Con la morte di una lingua muore un pezzo di umanità

Posted on in Politica e lingue 10 vedi

Incontri

Il drammaturgo ungherese compie 90 anni: racconta le sue passioni e lancia un allarme

«I miei amori: l’Italia e Pirandello»

Miklós Hubay: dialetti e lingue dei poveri sono in pericolo

di Nuccio Ordine

«Quando muore una lingua muore con essa anche un pezzo di umanità. Si perde la memoria di un popolo, di una cultura, di una visione del mondo. Mi fa rabbrividire il fatto che in ogni angolo del nostro pianeta, per ragioni e cause diverse, si spengono ogni giorno tantissime lingue e, spesso, lo sterminio dei portatori di queste lingue viene definito, con un intollerabile eufemismo, “pulizia etnica”». Miklós Hubay, il più grande drammaturgo ungherese vivente, ha da poco compiuto novant’anni. Dal 3 aprile, giorno del suo compleanno, una serie di incontri si sono svolti in teatri e università dell’Ungheria. Ma anche l’Italia, dove ha insegnato 15 anni letteratura ungherese all’università di Firenze, ha voluto onorarlo con un evento che ha avuto luogo alla Fiera del Libro Gutenberg a Catanzaro, organizzato nel Liceo Galluppi. Qui tre giovani attori dell’Accademia Nazionale d’Arte Drammatica Silvio D’ Amico hanno messo in scena l’ultima tragedia di Hubay The rest is silence (Il resto è silenzio) pubblicata dall’editore Rubbettino. Per l’occasione, sempre da Rubbettino, è apparso anche un Album Hubay, che raccoglie parte delle memorie del drammaturgo e una documentazione fotografica. «Per me è stata una grande gioia essere tornato in Italia, nella Magna Grecia, dove ogni cosa mi parla di una cultura che nella mia scrittura ha contato tantissimo», racconta Hubay. «Mi sono nutrito dei drammi di Sofocle. E Sofocle, che immagino sull’altra sponda del mar Ionio, è sempre presente nel mio studio a Budapest, dove conservo una copia della statua che si trova nei musei Laterani. Mentre scrivo, lui mi guarda, mi ispira, mi giudica. Ma, al di là dello stretto, vedo Pirandello: anche a lui devo molto». Hubay ci tiene a sottolineare che l’Italia ha avuto un ruolo importante nella genesi di questo ultimo dramma. «Avevo lavorato per anni sul tema della scomparsa di una lingua. E partendo per un congresso a Rio de Janeiro, avevo portato con me una prima stesura del testo, pensando che l’estinzione delle culture degli Indios in Amazzonia mi avrebbe ispirato nuove idee. Ma, nel riprendere l’aereo, dimenticai le mie carte all’Hotel Copacabana. Tutto era andato in fumo». Gli faccio notare che la storia letteraria è piena di aneddoti fondati su manoscritti perduti. «Ma la mia avventura non è una finzione. Avevo “rimosso” quel progetto. Poi nel 2000 vennero a Budapest due friulani che avevano saputo di questo mio dramma. Volevano tradurlo nella loro lingua per un festival. Gli dissi che non avevo nessun testo. Mi portarono con loro a San Vito e qui scrissi questa tragedia, parte in ungherese e parte in italiano, che fu subito tradotta in dialetto e messa in scena. Poi ebbi modo di risistemarla in ungherese. E adesso ecco la prima traduzione italiana, mentre seguiranno quelle in russo e in francese». Non sarà un caso che la pièce The rest is silence sia stata tenuta a battesimo proprio in una terra che ha visto nascere Poesie a Casarsa, prima testimonianza del Pasolini poeta vernacolare. «So cosa significa battersi per la sopravvivenza di una lingua. Sono nato a Nagyvárad, passata con il trattato di Trianon alla Romania. Oggi si chiama Oradea. Ho visto cosa accade quando un popolo cambia padrone. Nel dramma racconto della morte dell’ultima donna che parla una lingua ormai sparita. E l’ ho dedicato a Jean-Luc Moreau, in ricordo della sua conversazione con l’unica rappresentante di una lingua considerata estinta». La lotta per la sopravvivenza sollecita una serie di ricordi, drammatici e lieti: «Ho conosciuto l’esilio e la persecuzione. Ho assistito impotente agli eccidi del Novecento. Ho incontrato a Ginevra un giovanissimo Jean Starobinski e a Roma il grande poeta Ungaretti. Firenze mi ha accolto con l’aiuto di amici come Piero Bigongiari e Giuseppe Bevilacqua. Frequentavo, in quegli anni, il gruppo delle Giubbe Rosse e Casa Buonarroti, diretta da Carlo De Tolnay. Ricordo che mentre stavano decidendo la mia chiamata all’università, Aldo Trionfo rappresentava il mio Nerone è morto? al Teatro della Pergola: questa coincidenza fu decisiva per convincere qualche collega titubante sulla mia candidatura. Ma l’amore per l’Italia risale già alla mia giovinezza: leggevo i libri di Alberto Berzeviczy, che mi aveva fatto viaggiare in lungo e in largo con la fantasia. Adesso mi fa piacere che i miei drammi siano stati recitati in italiano anche in radio e televisione». Le battute finali riguardano il «mistero» del titolo. The rest is silence è l’ultima frase pronunciata da Amleto (V, II). Il verso shakespeariano è denso di ambiguità. Può alludere al restare senza parole, al rimanere muto o anche al presentimento della morte… «Quel “silenzio” di Amleto riassume la tragedia del mio personaggio femminile Aleluja, ultima testimone di una lingua estinta. Ma è anche una riflessione sul dramma della morte. A novant’anni si può ancora trovare la forza e l’energia per continuare a scrivere? Forse questa pièce è anche un congedo, un’ultima parola che potrebbe alludere ad un definitivo silenzio».

(Dal Corriere della Sera, 22/7/2008).

[addsig]




0 Commenti

Ancora non ci sono commenti
Lasciane uno tu per primo!
You need or account to post comment.