all'estero, per i secondi incrementa la possibilità di partecipare ai convegni e ai concorsi di progettazione che si svolgono in inglese, la lingua oggi prevalente delle pubblicazioni, soprattutto in ordine alla loro diffusione e valutazione nella comunità scientifica. Comunque la qualità della didattica e della ricerca nel contesto internazionale presuppone un processo di revisione dei contenuti degli insegnamenti che non coincide con la semplice traduzione dall'italiano all'inglese. Va anche detto, per inciso, che esprimersi in inglese obbliga alla ricerca in termini di logica e di chiarezza concettuale. Altra questione di rilievo è, tuttavia, la salvaguardia di quegli ambiti disciplinari nei quali la letteratura scientifica è fondata in maniera preponderante sulla lingua italiana, che pure determina l'attrattività dei nostri corsi per studenti e docenti stranieri. Nelle Scuole di Architettura, in particolare, il percorso didattico si articola in due momenti tra loro correlati: al centro le attività di laboratorio per la progettazione e la ricerca operativa; di fronte lo studio delle discipline dell'architettura e di quelle che ne possono arricchire gli ambiti di conoscenza. L'utilizzo di una «lingua franca» quale è l'inglese è impegno coerente con le finalità di una attività didattica che sia capace di sintetizzare gli apporti di diverse competenze specialistiche e che, tra l'altro, coinvolga studenti italiani e stranieri quali attori e non semplici fruitori. *preside della Scuoladi Architettura Civile Politecnico di Milano <br />
(Dal Corriere della Sera, 27/6/2013).

Daniela Giglioli
Daniela Giglioli

Inglese al PoliMI: cito la sentenza del TAR<br />
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Caro Dr. Severgnini, nella rubrica “Italians” online è apparsa una lettera (“PoliMI: il TAR appoggia una minoranza retriva” – <!-- m --><a class="postlink" href="http://bit.ly/19DmeiD">http://bit.ly/19DmeiD</a><!-- m -->) offensiva nei confronti dei docenti del Politecnico di Milano, che hanno vinto il ricorso al TAR contro l’obbligo della lingua inglese. Si deve dire, a onore dei giudici, che il TAR non “appoggia” una “minoranza rumorosa e retriva”, ma parla in nome del Popolo Italiano. Ma se per “retriva” si intende “reazionaria”, allora siamo “reazionari”, perché abbiamo reagito all’esclusione dell’italiano nei corsi universitari, contro ogni diritto costituzione e contro le leggi della Repubblica Italiana, come ha osservato il TAR (Sentenza N. 01348/2013 del TAR Lombardia), una sentenza da leggere. Cito: «Insomma, l’uso della lingua straniera deve essere tale da affiancare, in particolari materie, quello della lingua italiana, nei limiti in cui sia necessario per favorire il processo di internazionalizzazione (….) Ne consegue che la disciplina gravata [l’obbligo dalla lingua inglese] contrasta con il principio del primato della lingua italiana sia per l’ampiezza riconosciuta all’impiego della lingua inglese, sia per la diversa incidenza riconosciuta all’italiano e all’inglese rispetto alla formazione specialistica.»<br />
Emilio Matricciani, <!-- e --><a href="mailto:Emilio.Matricciani@polimi.it">Emilio.Matricciani@polimi.it</a><!-- e --><br />
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Caro Prof. Matricciani, online ho pubblicato la sua lettera per esteso e le ho risposto in maniera esauriente (spero!). Qui mi limito a ricordare due cose. La prima: gli aggettivi “rumorosa e retriva” sono acqua fresca, considerato cosa gira nei blog di questi tempi! La seconda: ricorrere al TAR, scavalcando il VOSTRO Senato accademico, mi sembra un’iniziativa poco elegante, e piuttosto grave. In America la comunità accademica nazionale avrebbe stigmatizzato la cosa; in Italia non mi sembra sia avvenuto (non sono sorpreso, chissà perché). Se ogni volta che qualcosa non ci garba tiriamo in ballo i tribunali amministrativi, buonanotte. Non vi va più da nessuna parte: come accade, del resto.<br />
(Da <!-- m --><a class="postlink" href="http://italians.corriere.it">http://italians.corriere.it</a><!-- m -->, 29/6/2013).

Daniela Giglioli
Daniela Giglioli

Tenetevi stretta la vostra lingua<br />
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Cari Italians e spettabile Severgnini, sono uno studente francese in Italia da due anni e frequento un master al Politecnico di Torino. Da studente straniero vi dico:tenete stretta la vostra lingua! In altri paesi ormai non è più possibile seguire le lezioni nella lingua nazionale. Perché? Perché c’è sempre uno studente inglese o irlandese pigro che non conosce e vuole imparare altre lingue, che alza la mano per dire “English, please”. Così, tutti gli altri si devono adattare. È una forma di ricatto che incentiva la pigrizia degli stranieri. In Italia invece uno è obbligato a seguire le lezioni in italiano e quindi impara velocemente la lingua. Ho altri amici dalla Francia che studiano in inglese qui a Torino e dopo un anno non sanno dire nulla (ma proprio nulla!) in italiano perché usano solo l’inglese. Così perdono la possibilità di imparare l’italiano.<br />
Jean-Pierre Chassot, <!-- e --><a href="mailto:chassot.jeanpierre@yahoo.fr">chassot.jeanpierre@yahoo.fr</a><!-- e --><br />
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Quello “studente inglese o irlandese pigro” pensa di avere un vantaggio – e non sarà così. Tu conoscerai due lingue – anzi tre, considerato come usi l’italiano. Lui una sola; e probabilmente male. Credimi JPC: l’inglese non è solo la lingua degli inglesi, degli irlandesi, degli australiani o degli americani. E’ la lingua di lavoro del mondo: uno strumento, non un’ideologia. Sii pratico. Limitandoti al francese o all’italiano, nel campo dell’ingegneria, ti precludi molte possibilità di lavoro: sei sicuro di volerlo fare? La nostre due bellissime lingue avrai mille altre occasioni di parlarle, vedrai.<br />
(Da italians.corriere.it, 1/7/2013).

Daniela Giglioli
Daniela Giglioli

Il PoliMI, il TAR e il senato accademico<br />
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“…Ricorrere al TAR, scavalcando il VOSTRO Senato accademico, mi sembra un’iniziativa poco elegante, e piuttosto grave…. Se ogni volta che qualcosa non ci garba tiriamo in ballo i tribunali amministrativi, buonanotte” (“Inglese al PoliMI: cito la sentenza del TAR” – <!-- m --><a class="postlink" href="http://bit.ly/13g2ijC">http://bit.ly/13g2ijC</a><!-- m -->). Vero. E infatti il Senato Accademico, invece di rimboccarsi le maniche e proseguire con l’internazionalizzazione nei limiti esistenti, e magari muovendosi a livello ministeriale per promuovere nuove leggi, cosa fa? Fa ricorso al Consiglio di Stato. Buonanotte bis? Ovvio che in una nazione normale, se il Consiglio di Stato si pronunciasse (pronuncerà) concorde la TAR, i favorevoli del Senato Accademico si dimetterebbero per evidente incapacità di dirigere seguendo le norme vigenti. Ma siamo in Italia, hanno già dichiarando che il ricorso “è un passo indispensabile per chiarire l’interpretazione delle norme vigenti”. Chiedere un’interpretazione e basta? Buonanotte ter. In tutto questo, la saggezza appare solamente nel messaggio dei rappresentanti degli studenti in Senato Accademico, che sul ricorso si sono astenuti proprio in quanto perplessi da questa burocratica litigiosità. Parentesi: come è limitata la lingua italiana. Se solo potessi scrivere in spagnolo, dove esiste il congiuntivo futuro! Il periodo ipotetico al futuro in questa lettera sarebbe utilissimo. Cito Maddalena Capasso R. English, the language of business. Francais, la langue de la diplomatie. Deutsche, das techniksprache. Italiano, la lingua dell’amore. Espanol, el idioma para hablar con Dios.<br />
Lucio Araneo, <!-- e --><a href="mailto:Velistapercaso@hotmail.com">Velistapercaso@hotmail.com</a><!-- e --><br />
(Da italians.corriere.it, 1/7/2013).

Daniela Giglioli
Daniela Giglioli

ITALIANO VS INGLESE / 1 <br />
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Ricchi di molte lingue <br />
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Il convegno promosso dalla Crusca e la recente sentenza del Tar pongono nuovi problemi sul plurilinguismo <br />
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di Nicoletta Maraschio <br />
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A conclusione del convegno «Città d’Italia: ruolo e funzioni dei centri urbani nel processo postunitario di italianizzazione» (Firenze, Accademia della Crusca, 18-19 aprile 2013, per i cinquant’anni della Storia linguistica dell’Italia unita di De Mauro), è stato elaborato un documento, Conoscere e usare più lingue è fattore di ricchezza che, sottoscritto da tutte le associazioni partecipanti e da molti altri linguisti, è stato inviato al presidente della Repubblica, al presidente del Consiglio e ad alcuni Ministri (lo si può leggere nel sito della Crusca: www.accademiadellacrusca.it). <br />
I firmatari - per lo più studiosi impegnati in vari campi della Linguistica italiana, delle Scienze del linguaggio e, in particolare, in quello della Linguistica educativa - ribadiscono l’importanza del plurilinguismo, non solo quale elemento fisiologico della specie umana, ma, anche quale comprovato fattore di crescita psicocognitiva, sociale e culturale. Chiedono quindi alle istituzioni della Repubblica iniziative concrete di formazione e di aggiornamento degli insegnanti nel campo della Linguistica italiana e delle Scienze del linguaggio, da estendere agli operatori socioculturali che agiscono nel delicato e complesso mondo dell’immigrazione. La ministra per l’integrazione, Cécile Kyenge ha immediatamente risposto, dimostrando grande sensibilità verso i complessi problemi linguistici attuali. <br />
L’Italia attraversa una fase delicata di trasformazioni che riguardano non solo gli assetti socio-economici e politici, ma anche e soprattutto quelli linguistici e culturali. Rispetto a cinquant’anni fa e al quadro tratteggiato in modo magistrale da De Mauro nella sua Storia linguistica dell’Italia unita (1963), molto è cambiato. La globalizzazione, internet, i flussi migratori hanno inciso sull’architettura generale del nostro spazio linguistico, in cui ora si confrontano, accanto all’italiano, finalmente lingua di tutti, molte più lingue, tra le quali l’inglese, che occupa una posizione rilevante come lingua «franca», soprattutto in alcuni ambiti settoriali. <br />
La dimensione europea ha inoltre assunto un’importanza impensabile fino a qualche decennio fa: l’Unione chiede a ogni suo cittadino di conoscere, oltre alla propria, almeno altre due lingue, in conformità con il multilinguismo/multiculturalismo che è uno dei cardini della coscienza europea (tutte le lingue sono «patrimonio comune»). <br />
L’Italia è molto lontana da tale obiettivo. In particolare, per quanto riguarda l’italiano, restano drammatiche le diseguaglianze, da più parti evidenziate, nella capacità del suo uso effettivo. Si ripropone dunque oggi una delicata «questione linguistica», da affrontare con strumenti metodologicamente e politicamente adeguati, soprattutto necessari in un Paese come il nostro nel quale alla corretta visione/interpretazione di tali fenomeni si frappongono dà sempre pesanti lenti oscuranti: una debole coscienza linguistica nazionale, molti equivoci sull’idea stessa di politica della lingua/delle lingue e sui modi per modernizzare e internazionalizzare la formazione e la ricerca. <br />
Di assoluta rilevanza in questo quadro è la politica linguistica delle Università. L’Accademia della Crusca, ha organizzato l’anno scorso una «Tavola rotonda sull’inglese come lingua veicolare» (Fuori l’italiano dall’università? Inglese, internazionalizzazione e politica linguistica, Accademia della Crusca-Laterza, 2012) per suscitare una riflessione larga e approfondita sul valore della lingua materna e del plurilinguismo/multilinguismo come strumento fondamentale di dialogo interculturale. <br />
La posizione decisamente prevalente, tra oltre cento pareri di linguisti, giuristi, economisti e scienziati e scrittori, è stata quella contraria al monolinguismo anglofono nell’insegnamento universitario. L’occasione è stata la scelta del Politecnico di Milano di avviare, dal 2014-2015, i corsi magistrali esclusivamente in inglese. Una recente sentenza del Tar Lombardia ha dichiarato illegittimo tale provvedimento, sulla base di motivazioni diverse, ma soprattutto per la violazione del principio di eguaglianza, con conseguente discriminazione di docenti e studenti di un’Università pubblica italiana che non accettino di svolgere o di frequentare un intero corso di laurea solo in inglese. <br />
Le strade dell’internazionalizzazione, ritenuta ovviamente fondamentale da tutti quelli che hanno a cuore l’Università, paiono altre, a cominciare da maggiori risorse da destinare alla scuola, all’alta formazione, alla ricerca e alla cultura, ambiti che ci vedono purtroppo nelle ultime posizioni in Europa. Come ha scritto Maria Luisa Villa, nota e attenta scienziata milanese, nel suo bel libro L’inglese non basta: una lingua per la società (Bruno Mondadori), l’inglese è assolutamente necessario, ma non è affatto sufficiente per rendere internazionali i nostri Atenei. L’abbandono delle lingue nazionali nell’alta formazione, a cominciare dall’ambito scientifico, può avere conseguenze gravi su piani diversi, da quello economico a quello culturale, e innanzi tutto nel delicato processo di circolazione sociale dei saperi. <br />
In questi giorni è stato presentato ricorso in appello contro la sentenza del Tar Lombardia. <br />
Senza entrare nelle argomentazioni formali, importa mettere in evidenza in quel testo un’affermazione che potrebbe <br />
avere conseguenze determinanti sul futuro della nostra lingua. Preso atto della mancanza della indicazione esplicita in Costituzione dell’ufficialità della lingua italiana, si sostiene che l’ufficialità, peraltro affermata chiaramente in leggi e in sentenze della Corte costituzionale, non può essere utilizzata in relazione all’utilizzo della lingua inglese, il che semplicemente significa disconoscere che l’italiano sia la lingua ufficiale della Repubblica e consentire un’applicazione generalizzata del modello educativo monolingue e anglofono adottato dal Politecnico milanese. <br />
Appare insomma quanto mai urgente impostare nel nostro Paese una nuova politica linguistica, capace di portare i giovani a un saldo e diffuso possesso della lingua nazionale e di almeno due lingue europee (una delle quali sarà l’inglese), di valorizzare la crescente ricchezza linguistica presente sul territorio e di promuovere maggiormente, sul piano internazionale, la nostra lingua e la nostra cultura, che continuano ad avere una forte attrattività soprattutto nell’Europa orientale, nel Mediterraneo e nell’America del Sud. Solo favorendo la consapevolezza che il plurilinguismo/multilinguismo è un valore individuale e collettivo da tutelare e promuovere, potremmo guardare al futuro con la speranza di riuscire a proporre modelli innovativi. Lo potremo fare se saremo capaci di valorizzare la nostra lunga storia di coesistenza di tante lingue diverse e se non ci appiattiremo sul monolinguismo/monoculturalismo anglofono da cui, per altro, alcuni dei Paesi europei più avanti di noi sulla strada della modernizzazione e internazionalizzazione, come la Germania, prendono ormai le distanze. <br />
Presidente Accademia della Crusca <br />
(Da Domenica (Il Sole 24 Ore), 14/7/2013).

Daniela Giglioli
Daniela Giglioli

LIBERTA' DI EDUCAZIONE<br />
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SCUOLA/ Inglese vs. italiano, ecco perché il Tar ha bocciato i "talebani"<br />
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di Fulvio Cortese<br />
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Fa ancora discutere la sentenza (n. 1348 del 2013) con cui il Tribunale amministrativo regionale per la Lombardia (Sez. III) ha annullato, il 23 maggio scorso, la delibera del Senato accademico del Politecnico di Milano, a mezzo della quale si era stabilita, a decorrere dall'anno 2014, l'attivazione "esclusivamente in inglese" delle lauree magistrali e dei dottorati di ricerca. <br />
L'esito del giudizio – che ora si trova in grado d'appello, dinanzi al Consiglio di Stato, e che quindi non può dirsi definitivo – ha suscitato moltissime reazioni, della più varia natura. Alcune sono state apertamente favorevoli, e hanno evidenziato la giusta difesa della lingua italiana come fondamentale veicolo del patrimonio culturale nazionale. Altre sono state scettiche, e non sono mancati coloro che hanno enfatizzato tutti i pericoli di un atteggiamento pigro e municipale, capace soltanto di accreditare visioni eccessivamente ristrette della ricerca e della cultura: il rischio che è stato paventato, e che non è certo ignoto, è quello di aggravare il gap che relega ancora verso il basso il ranking medio dell'accademia italiana e dei suoi pur brillanti risultati, ponendo così anche la maggioranza degli studenti, e degli studiosi, che si formano nel nostro Paese in una condizione scarsamente competitiva.<br />
Nel merito, si può subito osservare che, come sempre accade nel nostro dibattito pubblico, un tema davvero importante – l'italiano e il suo ruolo nel contesto di un'educazione che è sempre più proiettata oltre i confini – viene stracciato nella contesa di fazioni che, alla fine, riescono solo nell'obiettivo di anteporre ragioni astratte ad emergenze molto più concrete. Sicché sono pienamente condivisibili le opinioni di chi, come Claudio Giunta (Domenicale del Sole 24 ore, 14 luglio 2013), ha invitato tutti i protagonisti di questa surreale baruffa ad un bagno di più sano realismo. <br />
Del resto, è proprio ad un atteggiamento serenamente consapevole che la vicenda processuale del Politecnico dovrebbe stimolarci. Perché le pronunce vanno lette integralmente, tanto più nel caso di specie, nel quale il giudice amministrativo non ha dato alcun credito ad interpretazioni totalmente unilaterali, ma ha cercato, anzi, di proporre una ricostruzione il più possibile equilibrata. È a questo equilibrio, allora, che occorre guardare per comporre le ampie, e forse poco utili, polemiche di questo periodo.<br />
Il provvedimento del Politecnico era stato impugnato da un nutrito numero di docenti dello stesso Ateneo, che, oltre ad aver prospettato la violazione della libertà di insegnamento e l'effetto discriminante a carico degli studenti, avevano anche invocato la necessità di rispettare la normativa vigente. In particolare, era venuto in gioco l'art. 271 del regio decreto n. 1592 del 1933, nella parte in cui stabilisce tuttora che la lingua italiana è la lingua ufficiale dell'insegnamento e degli esami in tutti gli stabilimenti universitari.<br />
(Da ilsussidiario.net, 28/7/2013).

Daniela Giglioli
Daniela Giglioli

Dal Politecnico di Milano a Bolzano, quando l'università parla inglese<br />
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di Alberto Magnani <br />
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Bilingui sì. Del tutto anglofoni no. O non ancora. Nel solo 2012, 57 degli 81 atenei associati al Crui (Conferenza rettori universitari italiani) hanno incluso corsi in inglese nell'offerta formativa. Il 70%. Un esperimento che funziona, a giudicare dal buon feedback di laureati e mercato del lavoro. Ma fatica a decollare del tutto. Sia per i ritardi nella preparazione linguistica di docenti e matricole, sia per l'incompatibilità di alcuni corsi con un idioma diverso dall'italiano. E se in Bocconi sette lauree magistrali su 10 sono integralmente «English taught», c'è chi resiste. Come i 234 docenti del Politecnico di Milano che hanno respinto l'ipotesi di escludere l'italiano dall'offerta didattica delle ex specialistiche, i bienni di magistrale.<br />
Quanti sono, dove sono<br />
In totale, i corsi in inglese erogati raggiungevano nell'anno accademico 2011/2012 le 671 unità. Con percentuali sbilanciate sulla specializzazione: i corsi di laurea triennale non incidono per più del 3%, lauree magistrali e dottorati sfiorano il 60%. A riprova di target distinti tra i titoli di primo livello, orientati alla formazione, e i bienni magistrali. Che rappresentano, sempre più spesso, il biglietto di sola andata per il mercato internazionale.<br />
Quanto a diffusione geografica, gli atenei del nord scalzano nettamente i colleghi di centro e sud. Merito di colossi come Milano, Torino o Bologna. E di eccellenze più recenti: la Libera Università di Bolzano, fondata nel 1997, è il primo ateneo su scala europea ad offrire corsi trilingui in italiano, inglese e tedesco.<br />
Ingegneria, finanza, medicina. Chi parla straniero (e chi no)<br />
Tra le aree disciplinari, il predominio va agli studi ingegneristici ed economici, dove i corsi impartiti in inglese rappresentano il 25% e il 20% dell'offerta totale. Le lauree in "economics" e corsi associati sono 8 a livello triennale e quasi 50 al giro di boa del biennio specialistico. Per le facoltà di ingegneria, includendo anche il settore di ingegneria civile e architettura, il totale sale rispettivamente a 10 e 58.<br />
Sempre più orientate sull'inglese le "scienze mediche", cioè Medicina e discipline di area sanitaria. L'Università Cattolica del Sacro Cuore inaugura proprio nel 2013 un corso di laurea in Medicine and Surgery, con 52 posizioni disponibili. A Pavia la stessa offerta è attiva da anni, per un totale di 100 ammissioni: 60 per cittadini Ue, i restanti per matricole da tutti i continenti.<br />
In fondo alla classifica compaiono le discipline di impronta umanistica (come storia, filosofia e lettere a indirizzo antico o moderno) con nessun corso di laurea in inglese al triennio e solo due nell'offerta didattica magistrale. Più sorprendente il vuoto assoluto di corsi in inglese fra lauree di primo livello in biologia, chimica e fisica: offerta pari a zero nel corso triennale, con una media di 6-8 alternative nel biennio.<br />
Il caso del Politecnico<br />
E a proposito di sorprese. Aveva fatto scalpore il no di più di 200 docenti del Politecnico di Milano alla conversione in inglese delle lauree magistrali. Con tanto di ricorso al Tar, vinto, per salvaguardare l'italiano nell'insegnamento. Scalpore perché il "Poli" è un caso scuola di internazionalizzazione, con un'offerta in lingua inglese che include 2 lauree triennali, 19 corsi magistrali e 18 corsi di dottorato di ricerca. Numeri che pagano nell'attrattività europea e mondiale dell'ateneo.<br />
Nel solo 2012/2013, gli iscritti stranieri hanno sfiorato il 10%, rappresentando 113 paesi tra i corridoi di piazza Leonardo da Vinci, della Bovisa e delle sedi staccate tra Lombardia ed Emilia-Romagna. Una fetta divisa tra il 6% dei triennalisti (1.565), il 16% di chi studia in magistrale (2.080) e addirittura i 20 e 26% dei perfezionando all'Alta Scuola Politecnica e dei corsi di dottorato (54 e 290, su un totale di iscritti ovviamente più esiguo).<br />
(Da ilsole24ore.com, 31/7/2013).

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