Concorsone Rai: i giornalisti nell’era dei quiz.

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Il concorsone Rai.

I giornalisti nell’era dei quiz.

di Francesco Durante.

È proprio necessario (e sufficiente) che sappia l’inglese, e soltanto l`inglese? E non è strano che la conoscenza di un’altra lingua diversa da quella non conti nulla ai fini della selezione del personale? Sono alcune delle domande che sorgono spontanee leggendo i cento quiz per l’assunzione alla Rai di altrettanti giornalisti, quiz che hanno comportato una strage: hanno infatti passato la prima prova in 400 su 2828. Confesso che a molti dei quesiti non avrei saputo rispondere o, meglio, che sarei andato un po’ a naso cercando di indovinare la risposta giusta tra le quattro suggerite. Sono ignorante? Va bene. Però non sono affatto sicuro che chi sa tutte le risposte non lo sia. Diffido dei quiz, mi sono sempre parsi una scorciatoia, uno strumento ritenuto presuntivamente “oggettivo”, di fatto ingannevole. Nel caso specifico, inoltre, dubito che il metro nozionistico sia bastevole a valutare la professionalità di un giornalista. Non si dovrebbe verificare (prima, non dopo) se sa scrivere o parlare, se è bravo a raccontare i fatti, a impaginarli, a costruire discorsi interessanti col materiale a sua disposizione? Ai tempi miei – i tempi dei tempi – si diventava giornalisti allo stesso modo in cui si poteva diventare falegnami: si andava a bottega e si cercava di “copiare il mestiere”. Come molti della mia generazione, scelsi questo lavoro perché andavo bene in italiano e volevo viaggiare. Ma la prima cosa che mi fecero capire quando mi assunsero è che i miei tiramenti letterari potevo rimettermeli in saccoccia: non mi si chiedevano voli pindarici, ma di scrivere in modo semplice e di essere preciso nel raccontare i fatti. Tra quelli che fecero l’esame da professionista alla mia sessione c’era anche Alberto Moravia, e non ricordo se fu promosso. C’erano giornalisti bravissimi che magari passavano la vita nella sala stampa della questura e non scrivevano mai, poiché il loro compito era quello di telefonare tempestivamente in redazione per dare le notizie ad altri colleghi. C’erano segugi di cronaca nera che ti consegnavano pezzi informatissimi ma buttati giù alla buona, e che ti raccomandavano: «Le virgole metticele tu». C’era, anche, una convinzione diffusa che il miglior giornalista, essendo uno cui poteva capitare di occuparsi di qualsiasi cosa, non dovesse in realtà essere esperto di nulla, anzi: più era ignorante, più sarebbe stato bravo a farsi capire dai lettori. Si poteva diventare giornalisti senza avere una laurea, anzi: senza nemmeno una licenza di scuola media superiore (ma in tal caso dovevi fare un esame integrativo). Tutti, tranne qualche raccomandato, diventavano giornalisti, venivano cioè stabilmente assunti come tali, dopo un periodo di “abusivato”: così veniva chiamata una piaga nazionale in virtù della quale uno entrava in redazione, ci lavorava come uno schiavo, e senza paga, per qualche tempo, e poi se andava bene veniva regolarizzato. Potevano passare anni, e non bisognava deflettere. I capocronisti, quando s’informavano sulle attitudini dei loro sottoposti, facevano domande come questa: «Ma è uno che va a cena?». Sgobbare, non andare a cena, essere sempre pronti all’incarico più umile, tipo quello di andare a recuperare la foto di una persona morta in un incidente stradale: questo era il mestiere, fatto ogni giorno con passione e dedizione nella speranza che prima o poi la sorte ti facesse diventare una grande firma, uno di quelli che a notte fonda, quando il giornale era ormai chiuso e la rotativa già girava, tiravano l’alba fra mirabolanti racconti delle loro gesta sui fronti di guerra o nei sancta sanctorum del potere. Oggi non è più così, e per certi versi è un bene. Ci si laurea giornalisti, dunque l’esigenza di un’istruzione universitaria è avvertita come imprescindibile. Certo, si diventa giornalisti molto più in teoria che in pratica, ma tant’è: almeno si è scardinata la selezione darwiniana dell’abusivato e, forse (forse), anche il sistema delle raccomandazioni e della cooptazione clientelare o partitica. È un passo avanti, anche se mi viene da dire che esser raccomandati non era sempre uno schifo, poiché, in qualche modo, il raccomandante si assumeva la responsabilità della propria scelta, e il raccomandatario sapeva di doverla onorare. Fior di giornalisti sono venuti fuori in questo modo. Al mio primo servizio da inviato, 40 anni fa, dovetti andare a intervistare la moglie di un imprenditore rapito. Ero un praticante di vent`anni e capitai in mezzo a un gruppo di vecchie volpi. La mattina dopo confrontai il mio dignitoso pezzullo con
quelli che avevano scritto loro, e fui sopraffatto dalla vergogna. Il grande inviato del «Giorno» aveva preso nota di tutto, persino della marca dell`orologio indossato dalla signora. Nel suo articolo c’era un’infinità di dettagli che nel mio non c’erano, e poco importa se, alla fine, capii che molti di quei particolari erano puramente inventati. Ecco, questo era il mestiere: vedere la realtà, prenderne nota, descriverla. Oggi sui fatti ci si va di rado, e la maggior parte del tempo la si passa incatenati a un videoterminale. E lì, se occorre, per qualsiasi quiz basta Wikipedia.
maildurante@gmail.com
(Da Il Mattino, 10/7/2015).

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