Concorso “Lingua e Potere” 2011

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Concorso LINGUA E POTERE 2010-2011

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Quando una differenza nel valore simbolico o nel valore comunicativo di una lingua rispetto ad un’altra ha un impatto diretto sulla posizione reciproca degli individui o delle comunità che quelle lingue parlano, essa diventa un fenomeno politico, sociale ed economico oltre che un fenomeno linguistico.
La duplice caratteristica della parola – l’unità fondamentale del linguaggio come organo della ragione; la pluralità empirica delle lingue, in quanto espressione storica particolare dell’identità di un popolo – spiega la duplice caratteristica dei rapporti fra lingua e politica: da un lato vi è influenza della lingua sulla politica; dall’altro vi è una presa della politica sulla lingua.
Proprio perché la parola «crea», traduce il mondo, essa esercita un potere decisivo nei rapporti fra gl’individui come fra i gruppi: dimostrare, circoscrivere, scegliere. Chi nomina domina: chi è in grado di dar un nome alle cose, di meglio classificarle logicamente, dispone di una capacità di dominio sui propri simili meno dotati. Ciò è vero in due sensi.
Da un lato sono le classi più favorite – e perciò più colte – che avendo conoscenze più vaste, sapendo esprimersi meglio, disponendo di un dizionario più ricco, esercitano in tal modo un effetto di dominanza che rafforza le disuguaglianze culturali.
Dall’altro le lingue che hanno più sviluppata la loro capacità d’espressione nel campo delle scienze, dell’alta cultura, nel mondo universitario e nell’establishment economico e politico esercitano a loro volta un effetto di dominio sulle lingue «sottosviluppate»: che perdono così, a poco a poco, la capacità di esprimere i concetti più complessi della cultura.
Si potrebbe discutere Kant in bretone, o esporre Einstein in sardo, o scrivere À la recherche du temps perdu in còrso?
Teoricamente sì; nella realtà se n’é ormai persa la pratica e – fatto decisivo – tutti i neologismi conseguenti a innovazioni, tecniche o di altra natura, non sono oramai nominati se non con parole, non più tradotte, nella lingua dominante. È così che la lingua dominata si degrada in parlata dialettale, anticamera dell’estinzione: parlata dialettale sempre meno capace d’esprimere altro che situazioni molto semplici, della vita familiare e privata, e non può se non vivacchiare, in modo sempre più evanescente. Così il circolo vizioso è completo: non solo chi nomina domina, ma anche chi domina nomina.
Tale tendenza è rinforzata e resa definitivamente irreversibile dall’influenza che a sua volta la politica esercita sulla lingua.
I poteri pubblici comprendono l’effetto potentemente «omogeneizzante» che una lingua comune esercita sui cittadini di uno Stato e in quale proporzione l’unità linguistica renda più facilmente e completamente realizzabile il «consenso» di tutti i cittadini, e per tal via l’unità nazionale: essi perseguono dunque attivamente la marginalizzazione ed emarginazione delle lingue diverse dalla lingua ufficiale, rafforzando così con disposizioni linguistiche l’effetto politico alienante esercitato comunque dalla lingua egemone.
Uno Stato può (e deve) essere neutro rispetto alle religioni ma, uno Stato, non può essere neutro rispetto alle lingue, perché è impossibile per uno stato non usare almeno una lingua per emanare leggi, fare funzionare tribunali, scuole, e mezzi di comunicazione. L’Unione europea non è un’eccezione. Per lungo tempo l’Unione ha sposato un approccio inclusivo alla comunicazione verso i cittadini, scegliendo un regime linguistico plurilingue finanziato da tutti gli stati. Adesso invece si osserva una tendenza crescente all’utilizzo sempre più esclusivo dell’inglese, lingua materna solo del 13% della popolazione dell’Unione, nella comunicazione europea.
Si tratta di un privilegio che crea un’asimmetria crescente nella distribuzione dei costi e dei benefici della comunicazione fra cittadini europei.
Perché tutti i documenti sono disponibili in inglese, mentre una percentuale variabile è disponibile nelle altre lingue?
Perché i cittadini e contribuenti britannici e irlandesi monolingui possono godere di più informazioni, più diritti degli italiani monolingui?
Eppure il cittadino (e contribuente) italiano paga le tasse quanto il concittadino britannico pagano le tasse.
Siccome privilegiare una lingua è una decisione politica che può generare disuguaglianza fra cittadini non è necessario mettere in atto delle misure redistributive che trasferiscano risorse dai paesi anglofoni verso gli altri? Certamente sì poiché si tratta di misure necessarie a ripristinare la giustizia linguistica.
È necessario distribuire più equamente i costi e i benefici della comunicazione fra comunità linguistiche, al fine di muoversi verso una comunicazione più inclusiva. La democrazia infatti non può fare a meno di comunicare, e le istituzioni non sono veramente democratiche se non si fondano su una comunicazione inclusiva. In questo senso, la democrazia linguistica è un elemento fondamentale della democrazia materiale.
Il rapporto tra lingua e potere è un tema enorme che si esplicita in mille modi e crea mille rivoli discriminatori e di rapporti di forza, in barba a qualsiasi idea di democrazia e giustizia. Ci siamo limitati qui ad instradarne il senso.
Sui siti dell’associazione, nei suoi forum, nell’ascolto della rubrica di Radio radicale diretta e condotta da Giorgio Pagano “Democrazialinguistica.it”, in onda ogni domenica alle 19,30, o nel riascolto delle varie edizioni su www.radioradicale.it, troverete ulteriori voci, spunti ed ispirazioni.




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