Comunicazione linguistica: studio comparativo sul campo

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COMUNICAZIONE LINGUISTICA :

STUDIO COMPARATIVO SUL CAMPO

di Claude PIRON

Il mondo si restringe. Gli scambi internazionali, tanto commerciali quanto culturali, si sviluppano a un ritmo impressionante, e i viaggi verso paesi lontani diventano un’esperienza banale per molte persone che non ci avrebbero mai pensato appena una decina di anni fa.

Per di più avvengono costantemente importanti spostamenti di popolazioni: i rifugiati e i richiedenti asilo politico sono sempre più numerosi, come pure gli emigrati alla disperata ricerca di un tenore di vita che non hanno alcuna possibilità di trovare nel loro paese.

L’effetto di tutti questi fattori è l’aggravamento dei problemi linguistici, che purtroppo non vengono presi molto sul serio, così come si evita di dedicare la dovuta attenzione ai risultati dell’insegnamento scolastico delle lingue, spesso deplorevoli. Fatta eccezione per i popoli di lingua germanica, solo l’un per cento dei giovani Europei, al termine della scuola media superiore, è capace di esprimersi abbastanza correttamente in inglese, dopo aver avuto quattro ore di lezione settimanali per sei anni. La percentuale corrispondente in Asia è dell’uno per mille. Ma questi dati non sembrano stimolare il pensiero creativo. Sono accettati con fatalistica rassegnazione.

Nelle organizzazioni internazionali, un buon numero di delegazioni rivendica uno sviluppo dei servizi linguistici, come si può rilevare nei corridoi dell’ONU. Le pressioni esercitate per fare accordare lo statuto di lingua ufficiale al giapponese, all’hindi e ad altre lingue si fanno sentire con crescente intensità. In Europa, i problemi linguistici volgono sempre più al rompicapo. Come diceva Bernard Cassen in Le monde diplomatique, rappresentano una bomba a scoppio ritardato. Molti paesi dell’Europa centro-orientale sperano di aderire tra breve all’Unione Europea e i politici hanno reagito favorevolmente alla loro domanda, ma tutti si sono ben guardati dall’affrontare i problemi linguistici di questo allargamento, come se l’espressione “governare è prevedere” non fosse più valida.

Eppure non è lontano il giorno in cui complicazioni, ineguaglianze e costi causati dalla comunicazione linguistica, come anche dall’inefficacia dell’insegnamento delle lingue, supereranno il limite di sopportazione della società. Il presente documento, fondato sullo studio dei dati, mira ad aiutare coloro che saranno chiamati a definire una strategia per superare le difficoltà che si presenteranno di qui a poco.

Non c’è motivo per non applicare all’ambito della comunicazione linguistica internazionale i principî della ricerca operazionale. L’obiettivo è chiaro: adottare il sistema di comunicazione più equo, quello che offre il miglior rapporto qualità/prezzo (o efficacia/costo) e psicologicamente il più soddisfacente per il maggior numero di persone. Varî sistemi sono in competizione; è possibile definire a priori una serie di criteri per mettere in rilievo i rispettivi vantaggi e inconvenienti, e tentare un’analisi quantitativa per stabilire quale meglio si adatta all’obiettivo che ci siamo posti. In effetti, le situazioni in cui persone di lingue diverse sono costrette a comunicare sono numerose, al giorno d’oggi. Dunque non mancano le occasioni per osservare come fanno a superare la barriera delle lingue. E non c’è nessuna difficoltà a procedere ad uno studio comparativo dei diversi mezzi adoperati.

Le quattro opzioni

Questo studio prenderà in considerazione solo i sistemi in grado di assicurare una comunicazione precisa e ricca di sfumature, e di buon livello intellettuale. Esistono infatti innumerevoli situazioni in cui persone di lingue diverse si spiegano bene o male tramite gesti, espressioni facciali, rudimenti di inglese, o ricorrendo ad una lingua locale storpiata, ma non è il caso di esaminarle qui. Sarebbe impossibile, in un articolo breve, tener conto di tutti i bisogni linguistici esistenti sul nostro pianeta. Pertanto ci limiteremo ai casi in cui la comprensione reciproca deve necessariamente essere chiara, precisa, esatta e dettagliata come, ad esempio, al Parlamento Europeo o all’Assemblea generale delle Nazioni Unite. Le necessità linguistiche considerate in questa ricerca sono quelle dei rappresentanti nazionali, degli euro-parlamentari, degli esperti, consiglieri e collaboratori di organizzazioni internazionali, governative e non, come pure degli scienziati, specialisti e altri professionisti che si riuniscono in congressi o sono chiamati a scambiarsi idee e dati ad un alto livello di complessità.

Il ricercatore che fa una rassegna delle condizioni in cui si svolge una comunicazione internazionale a questo livello non tarda a notare che oggi come oggi solo cinque metodi sono in uso. Sono, in ordine di importanza su scala mondiale:

1) il sistema applicato dall’ONU, dalla maggior parte delle organizzazioni intergovernative e da moltissime organizzazioni non governative internazionali: un numero limitato di lingue, con interpretazione simultanea degli interventi orali e traduzione dei documenti;

2) il sistema applicato da numerose multinazionali: tutti i partecipanti usano la stessa lingua nazionale, generalmente l’inglese;

3) il sistema dell’Unione Europea: è accettata la lingua di ogni Stato Membro, con interpretazione simultanea degli interventi e traduzione dei documenti;

4) il sistema delle organizzazioni che adoperano una lingua interetnica che non è mai stata propria di un certo popolo (swahili, esperanto); per ragioni di comodità, in seguito sarà preso in considerazione solo il funzionamento linguistico delle associazioni che usano l’esperanto;

5) il sistema detto “svizzero” o “scandinavo”: ognuno usa la sua lingua madre e non c’è bisogno di tradurre o di interpretare perché tutti i partecipanti capiscono tutte le lingue in uso. Questo metodo, utilizzato durante le riunioni delle linee aeree scandinave, è adottato abbastanza spesso in Svizzera negli ambienti di persone colte. Fino agli anni Cinquanta, era il solo sistema usato nel Parlamento elvetico, dove si supponeva che ognuno capisse il tedesco, il francese e l’italiano.

Quest’ultimo sistema non sarà preso in considerazione, perché è applicabile soltanto a determinati ambienti culturali e non risponde alle necessità di comunicazione che si riscontrano su scala mondiale o anche su un territorio ristretto come l’Unione Europea. Si può applicare solo se il numero delle lingue è limitato a tre o quattro, se la distanza tra le culture non è troppo grande e se il sistema scolastico assegna un tempo considerevole all’insegnamento delle lingue. Rimarranno quindi oggetto dello studio i primi quattro sistemi considerati.

Criteri applicati

La parte fondamentale di questo articolo sarà dedicata ad un esame comparativo dei quattro sistemi oggetto dello studio. A questo scopo sono stati definiti dodici criteri, che saranno utilizzati per giudizi analitici di merito.

a) Durata dell’apprendimento preventivo

Il sistema linguistico dell’Unione Europea è il solo a non imporre ai partecipanti un apprendimento linguistico preliminare, almeno se ci si limita alle riunioni che beneficiano dell’interpretazione e della traduzione. Nelle altre tre formule, un apprendimento linguistico è necessario ad almeno una parte dei partecipanti. Nel sistema “multinazionali” è il caso di tutti quelli la cui lingua madre non è l’inglese e nel sistema “ONU”, della maggior parte dei partecipanti, poiché lingua di lavoro e lingua madre coincidono solo per una minoranza. Nel sistema “esperanto”, ognuno dovrà avere imparato la lingua di comunicazione. Certo, esistono dei bambini che hanno l’esperanto come lingua madre, ma sono così pochi che in pratica si possono trascurare.

Nei corridoi dell’Unione Europea, si parla sempre di più dei problemi da affrontare quando parteciperanno alla vita delle istituzioni anche persone di lingua slovena, ceca, maltese, magiara, slovacca, polacca, serbo-croata, estone, ecc. Una delle possibilità spesso citate è la riduzione del numero delle lingue di lavoro. Se fosse adottata questa formula, l’Unione Europea perderebbe il suo vantaggio per il criterio in esame: partecipanti alle riunioni e redattori di documenti si troverebbero nella stessa situazione di quelli dell’ONU e non potrebbero esercitare le loro funzioni senza un apprendimento linguistico preventivo.

Contrariamente ad un’idea molto diffusa, la padronanza di una lingua straniera richiede un enorme investimento in tempo e in energia nervosa. Per una persona chiamata a partecipare a delicate negoziazioni o ad esprimersi alla tribuna di un Parlamento o di un’Assemblea generale, non basta farsi capire, ma serve una qualità di espressione che permetta di convincere, di argomentare, di rispondere per le rime, di colpire i destinatari evitando di cadere nel ridicolo. Basti un esempio, a proposito del francese: Cornelio Sommaruga, presidente del Comitato Internazionale della Croce Rossa, riferendosi in un discorso ufficiale ai delegati del CICR sparsi nel mondo, intendeva dire che sono “degli eroi” (in francese des héros); una piccola incertezza nella pronuncia, che potrebbe sembrare impercettibile ma non lo è, lo ha portato a dire des zéros, cioè “degli zeri”. Eppure, grazie al fatto di abitare in una zona francofona e lavorare prevalentemente in francese da molti anni, la sua padronanza di questa lingua supera di molto quella del diplomatico medio. Il fatto che un uomo di questo livello possa incorrere in qualche passo falso linguistico sottolinea l’enormità del compito che rappresenta l’acquisizione di una lingua straniera. Ora, in politica non ci si può permettere di essere ridicoli: in seguito, gli ascoltatori non ricorderanno quanto che la persona intendeva dire, ma il suo modo di dirlo. Il fatto che al termine di duemila ore di studio di una lingua, seguite da un numero quadruplo di ore di pratica, si possa inciampare in trabocchetti del genere, la dice lunga su che cosa rappresenti l’obbligo di esprimersi in pubblico in una lingua straniera. La nostra lingua madre è inscritta nel nostro sistema nervoso come le abitudini motorie della mano destra di un destrorso. Esprimersi in una lingua straniera è l’equivalente, per un destrorso, di essere costretto a fare tutto con la mano sinistra.

Non si domina una lingua straniera al livello richiesto negli ambienti internazionali, senza 10.000 ore di studio e di pratica. L’esperanto rappresenta un caso a parte per quanto riguarda la rapidità di apprendimento: si raggiunge un livello di padronanza in circa 150-220 ore (vedere le spiegazioni date qui sotto a proposito del criterio i).

b) Investimenti pubblici preventivi

Il criterio che abbiamo appena visto riguarda l’impegno delle persone chiamate ad esprimersi o a produrre documenti nelle istituzioni internazionali. Ma l’apprendimento linguistico preventivo di cui abbiamo parlato sarebbe impossibile senza un investimento da parte dello Stato. L’insegnamento delle lingue esige, in tutto il mondo, un investimento enorme sia di tempo che di denaro. Se l’organizzazione di questo insegnamento è indispensabile per assicurare che uno stato, o un partito sia rappresentato in modo efficace a livello internazionale, l’investimento necessario costituisce un fattore non trascurabile. Il sistema “Unione Europea” e, allo stato di fatto, il sistema “esperanto” rappresentano a questo riguardo una considerevole economia per gli Stati. Ma se, domani, si obbligheranno gli euro-parlamentari finlandesi o greci ad esprimersi in inglese o in francese, i loro paesi dovranno investire nell’insegnamento delle lingue delle somme decisamente più elevate di quelle attuali. Infatti dovranno garantire un livello linguistico elevato ad una parte della popolazione abbastanza vasta per evitare una grave inferiorità dei loro rappresentanti, o di quelli eletti dai loro partiti, in confronto ai loro omologhi dei paesi “linguisticamente potenti”.

c) Investimenti da parte dell’istituzione

Due dei sistemi linguistici studiati costringono a investimenti specifici, di cui gli altri due sono dispensati. Le multinazionali che usano una sola lingua risparmiano su una gran quantità di spese generate dalle prestazioni linguistiche (almeno per quanto riguarda il loro funzionamento interno, e supponendo che nelle sedi periferiche possano trovare personale in grado di utilizzare la lingua della casa madre senza aggravio di costi; le relazioni col pubblico e la pubblicità escono dall’ambito del presente studio). Lo stesso succede nelle associazioni esperantiste.

Per quanto riguarda gli altri due sistemi, il ricorso alla traduzione e all’interpretazione implica automaticamente un considerevole aumento di personale, proporzionale al numero delle lingue utilizzate. Questa crescita richiede un certo numero di investimenti. I settori in cui sono necessari fondi preventivi possono essere riassunti come segue:

· · reclutamento e formazione del personale linguistico (interpreti e traduttori);

· · adattamento delle sale all’interpretazione simultanea (se l’attuale sistema dell’Unione Europea sarà mantenuto quando aderiranno nuovi paesi, bisognerà aggiungere ad ogni sala almeno una mezza dozzina di cabine di interpretazione; il numero di connessioni da prevedere tra queste cabine, da un lato, i microfoni e gli auricolari dall’altro, dovrà coprire tutte le combinazioni di lingue possibili);

· · organizzazione di un servizio di dattilografia per ogni lingua, con tutto quello che ciò implica: reclutamento del personale, acquisto di computer e di programmi di trattamento di testo adattati ad ogni lingua, fotocopiatrici, stampanti, articoli vari;

· · servizio di sostegno ai traduttori: biblioteche (con scorte di dizionari tecnici e di libri fondamentali in ogni lingua), servizi di riferimenti e di terminologia, sistemazione di dossier informatici, accesso a numerose banche dati, ecc;

· · uffici per i servizi di dattilografia e di traduzione, con tutte le spese afferenti (mobilio, riscaldamento, telefono, elettricità, ascensori, servizio di inoltro dei documenti o per corriere o per sistema pneumatico, ecc.), locali per la classificazione dei documenti in tutte le lingue usate, incremento dei locali di servizio per il personale.

d) Disparità e discriminazione

Certi sistemi linguistici sono discriminatori, altri no. Se l’unica lingua usata è l’inglese, come nel sistema “multinazionali”, le persone madrelingua beneficiano di un vantaggio linguistico in confronto ai loro colleghi, sfavoriti semplicemente per nascita.

Il sistema più discriminatorio è quello dell’ONU e delle istituzioni o associazioni che applicano un regime linguistico analogo. All’ONU, un delegato belga di lingua francese può usare la sua lingua; il suo collega fiammingo non ha questo diritto. Un siriano, un argentino, un cinese possono esprimersi con tutta l’eloquenza e la forza di persuasione che la lingua madre permette, ma questo diritto è rifiutato all’afgano, al brasiliano, al giapponese. Per i paesi la cui lingua non ha alcun diritto, l’ammissione di una nuova lingua accresce la disparità, in quanto fa aumentare il numero dei loro potenziali avversari, meglio armati per fare prevalere i loro punti di vista. Ora, questa perdita relativa d’influenza è finanziata dagli Stati vittime dell’ingiustizia. L’aggiunta di una nuova lingua di lavoro è accompagnata, infatti, da un aumento generale dei costi, a cui essi partecipano nella stessa proporzione di prima. L’idea di commisurare i contributi al finanziamento dell’istituzione in funzione dei vantaggi o svantaggi dovuti al regime linguistico, non pare sia stata mai formulata.

Nell’Unione Europea, invece, in linea di principio il sistema attuale garantisce la condizione di parità. Si possono però sollevare alcune riserve.

· · Da una parte, a livello di segretariato, non si usano affatto lingue come l’olandese, il greco, il portoghese o il finlandese. Certe lingue, dunque, sono “più uguali di altre”, sia quando si tratta di ottenere un posto di funzionario europeo, sia quando un cittadino o un parlamentare deve stabilire un rapporto con l’amministrazione.

· · D’altra parte, siccome c’è carenza di interpreti per certe combinazioni di lingue come portoghese-greco, danese-portoghese, olandese-finlandese, ecc., per queste lingue si ricorre al sistema della staffetta o della lingua-ponte: l’interprete portoghese si collega alla cabina inglese e rende nella sua lingua non il discorso originale, che non capisce, ma la sua interpretazione in inglese. Ora, da uno studio effettuato dall’ONU sui propri servizi linguistici, emerge che “alle riunioni scientifiche, la perdita di informazioni dovuta alla “staffetta” è di almeno il 50%”. Le rappresentanze dei diversi paesi non sono quindi in uguali condizioni, poiché un portoghese, un finlandese, un danese, un greco, domani forse un ungherese o uno sloveno, hanno meno possibilità di essere compresi correttamente e completamente, rispetto a coloro che discutono utilizzando una lingua più diffusa. Ogni interpretazione comporta la perdita e la deformazione di una parte dell’informazione, se c’è una doppia interpretazione, queste pecche sono raddoppiate.

· · Terza riserva: il servizio dei marchi registrati, con sede a Madrid, non usa tutte le lingue degli Stati membri dell’Unione.

Il problema della disparità, che attualmente è di minore importanza all’Unione Europea, vi assumerà l’ampiezza che si osserva all’ONU, se un giorno si deciderà di limitare il numero di lingue.

La formula “esperanto” evita ogni discriminazione: ciascuno usa una lingua che ha dovuto imparare in un periodo di tempo limitato e approssimativamente uguale, indipendentemente dalla lingua madre. Siccome nessuno utilizza la lingua del proprio paese o della propria regione linguistica, nessuno beneficia di una superiorità d’espressione per il semplice fatto di appartenere a un dato popolo. Questo vantaggio era già stato sottolineato alla Società delle Nazioni in un rapporto del Segretariato Generale alla Terza Assemblea (1922): Al segretariato della Società delle Nazioni, abbiamo avuto sotto gli occhi l’esempio della Conferenza internazionale delle autorità scolastiche, i cui dibattiti si sono svolti in esperanto. […] Quello che impressiona, è soprattutto il carattere di uguaglianza che dà ad una simile riunione l’impiego di una lingua comune che mette tutti allo stesso livello, permettendo al delegato di Pechino o dell’Aia di esprimersi con tanta convinzione quanto i loro colleghi di Parigi o di Londra.

L’osservazione delle riunioni e dei congressi internazionali mostra che esiste una correlazione tra il diritto di usare la propria lingua madre e la frequenza degli interventi. Chi non ha il diritto di usare la propria lingua interviene più raramente in un dibattito. Ci sono solo due modi per mettere persone di paesi diversi allo stesso livello:

a) che tutti possano usare la propria lingua;

b) che nessuno possa usare la propria lingua.

Dunque, in teoria, accanto alle formule “Unione Europea” e “esperanto”, esiste una terza possibilità che evita la discriminazione: l’adozione di alcune lingue soltanto, ma unita al divieto, per ogni oratore, di esprimersi nella propria lingua madre. Con questo sistema, se l’Unione limitasse le lingue di lavoro a inglese, francese e tedesco, le persone di lingua inglese, francese e tedesca sarebbero tenute ad esprimersi in una lingua diversa dalla propria, per non godere di un privilegio nei confronti dei loro colleghi “meno uguali”. Questa formula, che ristabilirebbe l’uguaglianza, ha poche possibilità di essere presa in considerazione, poiché le posizioni di forza sono quelle che sono.

e) Costo linguistico di una riunione

Il principale costo imputabile alla comunicazione linguistica durante una seduta è quello dell’interpretazione. Si tratta essenzialmente della remunerazione degli interpreti e del tecnico. Va da sé che più sono le lingue usate, più i costi sono considerevoli. Il sistema “Unione Europea” è di gran lunga quello che comporta il più alto costo linguistico per una seduta. A dire il vero, lo scarto tra l’Unione Europea e le altre entità internazionali, a questo proposito, è enorme. I sistemi “multinazionali” e “esperanto” non implicano invece nessuna spesa.

f) Costo della produzione dei documenti

Più le lingue di lavoro sono numerose, più la produzione dei documenti diventa onerosa. Questi costi comprendono essenzialmente i trattamenti di traduttori, revisori, terminologi, bibliotecari, referenti (dove ce ne sono, come all’ONU) e dattilografi, da una parte, i materiali di consumo e le altre spese ricorrenti (carta, ammortamento dei computer, elettricità, telefono e fax, manutenzione dei locali, inoltro dei documenti, ecc.) dall’altra.

Un dato generalmente sottovalutato al di fuori degli addetti ai lavori è che il traduttore deve fare un lavoro di detective. Molto spesso, una parola condensa vari elementi di informazione, ma in maniera differente da una lingua all’altra. Il sintagma inglese his secretary non fornisce alcuna informazione sul sesso della persona di cui si parla, ma rivela che lavora per un uomo. In italiano accade il contrario: il suo segretario o la sua segretaria ci indicano qual è il sesso del dipendente, ma non ci dicono nulla su quello del principale. Ora, è impossibile tradurre correttamente tali espressioni senza avere questa precisazione. I nomi propri possono aiutare, ma non sempre, soprattutto quando si tratta di una cultura lontana. Tan Buting, secretary, è un uomo o una donna? Non si possono tradurre queste parole senza fare una ricerca. In numerosi paesi, sbagliarsi nell’attribuzione del sesso è sentito come un’offesa grave. E poi il nome proprio non è sempre disponibile. Allo stesso modo, è impossibile tradurre nella maggior parte delle lingue l’espressione to develop an industry senza documentarsi sulla situazione economica della regione considerata, dato che l’espressione inglese può avere due sensi: “creare un’industria” o “sviluppare un’industria esistente”. Il traduttore deve fare delle ricerche per sapere di cosa si tratta, e questo spiega l’importanza di computer, telefono, fax, e di una buona biblioteca per il suo lavoro.

Detto per inciso, la necessità del traduttore di trovare la risposta a questioni non linguistiche è una delle ragioni per cui la traduzione informatica è decisamente illusoria. Il novanta per cento del tempo di un traduttore è assorbito da ricerche che non hanno niente a che fare con le lingue. Quello che può tradurre un computer, può tradurlo anche un essere umano in pochissimo tempo, all’incirca il dieci per cento della sua giornata lavorativa. Ma le ricerche che esige una traduzione corretta richiedono uno spirito d’iniziativa e un’inventiva che superano le possibilità della migliore rete di intelligenza artificiale.

I documenti da tradurre sono molto varî. C’è la corrispondenza. Nei sistemi plurilingui, un buon numero delle lettere che arrivano sono scritte in una lingua che il destinatario o il funzionario incaricato di rispondere non capiscono. Gli altri documenti da tradurre sono:

a) a) i documenti di base come, per l’Unione Europea, il Trattato di Maastricht; questa categoria include tutti i testi giuridici e normativi che regolano la vita delle istituzioni;

b) b) i verbali e i resoconti delle sedute, come pure i progetti di risoluzione proposti e le risoluzioni adottate dagli organi deliberanti;

c) c) i rapporti periodici (per esempio, nel sistema delle Nazioni Unite e nelle istituzioni europee, i rapporti sulla situazione economica, sociale, culturale, educativa e sanitaria);

d) d) gli studi e i rapporti di ricerche affidate al segretariato da un organo di alto livello;

e) e) i rapporti sullo stato d’avanzamento dei progetti intrapresi;

f) f) i contratti;

g) g) i documenti di lavoro elaborati per comitati o gruppi di lavoro ristretti.

Il costo dei documenti è funzione del rendimento dei traduttori. Purtroppo è praticamente impossibile farsi un’idea esatta del rendimento medio, poiché le statistiche sono generalmente impostate in modo da coprire la scarsa produttività dei servizi. Per esempio, un documento di 50 pagine rimandato ad una sezione di traduzione per l’inserimento di dieci correzioni da una parola sarà contabilizzato per il numero totale delle sue pagine: il lavoro sarà effettuato in alcuni minuti, ma il servizio incrementerà la sua statistica di 50 pagine. Questi piccoli aggiustamenti sono forse inevitabili, perché a nessun livello un’istituzione ha interesse a che il mondo esterno sappia quanto costa realmente il plurilinguismo. La segretaria che gonfia le cifre può contare sull’impunità.

Se prendiamo come unità di misura una cartella A4 a doppia interlinea (32 righe di testo), un traduttore coscienzioso non ne può tradurre correttamente più di cinque o sei al giorno. Una statistica dell’ONU riporta una media di 4,3 cartelle/giorno: la sezione più efficiente risulta quella responsabile delle traduzioni in inglese (6,6 cartelle/giorno), la più lenta quella responsabile delle traduzioni in cinese (2,4 cartelle/giorno, misurate sui testi originali in alfabeto latino).

Il rendimento di 7000 parole (corrispondenti a 20 cartelle) al giorno per traduttore, cifra fornita alla stampa dal consiglio dei Ministri dell’Unione Europea, è inverosimile per chiunque abbia una conoscenza diretta dei servizi di traduzione. Questo valore sarebbe (forse) raggiungibile solo penalizzando decisamente la qualità; il testo così “tradotto” sarebbe assolutamente inutilizzabile, e la spesa sostenuta andrebbe completamente in perdita. È vero che questo può succedere: la prima versione del trattato di Maastricht, documento di una lunghezza tutt’altro che trascurabile (253 pagine) e di primaria importanza, poiché definiva l’organizzazione dell’Unione Europea, e che tutti i cittadini dei Paesi membri erano chiamati ad approvare o a rifiutare tramite un voto, ha dovuto essere ritirata precipitosamente dalle librerie e dalle biblioteche perché il contenuto era diverso da una lingua all’altra. Si dovette riprendere il lavoro da zero e fare ristampare il testo. Il costo di questo doppio lavoro non è mai stato reso pubblico.

La traduzione costa cara. Nella rete di istituzioni delle Nazioni Unite, la traduzione in sette lingue di lavoro già nel 1978 ammontava a 1698 dollari statunitensi ogni mille parole, ossia più di un dollaro e mezzo a parola (senza contare le spese generali: uffici, elettricità, carta, ecc.). Questa cifra, sicuramente inferiore al costo attuale, sembra molto più realistica di quella di 36 centesimi di dollaro fornita alla stampa dall’Unione Europea. Secondo la fonte da cui è stata estratta quest’ultima cifra, l’Unione Europea tradurrebbe 3.150.000 parole al giorno: la traduzione costerebbe, dunque, oltre 1.250.000 € al giorno.

g) Tempo necessario per ottenere un documento

In un’istituzione plurilingue i documenti devono essere tradotti e ciò porta via del tempo. Anche questo fattore va tenuto in conto nell’analisi delle diverse formule.

All’ONU e nelle istituzioni ad esso collegate, la produzione in sei lingue di un originale di 25 pagine A4 a interlinea semplice (14.000 parole) richiede 63,9 giorni per la traduzione e 22,9 per il controllo. Se vi si aggiunge il tempo necessario alla dattilografia per definire il documento definitivo, si raggiunge un periodo di 98,8 giornate di lavoro. Certo, questo non significa che il documento sarà disponibile solo dopo un centinaio di giorni; i traduttori delle diverse lingue lavorano in parallelo e i testi urgenti sono suddivisi tra più traduttori, come si farebbe, d’altronde, per un testo decisamente più lungo di quello che qui è preso ad esempio. Anche la battitura è effettuata in parallelo nelle diverse versioni. Tuttavia è utile rendersi conto dell’importanza dello sforzo umano investito per un risultato di qualità mediocre: un centinaio di giorni di lavoro per comunicare, spesso in modo imperfetto, il contenuto di solo 25 pagine, non sono pochi. Non è stupefacente il fatto che i servizi di traduzione siano restii a fornire statistiche esatte.

Secondo la statistica ONU già citata, un testo non urgente viene di regola reso disponibile in tutte le lingue impiegate entro 24 giorni. Se è urgente, sarà suddiviso in più parti e sarà pronto in circa sei giorni.

Siccome questi tempi risultano dalla natura stessa del lavoro di traduzione, si può supporre che le cifre siano analoghe all’Unione Europea.

Nei sistemi “multinazionali” e “esperanto”, il documento è disponibile fin dal termine della sua redazione, perché non è necessario produrne altre versioni.

h) Perdita e distorsione dell’informazione

La comunicazione avviene solo se l’ascoltatore di un discorso o il lettore di un documento riceve una versione esatta di quello che hanno detto l’oratore o l’autore. Il passaggio da una lingua all’altra introduce generalmente un divario tra quello che l’originale esprime e quello che è effettivamente trasmesso. Nei sistemi monolingui (“multinazionali” e “esperanto”), le perdite e le distorsioni sono inesistenti, poiché lettori e ascoltatori hanno a che fare solo con gli originali. Se ci sono dubbi o malintesi, questo non ha a che fare col regime linguistico, ma con un livello di conoscenza linguistica insufficiente da parte dell’interessato.

Per contro, al passaggio da una lingua all’altra (traduzione o interpretazione), come nei sistemi “ONU” e “Unione Europea”, i rischi di errore si moltiplicano. Abbiamo visto sopra che nel metodo d’interpretazione “a staffetta”, cioè attraverso una lingua-ponte, la perdita d’informazione poteva arrivare fino al 50%. Anche se l’interpretazione è fatta direttamente da una lingua all’altra, una perdita del 10% e una deformazione del 2-3% sono considerate normali. Le condizioni dell’interpretazione simultanea sono tali che è umanamente impossibile rendere perfettamente il discorso pronunciato. L’interprete deve non solo avere una buona elocuzione, una perfetta padronanza delle diverse lingue con cui lavora, una mente rapida e un buon udito, ma deve inoltre avere abbastanza pratica dell’argomento di cui si tratta per potere realmente seguire il dibattito. Una simile combinazione di competenze linguistiche e tecniche approfondite è rara per forza di cose. Di qui il gran numero di interpreti mediocri. A questo proposito, lasciamo la parola ad un rapporto a cura dell’ONU, da cui scegliamo due brani significativi:

“L’aumento del numero di conferenze plurilingue e la loro crescente complessità, come si è potuto osservare in questi ultimi anni (…), ha avuto l’effetto di fare aumentare la domanda di personale linguistico e ne ha dunque aggravato l’insufficienza in rapporto alle necessità. Con più o meno forza secondo l’istituzione, le organizzazioni che hanno risposto alla presente inchiesta sono unanimi nel dichiarare che è sempre più difficile assumere interpreti e traduttori competenti. Una grande istituzione rileva che “è sempre stato difficile trovare abbastanza personale linguistico qualificato; ma in questi anni, con la crescita del numero di riunioni in tutte le organizzazioni e con la mancanza di coordinamento tra loro, il problema è stato spesso quello di trovare abbastanza interpreti o traduttori di conferenza, indipendentemente dalla loro competenza.”

“Varie organizzazioni sottolineano le difficoltà linguistiche riguardanti il carattere specializzato di un buon numero dei temi trattati nelle riunioni […]. In un convegno tecnico, gli interventi diventano sempre più specializzati e complessi, a causa del progresso costante della scienza e delle sue applicazioni. Persino in un contesto non tecnico, si pongono continuamente dei problemi di terminologia e solo un personale altamente qualificato è adatto a risolverli. Questi fattori accrescono la difficoltà che si trova per assumere un personale linguistico competente.”

Per quanto riguarda la traduzione scritta, anch’essa lascia passare un certo numero di errori, non sarebbe altro che perché i traduttori lavorano spesso sotto pressione. Ciò che si è appena detto sul Trattato di Maastricht mostra che i testi più importanti non sono al riparo dalle deformazioni. La Carta delle Nazioni Unite offre un altro esempio. Se, in inglese, l’articolo 33 si applica a “any dispute, the continuation of which is likely to endanger the maintenance of international peace and security”, in francese si tratta di “tout différend dont la prolongation est susceptible de menacer le maintien de la paix et de la sécurité internationales”: come si vede, il francese ipotizza una semplice possibilità (la parola susceptible è equivalente all’italiano “suscettibile”), mentre l’inglese parla di probabilità, il che è ben diverso. (likely significa “presumibile”). La sfumatura è rilevante se si considera che è questa espressione che determina se il Consiglio di Sicurezza deve o no essere coinvolto in una controversia. Gli altri testi autentici non chiarificano il compito del Consiglio: se quello spagnolo usa ancora il termine susceptible, russo usa l’espressione moglo by, che significa “potrebbe”; quanto al testo cinese, viene usata la parola zuyi, che vuol dire “sufficiente per”. Le diverse versioni di questo testo, tutte autentiche, si posizionano su una gamma che va dal sufficiente al probabile passando per il possibile.

Se persino dei testi giuridici di una tale portata presentano errori o ambiguità, che dire dei testi meno importanti! Sono ammissibili queste imperfezioni, visto il costo impressionante della traduzione? Un documento dell’Unione Europea nella sua versione francese parla di “avions sans pilote qui prennent pour cible les centrales nucléaires” (“aerei senza pilota che prendono a bersaglio le centrali nucleari”, mentre in realtà, secondo l’originale si tratta di aerei che sorvolano le centrali nucleari in pilotaggio automatico.

Simile errori, potenzialmente pericolosi, potrebbero aumentare di numero col sistema della staffetta. In effetti, questo sistema, menzionato sopra limitatamente all’interpretazione dei discorsi, è applicato anche alla traduzione dei testi. All’Unione Europea una traduzione dal greco al finlandese o dal danese al portoghese è, in realtà, la traduzione della versione inglese o francese. Questo modo di procedere diventerà sempre più corrente allorché saranno utilizzate lingue come l’ungherese, l’estone e il ceco, e ciò comporterà un aumento del numero di errori di traduzione. Il rapporto efficacia/costo, dunque, si evolve sfavorevolmente a mano a mano che aumenta il numero delle lingue: più lingue ci sono, più i costi aumentano e l’efficacia diminuisce.

i) Handicap linguistico nei dibattiti

L’espressione “handicap linguistico” designa qui l’insieme degli elementi che ostacolano la fluidità espressiva, orale o scritta, nella lingua che viene usata. Altrimenti detto, più intenso è l’handicap linguistico, più aumenta il disagio. Chi si esprime nella propria lingua madre non conosce handicap linguistici. Per contro, quando l’interessato non ha pieno possesso della lingua impiegata, cerca le sue parole, sostituisce alla parola corrispondente al concetto un termine meno adeguato, ma della cui correttezza è sicuro, si esprime in termini più duri di quanto non farebbe nella sua lingua, rinuncia ad un certo numero di sfumature a volte molto importanti e il suo discorso ha molto meno forza di quanta ne avrebbe se si esprimesse nella propria lingua. Spesso, poi, possiede un accento che può causare delle confusioni negli ascoltatori o renderlo ridicolo (dire “My Government sinks”, “il mio Governo affonda”, mentre si crede di dire “My Government thinks”, “il mio Governo pensa che…”, è il risultato di un handicap linguistico che è per definizione risparmiato a chi usa la sua lingua madre).

Il Parlamento Europeo, in rapporto sul diritto all’uso della propria lingua, ha riconosciuto l’enorme difficoltà che si trova nell’usare la lingua di un altro popolo: “Chiunque si sia dato la pena di imparare una lingua straniera sa che il vero plurilinguismo è una cosa rara. In regola generale, la lingua madre è la sola di cui si padroneggiano tutte le sfumature. Nessuno dubita che si sia politicamente più forti quando si parla la propria lingua. Esprimersi nella propria lingua conferisce un vantaggio su chi deve, per amore o per forza, usare un’altra lingua”.

In queste condizioni, si capisce facilmente che, allorché il ministro francese delegato agli affari europei, Alain Lamassoure, ha annunciato il 14 dicembre 1994 che la Francia avrebbe approfittato della sua presidenza dell’Unione per proporre “la messa a punto di un regime di cinque lingue di lavoro”, la reazione è stata immediata. Il governo greco ha protestato vigorosamente e la stampa di Atene è arrivata ad evocare “un’Europa a due velocità anche per le lingue”. Se si prendono sul serio gli imperativi di giustizia e di democrazia, l’handicap linguistico è sicuramente il fattore più importante da tenere presente in ogni studio che confronti nella pratica le diverse opzioni possibili.

Questo handicap è particolarmente grave nel sistema “ONU”, dove la maggioranza dei delegati devono esprimersi in una lingua straniera. Attualmente l’handicap linguistico non esiste nell’Unione Europea, ma se si ridurranno le lingue di lavoro, come propongono molti, colpirà un certo numero dei partecipanti ai dibattiti.

L’handicap linguistico rientra nell’ambito della neuropsicologia. È provocato da tutto ciò che ostacola il percorso normale dell’influsso nervoso che cerca di esprimere un’idea. Ogni lingua rappresenta una rete di programmi complessi, nel senso informatico del termine, spesso intralciati da dei sottoprogrammi inibitori. Se si chiede a delle persone che hanno fatto vari anni di inglese come si dice “pecore”, nove su dieci rispondono sheeps, al posto della forma corretta sheep. L’errore deriva dal fatto che la parola sheep, “pecora”, deve normalmente chiamare il sottoprogramma «non applicare il programma generale: “plurale à + s”». Ma la grande maggioranza delle persone che imparano l’inglese (o qualsiasi altra lingua) non arrivano ad inserire nelle loro strutture cerebrali il numero sbalorditivo di sottoprogrammi che bisognerebbe avviare per esprimersi correttamente in una lingua diversa dalla propria.

Questa complessità è la ragione per cui è necessario un minimo di 10.000 ore di studio e di pratica per possedere una lingua nazionale. Invito il lettore che dubiti dell’esattezza di questa cifra a osservare il linguaggio di un bambino di sei o sette anni che si esprime nella propria lingua. Benché abbia alle sue spalle più di 10.000 ore di immersione totale nella sua lingua madre, commette ancora una buona dose di errori. I suoi enunciati comprendono un’abbondanza di forme come: vous disez (“voi dicete”), s’il voudrait (“se vorrebbe”), plus bon (più buono), une chevale (anziché jument, giumenta), la jouetterie (negozio di giocattoli). In un piccolo Americano della stessa età si rilevano forme come I comed (invece di I came), foots (invece di feet), it’s mines (anziché it’s mine), when he’ll go (anziché when he goes). Diecimila ore non bastano per imparare l’uso corretto. Ora, sarebbe sbagliato imputare questi errori alla giovane età dei soggetti, poiché nessuno di essi denota un’immaturità dell’intelligenza, al contrario il bambino è più logico della lingua ufficiale. Gli errori rappresentano unicamente il non-inserimento o l’instabilità nelle sue strutture nervose dei sottoprogrammi che devono inibire i programmi generali.

Il 90-95% del tempo consacrato allo studio di una lingua consiste nell’inserire sottoprogrammi inibitori nelle strutture nervose. Questi devono essere attuati come riflessi: se non funzionano inconsciamente, senza sforzo, la lingua non è dominata. La tendenza spontanea del cervello umano consiste nel trasformare in programma generale ogni segno associato a un significato. Ecco perché il movimento naturale del cervello porta il parlante a dire irrésolvable (parola usata dal 90% degli stranieri che si esprimono in francese). Ma, se si vuole parlare francese correttamente, bisogna bloccare il flusso nervoso con un senso vietato e installare una deviazione che porti alla forma corretta insoluble. Allo stesso modo, il bambino che dice più buono, ha reperito il segno che si trova in più grande, più piccolo, più forte, più caldo e lo generalizza. Non ha ancora installato il senso vietato che deve bloccare più buono deviandolo verso migliore.

Una lingua esente da sotto-programmi inibitori e contenente solo programmi generali (per esempio, un solo programma, valido sempre, per il plurale, un solo programma per il presente di tutti i verbi, un solo programma per formare un aggettivo a partire da un sostantivo, ecc.) rispetta senza riserve la tendenza a generalizzare gli elementi assimilati. Così viene acquisita rapidamente e utilizzata con disinvoltura. È il caso dell’esperanto. L’alunno di inglese non può generalizzare il programma “mestiere –> +er”; con la forma osservata in farm–> farmer non può formare fish–> fisher (si dice fisherman) né tooth–> toother (si dice dentist). Per quanto riguarda lo scritto, non può neanche formare translate–> translater, perché si scrive translator. In esperanto, al contrario, non si è mai obbligati a reprimere la creazione spontanea di un programma generale a partire da un segno reperito precedentemente. Infatti, le parole farmo–> farmisto, raporto–> raportisto, fiŝo–> fiŝisto, dento–> dentisto, traduki–> tradukisto rappresentano solamente una piccola parte di una serie infinita. Di qualunque ambito si tratti, la persona che si esprime in questa lingua sa di poter formare il nome di un mestiere tramite il monema –isto. Questa certezza dà un senso di sicurezza espressiva che distingue radicalmente l’esperanto da ogni altra lingua straniera.

Inoltre, l’esperanto è caratterizzato dalla libertà di costruzione. Per esprimere l’idea egli mi aiuta, l’esperantista può adottare la costruzione francese li min helpas, la costruzione inglese li helpas min o quella tedesca li helpas al mi. Un secolo di pratica ha dimostrato che questa libertà elimina il disagio linguistico senza ostacolare la comprensione reciproca. Una libertà analoga si trova nei diversi modi di esprimere un’idea. Per dire “egli è andato all’albergo in autobus”, per esempio, chi parla in esperanto dispone di tutta una gamma di formule, molte delle quali non hanno equivalenti in altre lingue ma che sono immediatamente comprensibili non appena si è appreso il significato delle desinenze e delle preposizioni: li iris al la hotelo per buso, li iris hotelen buse, al la hotelo li busis, li buse alhotelis, ecc.

La libertà di costruzione e il diritto di generalizzare qualsiasi costruzione, sia grammaticale che lessicale, all’infinito, conferiscono la disinvoltura espressiva: chi si esprime può tranquillamente affidarsi al naturale funzionamento del cervello senza che una parte considerevole di energia nervosa si perda nell’incertezza, nella ricerca della parola appropriata o nella regola grammaticale che si sottrae. Il Prof. Pierre Janton dice in proposito: “Anche se non è la lingua madre, l’esperanto non è neppure una lingua straniera. L’esperantista maturo non lo sente mai come un idioma straniero”.

Queste precisazioni spiegano un fatto percepibile non appena si assiste ad una seduta internazionale in esperanto: in questa lingua, l’handicap linguistico è praticamente inesistente. Ai fattori d’ordine linguistico e neurologico vanno aggiunti degli elementi puramente psicologici, in particolare il fatto che ogni utente dell’esperanto sa che nessuno dei suoi interlocutori usa la propria lingua madre, e che non esiste un popolo che possa arbitrariamente dettare ciò che è corretto nel modo di esprimersi e quello che non lo è. Pertanto, chi parla non si sente mai inferiore per il fatto di non appartenere al popolo che ha definito le norme. Il vissuto soggettivo è, dunque, molto diverso da quello dei sistemi “ONU” e “multinazionali”, dove chi usa una lingua diversa dalla propria si sente sempre un po’ inferiore (a meno che la sua pressunzione non gli impedisca di prendere coscienza del suo livello reale, probabilmente non molto elevato, il che non è così raro negli ambienti internazionali).

In una seduta in esperanto, tutti quelli che prendono la parola si esprimono liberamente, e non si nota alcuna correlazione tra la lingua materna e la frequenza di intervento. Per questo, benché ognuno usi una lingua imparata dopo la prima infanzia, l’osservatore ha la sensazione di trovarsi in un luogo dove ciascuno parla la propria lingua madre. È questo forse il tratto che contraddistingue di più il sistema “esperanto” dagli altri tre sistemi correntemente applicati alla comunicazione tra persone di lingue diverse.

j) Handicap linguistico in lettura

La lettura di documenti rappresenta una parte non trascurabile dell’attività internazionale. Ma c’è una gran differenza tra capire ascoltando e capire leggendo. I voti più sotto attribuiti a questo criterio nel paragone quantitativo delle diverse opzioni rappresentano una media: era la sola soluzione che tenesse conto delle grandi differenze tra le persone per quanto concerne la profondità della conoscenza della lingua in cui ricevono i documenti.

Nel sistema “ONU”, un buon numero di delegati accedono a documenti scritti in una lingua che leggono senza grande difficoltà, anche se la parlano male. Se il voto attribuito al sistema “solo inglese” (“multinazionali”) è più alto, è perché vari sondaggi hanno dimostrato che l’ambiguità dell’inglese era spesso all’origine dei malintesi. Per esempio Soviet expert o English teacher sono spesso interpretati da non-anglofoni come se volessero dire esperto sovietico e professore inglese, mentre queste espressioni possono anche significare sovietologo e insegnante di inglese. Allo stesso modo, Japanese encephalitis vaccine sarà spesso inteso come vaccino giapponese contro l’encefalite e non come vaccino contro l’encefalite giapponese, che è il significato vero. In esperanto, l’altro sistema monolingue attualmente in uso, l’espressione non richiede più sillabe ma evita l’ambiguità: in japana encefalit-vakcino e japan-encefalita vakcino il rapporto tra i concetti è subito chiaro per chi ha imparato il senso delle desinenze.

La rapidità con cui l’inglese si evolve e la tendenza degli autori ad utilizzare delle espressioni gergali anche in testi politici o tecnici creano ai non anglofoni dei problemi che le altre lingue non presentano in eguale misura. In occasione di un recente sondaggio, l’80% degli interrogati, pur utilizzando regolarmente l’inglese nella loro vita, non ha capito la frase Business class is a tough act to follow in un articolo della International Herald Tribune sulla disaffezione dei viaggiatori per la prima classe (class business) in aereo.

k) Vincoli e disagi

Per “vincoli” si intendono qui i fattori inerenti al sistema linguistico adottato che impongono delle limitazioni. I sistemi “ONU” e “Unione Europea”, ad esempio, obbligano ad utilizzare delle sale attrezzate per l’interpretazione simultanea, mentre con i sistemi “multinazionali” e “esperanto”, una discussione può avvenire in un ristorante o all’aperto così come in un auditorium; può anche aver luogo in qualsiasi momento, anche se manca la corrente. Una sessione che applichi uno di questi ultimi due sistemi può essere tenuta dovunque senza grandi spese. Al contrario, quando un organismo dell’ONU o un’istituzione analoga accetta l’invito di uno Stato a tenere una sessione fuori sede, si ha un not4vole aumento di spesa: bisogna assicurare il trasporto del personale e del materiale necessari per produrre i documenti nelle diverse lingue e prevedere i costi di trasferta degli interpreti.

Per “disagi” si intendono qui gli aspetti della situazione di comunicazione che vanno contro il benessere e la qualità della vita. Molti dei partecipanti alle riunioni internazionali trovano sgradevole dover portare gli auricolari tutto il giorno o sentire una voce diversa da quella dell’oratore. L’affaticamento nervoso è più rilevante se si partecipa ad una riunione con interpretazione simultanea che a una seduta monolingue. Questa voce ricopre anche l’affaticamento aggiuntivo dovuto alla discussione in una lingua che non si domina alla perfezione e in cui alcuni hanno un accento che potrebbe ostacolare una comprensione diretta: di qui si sviluppa una maggior tensione per seguire l’andamento di una riunione.

l) Probabile aumento degli inconvenienti nel corso dei prossimi venti anni

I sistemi monolingui (“multinazionali”, “esperanto”) non si prestano, per natura, a un aumento degli inconvenienti. Ma la situazione è molto diversa nelle istituzioni che praticano il plurilinguismo. Nessuna di queste ha preso fin dall’inizio la decisione di porre un limite al numero di lingue da ufficializzare. Il loro regime linguistico differisce quindi molto da quello degli stati plurilingui. Gli inconvenienti si moltiplicano non appena si aumenta il numero delle lingue. Aggiungere una lingua non vuol dire aggiungere un’unità, ma moltiplicare il numero di combinazioni per le quali bisogna assicurare la traduzione e l’interpretazione; questo numero corrisponde alla formula N(N-1). Se si usano 9 lingue, le combinazioni sono 72; se se ne usano 15, per esempio le 11 dell’Unione Europea più l’ungherese, lo sloveno, il ceco e il polacco, le combinazioni diventano 210, sia per gli interventi orali che per la documentazione e la corrispondenza.

L’aumento degli inconvenienti riguarda soprattutto l’Unione Europea, che si trova davanti ad un’alternativa drammatica: o salvaguardare la democrazia al prezzo di un aumento delle complicazioni e del budget difficilmente sopportabile, o optare per un funzionamento più normale, più accettabile, ma a scapito della democrazia.

Se il sistema resterà immutato, al momento dell’adesione di nuovi membri, gli inconvenienti cresceranno al punto da essere molto difficili da gestire. Dalla loro fondazione, l’ONU e le istituzioni che vi si legano hanno seguito la stessa via: l’aumento progressivo del numero di lingue di lavoro. Con ogni lingua supplementare, le complicazioni si aggravano. Eppure il processo non si avvia alla fine: molti reclamano un’estensione dell’impiego del tedesco, già parzialmente utilizzato come lingua di lavoro, e una lobby molto attiva esercita delle pressioni per estendere l’ufficialità al portoghese, all’hindi e al giapponese.

m) Problemi terminologici

Dopo un esame approfondito della questione, è stato deciso di non includere questo criterio. È infatti estremamente difficile valutare l’impatto, sui diversi regimi linguistici, di quest’aspetto dell’ambito della comunicazione internazionale.

All’ONU, l’assenza di una terminologia precisa e stabile ha causato gravi problemi alla sezione cinese negli anni cinquanta. “Voi fate traduzioni, noi inventiamo una lingua” ha detto un revisore di questa sezione all’autore del presente studio nel 1960. Lo stesso genere di difficoltà si è ripetuto con l’introduzione dell’arabo negli anni ’70.

All’Unione Europea, analoghe incertezze, pur se meno marcate, si sono forse avute con la terminologia del neerlandese, viste le varianti che questa lingua presenta a seconda che sia parlata in Belgio o nei Paesi Bassi, così come l’instabilità del suo lessico all’epoca della firma del Trattato di Roma, ma non è stato possibile ottenere informazioni precise su questo punto. Anche il greco moderno era una lingua poco fissata al momento dell’ammissione della Grecia in seno all’Unione e sarebbe interessante sapere come il servizio greco di traduzione abbia affrontato la situazione. Molto verosimilmente, l’ammissione di paesi ex-comunisti creerà dei problemi terminologici.

Se un’istituzione internazionale adottasse l’esperanto, dovrebbe dotarsi, per questa lingua, di un servizio di terminologia abbastanza corposo. Certo, in molti ambiti politici, sociali, scientifici e tecnici, la terminologia dell’esperanto è più antica di quella dell’arabo, del cinese o di altre lingue come l’ebraico e lo swahili; inoltre, le strutture della lingua permettono di risolvere i suoi problemi terminologici più facilmente di altre lingue (l’esperanto aveva un equivalente di software prima che il Consiglio della lingua francese inventasse logiciel). La terminologia dell’esperanto presenta lacune altrettanto numerose per quanto riguarda la nomenclatura precisa di vari elementi costitutivi di macchinari, di sistemi, di processi tecnici, come pure di particolari concernenti l’industria, l’ingegneria, la medicina, la farmacia e molte altre discipline. Allo stesso modo, la terminologia dell’esperanto non è ancora stata fissata per certe suddivisioni fini di categorie di prodotti che sono oggetto di scambi commerciali, o per varie precisazioni qualitative che permettano di caratterizzarne la conformità a norme specifiche. Esiste una tradizione di circa un secolo per elaborare questa terminologia con accordi tra specialisti, e basterebbe ufficializzarla e seguirla, ma il lavoro da svolgere in tal senso sarebbe considerevole. Tuttavia non supererebbe quello che ha dovuto fare la sezione cinese dell’ONU negli anni ’50 e ’60.

Nota sulle riunioni in esperanto

Le osservazioni fatte nel quadro della presente ricerca si potranno verificare facilmente per i primi tre sistemi, il cui funzionamento è facile da analizzare. Tuttavia, l’informazione sull’esperanto è generalmente incompleta e, quando esiste, poco obiettiva nella maggior parte dei casi. Questa lingua è spesso scambiata per un progetto, mentre si tratta di una lingua effettivamente utilizzata. La maggior parte dei lettori non sono a conoscenza degli ambienti in cui il suo funzionamento può essere studiato oggettivamente e scientificamente. Da cui la necessità della presente nota.

In effetti, l’esperanto, benché limitato a una frazione molto marginale della popolazione, è usato quotidianamente in tutte le regioni del pianeta. Dal 1985, non è più passato un solo giorno senza che, da qualche parte nel mondo, esso costituisca la lingua di un congresso, di una sessione o di un incontro internazionale.

Il presente studio si fonda, per la parte riguardante l’esperanto, sull’osservazione delle sedute tenute sotto gli auspici di una serie di organizzazioni o istituzioni: Universala Esperanto-Asocio (Associazione universale di esperanto), Literatura Foiro (Fiera Letteraria), Tutmonda Esperantista Junulara Organizo (Organizzazione mondiale della Gioventù Esperantista), Kultura Centro Esperantista (Centro culturale esperantista), Japana Esperanto-Instituto (Istituto giapponese di esperanto), Internacia Esperanto-Muzeo (Museo internazionale dell’esperanto) e Internacia Kultura Servo (Servizio culturale internazionale). Lo studio è stato svolto in due periodi, un primo nel 1986-87, a Pechino, Tokyo, Locarno, Vienna, San Francisco e Zagabria, e un secondo nel 1993-94 a Barcellona, Novosibirsk, La Chaux-de-Fonds e Vienna. Riunioni informali tenute ad Ottawa, Oslo, Budapest e Helsinki hanno confermato le osservazioni fatte nei congressi e convegni ufficiali. Sono state prese in considerazione solo le sedute cui partecipavano persone di almeno cinque lingue madri diverse. Per quanto riguarda l’uso scritto, lo studio si basa sulla corrispondenza, la documentazione e le pubblicazioni di alcune tra le entità sopraccitate, in particolare il Centro culturale esperantista e l’Associazione universale di esperanto.

I temi costituenti oggetto di discussione in esperanto nell’ambito delle suddette organizzazioni erano estremamente vari, andando dal molto generale al molto specifico, esattamente come nelle organizzazioni che applicano altri regimi linguistici.

Bilancio delle quattro formule

Nelle condizioni attuali, è impossibile assegnare valori quantitativi esatti per ognuno dei criteri presentati sopra. Molti sfuggono ad ogni determinazione quantificabile in maniera oggettiva. Le cifre che si stanno per leggere sono quindi valutazioni che risultano dall’osservazione del funzionamento linguistico delle diverse istituzioni, così come, per certi dati, come la durata dell’apprendimento della lingua usata, da sondaggi realizzati su campioni statisticamente rappresentativi di partecipanti.

Quindi, per ognuno dei criteri presentati sopra (tranne l’ultimo, e se ne è spiegata la ragione) è stato attribuito un voto su una scala da 0 a 10 a ognuno dei 4 sistemi. Il voto riflette la rilevanza dell’inconveniente presentato dal sistema; volendo tradurre il giudizio in parole potremmo leggere la scala del peso degli inconvenienti come segue: 0 l’inconveniente non si presenta affatto, da 1 a 3 è tutto sommato accettabile, da 4 a 6 si fa sentire, da 7 a 9 è decisamente grave, 10 è inaccettabile.

L’analisi dei quattro sistemi porta alla tabella seguente:

(nota di yoshii: se questa tabella “appiattita” è troppo scomoda da leggere andate nella pagina di disvastigo.it che ho riportato in cima)

ONU

Multinazionali

Unione europea

Organizzazioni esperantiste

a) durata dell’apprendimento preventivo

8

8

0

3

b) investimenti pubblici preventivi

9

9

5

0

c) investimenti da parte dell’istituzione

8

0

10

0

d) disparità e discriminazione

6

5

0

0

e) costo linguistico di una riunione

7

0

10

0

f) costo della produzione dei documenti

6

0

10

0

g) tempo necessario per ottenere un documento

6

0

6

0

h) perdita e distorsione dell’informazione

5

4

6

0

i) handicap linguistico nei dibattiti

5

6

0

1

j) handicap linguistico in lettura

3

4

0

1

k) vincoli e disagi

8

3

8

0

l) probabile aumento degli inconvenienti nel corso dei prossimi vent’anni

5

0

10

0

Livello totale degli inconvenienti

76

39

65

5

Questo messaggio è stato modificato da: yoshii, 20 Nov 2004 – 01:21 [addsig]




2 Commenti

yoshii
yoshii

<p><font face="Verdana" size="2"><br /><br />
<a href="http://www.disvastigo.it/approfondimenti_17.htm"><b><font size="2" color="#008000">fonte</font></b></a><br /><br />
<br /><br />
<font size="4"><b>COMUNICAZIONE LINGUISTICA :<br /><br />
<br /><br />
STUDIO COMPARATIVO SUL CAMPO</b></font><br /><br />
<br /><br />
<br /><br />
<br /><br />
di Claude PIRON<br /><br />
<br /><br />
<br /><br />
<br /><br />
<b>Il mondo si restringe. Gli scambi internazionali, tanto commerciali quanto culturali, si sviluppano a un ritmo impressionante, e i viaggi verso paesi lontani diventano un’esperienza banale per molte persone che non ci avrebbero mai pensato appena una decina di anni fa.<br /><br />
<br /><br />
Per di più avvengono costantemente importanti spostamenti di popolazioni: i rifugiati e i richiedenti asilo politico sono sempre più numerosi, come pure gli emigrati alla disperata ricerca di un tenore di vita che non hanno alcuna possibilità di trovare nel loro paese.<br /><br />
<br /><br />
L’effetto di tutti questi fattori è l’aggravamento dei problemi linguistici, che purtroppo non vengono presi molto sul serio, così come si evita di dedicare la dovuta attenzione ai risultati dell’insegnamento scolastico delle lingue, spesso deplorevoli. Fatta eccezione per i popoli di lingua germanica, solo l’un per cento dei giovani Europei, al termine della scuola media superiore, è capace di esprimersi abbastanza correttamente in inglese, dopo aver avuto quattro ore di lezione settimanali per sei anni. La percentuale corrispondente in Asia è dell’uno per mille. Ma questi dati non sembrano stimolare il pensiero creativo. Sono accettati con fatalistica rassegnazione.</b><br /><br />
<br /><br />
<br /><br />
<br /><br />
Nelle organizzazioni internazionali, un buon numero di delegazioni rivendica uno sviluppo dei servizi linguistici, come si può rilevare nei corridoi dell’ONU. Le pressioni esercitate per fare accordare lo statuto di lingua ufficiale al giapponese, all’hindi e ad altre lingue si fanno sentire con crescente intensità. In Europa, i problemi linguistici volgono sempre più al rompicapo. Come diceva Bernard Cassen in Le monde diplomatique, rappresentano una bomba a scoppio ritardato. Molti paesi dell’Europa centro-orientale sperano di aderire tra breve all’Unione Europea e i politici hanno reagito favorevolmente alla loro domanda, ma tutti si sono ben guardati dall’affrontare i problemi linguistici di questo allargamento, come se l’espressione “governare è prevedere” non fosse più valida.<br /><br />
<br /><br />
Eppure non è lontano il giorno in cui complicazioni, ineguaglianze e costi causati dalla comunicazione linguistica, come anche dall’inefficacia dell’insegnamento delle lingue, supereranno il limite di sopportazione della società. Il presente documento, fondato sullo studio dei dati, mira ad aiutare coloro che saranno chiamati a definire una strategia per superare le difficoltà che si presenteranno di qui a poco.<br /><br />
<br /><br />
Non c’è motivo per non applicare all’ambito della comunicazione linguistica internazionale i principî della ricerca operazionale. L’obiettivo è chiaro: adottare il sistema di comunicazione più equo, quello che offre il miglior rapporto qualità/prezzo (o efficacia/costo) e psicologicamente il più soddisfacente per il maggior numero di persone. Varî sistemi sono in competizione; è possibile definire a priori una serie di criteri per mettere in rilievo i rispettivi vantaggi e inconvenienti, e tentare un’analisi quantitativa per stabilire quale meglio si adatta all’obiettivo che ci siamo posti. In effetti, le situazioni in cui persone di lingue diverse sono costrette a comunicare sono numerose, al giorno d’oggi. Dunque non mancano le occasioni per osservare come fanno a superare la barriera delle lingue. E non c’è nessuna difficoltà a procedere ad uno studio comparativo dei diversi mezzi adoperati.<br /><br />
<br /><br />
<br /><br />
<br /><br />
<b>Le quattro opzioni</b><br /><br />
<br /><br />
Questo studio prenderà in considerazione solo i sistemi in grado di assicurare una comunicazione precisa e ricca di sfumature, e di buon livello intellettuale. Esistono infatti innumerevoli situazioni in cui persone di lingue diverse si spiegano bene o male tramite gesti, espressioni facciali, rudimenti di inglese, o ricorrendo ad una lingua locale storpiata, ma non è il caso di esaminarle qui. Sarebbe impossibile, in un articolo breve, tener conto di tutti i bisogni linguistici esistenti sul nostro pianeta. Pertanto ci limiteremo ai casi in cui la comprensione reciproca deve necessariamente essere chiara, precisa, esatta e dettagliata come, ad esempio, al Parlamento Europeo o all’Assemblea generale delle Nazioni Unite. Le necessità linguistiche considerate in questa ricerca sono quelle dei rappresentanti nazionali, degli euro-parlamentari, degli esperti, consiglieri e collaboratori di organizzazioni internazionali, governative e non, come pure degli scienziati, specialisti e altri professionisti che si riuniscono in congressi o sono chiamati a scambiarsi idee e dati ad un alto livello di complessità.<br /><br />
<br /><br />
Il ricercatore che fa una rassegna delle condizioni in cui si svolge una comunicazione internazionale a questo livello non tarda a notare che oggi come oggi solo cinque metodi sono in uso. Sono, in ordine di importanza su scala mondiale:<br /><br />
<br /><br />
1) il sistema applicato dall’ONU, dalla maggior parte delle organizzazioni intergovernative e da moltissime organizzazioni non governative internazionali: un numero limitato di lingue, con interpretazione simultanea degli interventi orali e traduzione dei documenti;<br /><br />
<br /><br />
2) il sistema applicato da numerose multinazionali: tutti i partecipanti usano la stessa lingua nazionale, generalmente l’inglese;<br /><br />
<br /><br />
3) il sistema dell’Unione Europea: è accettata la lingua di ogni Stato Membro, con interpretazione simultanea degli interventi e traduzione dei documenti;<br /><br />
<br /><br />
4) il sistema delle organizzazioni che adoperano una lingua interetnica che non è mai stata propria di un certo popolo (swahili, esperanto); per ragioni di comodità, in seguito sarà preso in considerazione solo il funzionamento linguistico delle associazioni che usano l’esperanto;<br /><br />
<br /><br />
5) il sistema detto “svizzero” o “scandinavo”: ognuno usa la sua lingua madre e non c’è bisogno di tradurre o di interpretare perché tutti i partecipanti capiscono tutte le lingue in uso. Questo metodo, utilizzato durante le riunioni delle linee aeree scandinave, è adottato abbastanza spesso in Svizzera negli ambienti di persone colte. Fino agli anni Cinquanta, era il solo sistema usato nel Parlamento elvetico, dove si supponeva che ognuno capisse il tedesco, il francese e l’italiano.<br /><br />
<br /><br />
Quest’ultimo sistema non sarà preso in considerazione, perché è applicabile soltanto a determinati ambienti culturali e non risponde alle necessità di comunicazione che si riscontrano su scala mondiale o anche su un territorio ristretto come l’Unione Europea. Si può applicare solo se il numero delle lingue è limitato a tre o quattro, se la distanza tra le culture non è troppo grande e se il sistema scolastico assegna un tempo considerevole all’insegnamento delle lingue. Rimarranno quindi oggetto dello studio i primi quattro sistemi considerati.<br /><br />
<br /><br />
<br /><br />
<br /><br />
<font size="3"><b>Criteri applicati</b></font><br /><br />
<br /><br />
La parte fondamentale di questo articolo sarà dedicata ad un esame comparativo dei quattro sistemi oggetto dello studio. A questo scopo sono stati definiti dodici criteri, che saranno utilizzati per giudizi analitici di merito.<br /><br />
<br /><br />
<i>a) Durata dell’apprendimento preventivo</i><br /><br />
<br /><br />
Il sistema linguistico dell’Unione Europea è il solo a non imporre ai partecipanti un apprendimento linguistico preliminare, almeno se ci si limita alle riunioni che beneficiano dell’interpretazione e della traduzione. Nelle altre tre formule, un apprendimento linguistico è necessario ad almeno una parte dei partecipanti. Nel sistema “multinazionali” è il caso di tutti quelli la cui lingua madre non è l’inglese e nel sistema “ONU”, della maggior parte dei partecipanti, poiché lingua di lavoro e lingua madre coincidono solo per una minoranza. Nel sistema “esperanto”, ognuno dovrà avere imparato la lingua di comunicazione. Certo, esistono dei bambini che hanno l’esperanto come lingua madre, ma sono così pochi che in pratica si possono trascurare.<br /><br />
<br /><br />
Nei corridoi dell’Unione Europea, si parla sempre di più dei problemi da affrontare quando parteciperanno alla vita delle istituzioni anche persone di lingua slovena, ceca, maltese, magiara, slovacca, polacca, serbo-croata, estone, ecc. Una delle possibilità spesso citate è la riduzione del numero delle lingue di lavoro. Se fosse adottata questa formula, l’Unione Europea perderebbe il suo vantaggio per il criterio in esame: partecipanti alle riunioni e redattori di documenti si troverebbero nella stessa situazione di quelli dell’ONU e non potrebbero esercitare le loro funzioni senza un apprendimento linguistico preventivo.<br /><br />
<br /><br />
Contrariamente ad un’idea molto diffusa, la padronanza di una lingua straniera richiede un enorme investimento in tempo e in energia nervosa. Per una persona chiamata a partecipare a delicate negoziazioni o ad esprimersi alla tribuna di un Parlamento o di un’Assemblea generale, non basta farsi capire, ma serve una qualità di espressione che permetta di convincere, di argomentare, di rispondere per le rime, di colpire i destinatari evitando di cadere nel ridicolo. Basti un esempio, a proposito del francese: Cornelio Sommaruga, presidente del Comitato Internazionale della Croce Rossa, riferendosi in un discorso ufficiale ai delegati del CICR sparsi nel mondo, intendeva dire che sono “degli eroi” (in francese des héros); una piccola incertezza nella pronuncia, che potrebbe sembrare impercettibile ma non lo è, lo ha portato a dire des zéros, cioè “degli zeri”. Eppure, grazie al fatto di abitare in una zona francofona e lavorare prevalentemente in francese da molti anni, la sua padronanza di questa lingua supera di molto quella del diplomatico medio. Il fatto che un uomo di questo livello possa incorrere in qualche passo falso linguistico sottolinea l’enormità del compito che rappresenta l’acquisizione di una lingua straniera. Ora, in politica non ci si può permettere di essere ridicoli: in seguito, gli ascoltatori non ricorderanno quanto che la persona intendeva dire, ma il suo modo di dirlo. Il fatto che al termine di duemila ore di studio di una lingua, seguite da un numero quadruplo di ore di pratica, si possa inciampare in trabocchetti del genere, la dice lunga su che cosa rappresenti l’obbligo di esprimersi in pubblico in una lingua straniera. La nostra lingua madre è inscritta nel nostro sistema nervoso come le abitudini motorie della mano destra di un destrorso. Esprimersi in una lingua straniera è l’equivalente, per un destrorso, di essere costretto a fare tutto con la mano sinistra.<br /><br />
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Non si domina una lingua straniera al livello richiesto negli ambienti internazionali, senza 10.000 ore di studio e di pratica. L’esperanto rappresenta un caso a parte per quanto riguarda la rapidità di apprendimento: si raggiunge un livello di padronanza in circa 150-220 ore (vedere le spiegazioni date qui sotto a proposito del criterio i).<br /><br />
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<i>b) Investimenti pubblici preventivi</i><br /><br />
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Il criterio che abbiamo appena visto riguarda l’impegno delle persone chiamate ad esprimersi o a produrre documenti nelle istituzioni internazionali. Ma l’apprendimento linguistico preventivo di cui abbiamo parlato sarebbe impossibile senza un investimento da parte dello Stato. L’insegnamento delle lingue esige, in tutto il mondo, un investimento enorme sia di tempo che di denaro. Se l’organizzazione di questo insegnamento è indispensabile per assicurare che uno stato, o un partito sia rappresentato in modo efficace a livello internazionale, l’investimento necessario costituisce un fattore non trascurabile. Il sistema “Unione Europea” e, allo stato di fatto, il sistema “esperanto” rappresentano a questo riguardo una considerevole economia per gli Stati. Ma se, domani, si obbligheranno gli euro-parlamentari finlandesi o greci ad esprimersi in inglese o in francese, i loro paesi dovranno investire nell’insegnamento delle lingue delle somme decisamente più elevate di quelle attuali. Infatti dovranno garantire un livello linguistico elevato ad una parte della popolazione abbastanza vasta per evitare una grave inferiorità dei loro rappresentanti, o di quelli eletti dai loro partiti, in confronto ai loro omologhi dei paesi “linguisticamente potenti”.<br /><br />
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<i>c) Investimenti da parte dell’istituzione<i/><br /><br />
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Due dei sistemi linguistici studiati costringono a investimenti specifici, di cui gli altri due sono dispensati. Le multinazionali che usano una sola lingua risparmiano su una gran quantità di spese generate dalle prestazioni linguistiche (almeno per quanto riguarda il loro funzionamento interno, e supponendo che nelle sedi periferiche possano trovare personale in grado di utilizzare la lingua della casa madre senza aggravio di costi; le relazioni col pubblico e la pubblicità escono dall’ambito del presente studio). Lo stesso succede nelle associazioni esperantiste.<br /><br />
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Per quanto riguarda gli altri due sistemi, il ricorso alla traduzione e all’interpretazione implica automaticamente un considerevole aumento di personale, proporzionale al numero delle lingue utilizzate. Questa crescita richiede un certo numero di investimenti. I settori in cui sono necessari fondi preventivi possono essere riassunti come segue:<br /><br />
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· · reclutamento e formazione del personale linguistico (interpreti e traduttori);<br /><br />
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· · adattamento delle sale all’interpretazione simultanea (se l’attuale sistema dell’Unione Europea sarà mantenuto quando aderiranno nuovi paesi, bisognerà aggiungere ad ogni sala almeno una mezza dozzina di cabine di interpretazione; il numero di connessioni da prevedere tra queste cabine, da un lato, i microfoni e gli auricolari dall’altro, dovrà coprire tutte le combinazioni di lingue possibili);<br /><br />
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· · organizzazione di un servizio di dattilografia per ogni lingua, con tutto quello che ciò implica: reclutamento del personale, acquisto di computer e di programmi di trattamento di testo adattati ad ogni lingua, fotocopiatrici, stampanti, articoli vari;<br /><br />
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· · servizio di sostegno ai traduttori: biblioteche (con scorte di dizionari tecnici e di libri fondamentali in ogni lingua), servizi di riferimenti e di terminologia, sistemazione di dossier informatici, accesso a numerose banche dati, ecc;<br /><br />
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· · uffici per i servizi di dattilografia e di traduzione, con tutte le spese afferenti (mobilio, riscaldamento, telefono, elettricità, ascensori, servizio di inoltro dei documenti o per corriere o per sistema pneumatico, ecc.), locali per la classificazione dei documenti in tutte le lingue usate, incremento dei locali di servizio per il personale.<br /><br />
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<i>d) Disparità e discriminazione</i><br /><br />
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Certi sistemi linguistici sono discriminatori, altri no. Se l’unica lingua usata è l’inglese, come nel sistema “multinazionali”, le persone madrelingua beneficiano di un vantaggio linguistico in confronto ai loro colleghi, sfavoriti semplicemente per nascita.<br /><br />
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Il sistema più discriminatorio è quello dell’ONU e delle istituzioni o associazioni che applicano un regime linguistico analogo. All’ONU, un delegato belga di lingua francese può usare la sua lingua; il suo collega fiammingo non ha questo diritto. Un siriano, un argentino, un cinese possono esprimersi con tutta l’eloquenza e la forza di persuasione che la lingua madre permette, ma questo diritto è rifiutato all’afgano, al brasiliano, al giapponese. Per i paesi la cui lingua non ha alcun diritto, l’ammissione di una nuova lingua accresce la disparità, in quanto fa aumentare il numero dei loro potenziali avversari, meglio armati per fare prevalere i loro punti di vista. Ora, questa perdita relativa d’influenza è finanziata dagli Stati vittime dell’ingiustizia. L’aggiunta di una nuova lingua di lavoro è accompagnata, infatti, da un aumento generale dei costi, a cui essi partecipano nella stessa proporzione di prima. L’idea di commisurare i contributi al finanziamento dell’istituzione in funzione dei vantaggi o svantaggi dovuti al regime linguistico, non pare sia stata mai formulata.<br /><br />
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Nell’Unione Europea, invece, in linea di principio il sistema attuale garantisce la condizione di parità. Si possono però sollevare alcune riserve.<br /><br />
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· · Da una parte, a livello di segretariato, non si usano affatto lingue come l’olandese, il greco, il portoghese o il finlandese. Certe lingue, dunque, sono “più uguali di altre”, sia quando si tratta di ottenere un posto di funzionario europeo, sia quando un cittadino o un parlamentare deve stabilire un rapporto con l’amministrazione.<br /><br />
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· · D’altra parte, siccome c’è carenza di interpreti per certe combinazioni di lingue come portoghese-greco, danese-portoghese, olandese-finlandese, ecc., per queste lingue si ricorre al sistema della staffetta o della lingua-ponte: l’interprete portoghese si collega alla cabina inglese e rende nella sua lingua non il discorso originale, che non capisce, ma la sua interpretazione in inglese. Ora, da uno studio effettuato dall’ONU sui propri servizi linguistici, emerge che “alle riunioni scientifiche, la perdita di informazioni dovuta alla “staffetta” è di almeno il 50%”. Le rappresentanze dei diversi paesi non sono quindi in uguali condizioni, poiché un portoghese, un finlandese, un danese, un greco, domani forse un ungherese o uno sloveno, hanno meno possibilità di essere compresi correttamente e completamente, rispetto a coloro che discutono utilizzando una lingua più diffusa. Ogni interpretazione comporta la perdita e la deformazione di una parte dell’informazione, se c’è una doppia interpretazione, queste pecche sono raddoppiate.<br /><br />
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· · Terza riserva: il servizio dei marchi registrati, con sede a Madrid, non usa tutte le lingue degli Stati membri dell’Unione.<br /><br />
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Il problema della disparità, che attualmente è di minore importanza all’Unione Europea, vi assumerà l’ampiezza che si osserva all’ONU, se un giorno si deciderà di limitare il numero di lingue.<br /><br />
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La formula “esperanto” evita ogni discriminazione: ciascuno usa una lingua che ha dovuto imparare in un periodo di tempo limitato e approssimativamente uguale, indipendentemente dalla lingua madre. Siccome nessuno utilizza la lingua del proprio paese o della propria regione linguistica, nessuno beneficia di una superiorità d’espressione per il semplice fatto di appartenere a un dato popolo. Questo vantaggio era già stato sottolineato alla Società delle Nazioni in un rapporto del Segretariato Generale alla Terza Assemblea (1922): Al segretariato della Società delle Nazioni, abbiamo avuto sotto gli occhi l’esempio della Conferenza internazionale delle autorità scolastiche, i cui dibattiti si sono svolti in esperanto. […] Quello che impressiona, è soprattutto il carattere di uguaglianza che dà ad una simile riunione l’impiego di una lingua comune che mette tutti allo stesso livello, permettendo al delegato di Pechino o dell’Aia di esprimersi con tanta convinzione quanto i loro colleghi di Parigi o di Londra.<br /><br />
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L’osservazione delle riunioni e dei congressi internazionali mostra che esiste una correlazione tra il diritto di usare la propria lingua madre e la frequenza degli interventi. Chi non ha il diritto di usare la propria lingua interviene più raramente in un dibattito. Ci sono solo due modi per mettere persone di paesi diversi allo stesso livello:<br /><br />
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a) che tutti possano usare la propria lingua;<br /><br />
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b) che nessuno possa usare la propria lingua.<br /><br />
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Dunque, in teoria, accanto alle formule “Unione Europea” e “esperanto”, esiste una terza possibilità che evita la discriminazione: l’adozione di alcune lingue soltanto, ma unita al divieto, per ogni oratore, di esprimersi nella propria lingua madre. Con questo sistema, se l’Unione limitasse le lingue di lavoro a inglese, francese e tedesco, le persone di lingua inglese, francese e tedesca sarebbero tenute ad esprimersi in una lingua diversa dalla propria, per non godere di un privilegio nei confronti dei loro colleghi “meno uguali”. Questa formula, che ristabilirebbe l’uguaglianza, ha poche possibilità di essere presa in considerazione, poiché le posizioni di forza sono quelle che sono.<br /><br />
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<i>e) Costo linguistico di una riunione</i><br /><br />
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Il principale costo imputabile alla comunicazione linguistica durante una seduta è quello dell’interpretazione. Si tratta essenzialmente della remunerazione degli interpreti e del tecnico. Va da sé che più sono le lingue usate, più i costi sono considerevoli. Il sistema “Unione Europea” è di gran lunga quello che comporta il più alto costo linguistico per una seduta. A dire il vero, lo scarto tra l’Unione Europea e le altre entità internazionali, a questo proposito, è enorme. I sistemi “multinazionali” e “esperanto” non implicano invece nessuna spesa.<br /><br />
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<i>f) Costo della produzione dei documenti</i><br /><br />
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Più le lingue di lavoro sono numerose, più la produzione dei documenti diventa onerosa. Questi costi comprendono essenzialmente i trattamenti di traduttori, revisori, terminologi, bibliotecari, referenti (dove ce ne sono, come all’ONU) e dattilografi, da una parte, i materiali di consumo e le altre spese ricorrenti (carta, ammortamento dei computer, elettricità, telefono e fax, manutenzione dei locali, inoltro dei documenti, ecc.) dall’altra.<br /><br />
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Un dato generalmente sottovalutato al di fuori degli addetti ai lavori è che il traduttore deve fare un lavoro di detective. Molto spesso, una parola condensa vari elementi di informazione, ma in maniera differente da una lingua all’altra. Il sintagma inglese his secretary non fornisce alcuna informazione sul sesso della persona di cui si parla, ma rivela che lavora per un uomo. In italiano accade il contrario: il suo segretario o la sua segretaria ci indicano qual è il sesso del dipendente, ma non ci dicono nulla su quello del principale. Ora, è impossibile tradurre correttamente tali espressioni senza avere questa precisazione. I nomi propri possono aiutare, ma non sempre, soprattutto quando si tratta di una cultura lontana. Tan Buting, secretary, è un uomo o una donna? Non si possono tradurre queste parole senza fare una ricerca. In numerosi paesi, sbagliarsi nell’attribuzione del sesso è sentito come un’offesa grave. E poi il nome proprio non è sempre disponibile. Allo stesso modo, è impossibile tradurre nella maggior parte delle lingue l’espressione to develop an industry senza documentarsi sulla situazione economica della regione considerata, dato che l’espressione inglese può avere due sensi: “creare un’industria” o “sviluppare un’industria esistente”. Il traduttore deve fare delle ricerche per sapere di cosa si tratta, e questo spiega l’importanza di computer, telefono, fax, e di una buona biblioteca per il suo lavoro.<br /><br />
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Detto per inciso, la necessità del traduttore di trovare la risposta a questioni non linguistiche è una delle ragioni per cui la traduzione informatica è decisamente illusoria. Il novanta per cento del tempo di un traduttore è assorbito da ricerche che non hanno niente a che fare con le lingue. Quello che può tradurre un computer, può tradurlo anche un essere umano in pochissimo tempo, all’incirca il dieci per cento della sua giornata lavorativa. Ma le ricerche che esige una traduzione corretta richiedono uno spirito d’iniziativa e un’inventiva che superano le possibilità della migliore rete di intelligenza artificiale.<br /><br />
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I documenti da tradurre sono molto varî. C’è la corrispondenza. Nei sistemi plurilingui, un buon numero delle lettere che arrivano sono scritte in una lingua che il destinatario o il funzionario incaricato di rispondere non capiscono. Gli altri documenti da tradurre sono:<br /><br />
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a) a) i documenti di base come, per l’Unione Europea, il Trattato di Maastricht; questa categoria include tutti i testi giuridici e normativi che regolano la vita delle istituzioni;<br /><br />
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b) b) i verbali e i resoconti delle sedute, come pure i progetti di risoluzione proposti e le risoluzioni adottate dagli organi deliberanti;<br /><br />
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c) c) i rapporti periodici (per esempio, nel sistema delle Nazioni Unite e nelle istituzioni europee, i rapporti sulla situazione economica, sociale, culturale, educativa e sanitaria);<br /><br />
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d) d) gli studi e i rapporti di ricerche affidate al segretariato da un organo di alto livello;<br /><br />
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e) e) i rapporti sullo stato d’avanzamento dei progetti intrapresi;<br /><br />
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f) f) i contratti;<br /><br />
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g) g) i documenti di lavoro elaborati per comitati o gruppi di lavoro ristretti.<br /><br />
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Il costo dei documenti è funzione del rendimento dei traduttori. Purtroppo è praticamente impossibile farsi un’idea esatta del rendimento medio, poiché le statistiche sono generalmente impostate in modo da coprire la scarsa produttività dei servizi. Per esempio, un documento di 50 pagine rimandato ad una sezione di traduzione per l’inserimento di dieci correzioni da una parola sarà contabilizzato per il numero totale delle sue pagine: il lavoro sarà effettuato in alcuni minuti, ma il servizio incrementerà la sua statistica di 50 pagine. Questi piccoli aggiustamenti sono forse inevitabili, perché a nessun livello un’istituzione ha interesse a che il mondo esterno sappia quanto costa realmente il plurilinguismo. La segretaria che gonfia le cifre può contare sull’impunità.<br /><br />
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Se prendiamo come unità di misura una cartella A4 a doppia interlinea (32 righe di testo), un traduttore coscienzioso non ne può tradurre correttamente più di cinque o sei al giorno. Una statistica dell’ONU riporta una media di 4,3 cartelle/giorno: la sezione più efficiente risulta quella responsabile delle traduzioni in inglese (6,6 cartelle/giorno), la più lenta quella responsabile delle traduzioni in cinese (2,4 cartelle/giorno, misurate sui testi originali in alfabeto latino).<br /><br />
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Il rendimento di 7000 parole (corrispondenti a 20 cartelle) al giorno per traduttore, cifra fornita alla stampa dal consiglio dei Ministri dell’Unione Europea, è inverosimile per chiunque abbia una conoscenza diretta dei servizi di traduzione. Questo valore sarebbe (forse) raggiungibile solo penalizzando decisamente la qualità; il testo così “tradotto” sarebbe assolutamente inutilizzabile, e la spesa sostenuta andrebbe completamente in perdita. È vero che questo può succedere: la prima versione del trattato di Maastricht, documento di una lunghezza tutt’altro che trascurabile (253 pagine) e di primaria importanza, poiché definiva l’organizzazione dell’Unione Europea, e che tutti i cittadini dei Paesi membri erano chiamati ad approvare o a rifiutare tramite un voto, ha dovuto essere ritirata precipitosamente dalle librerie e dalle biblioteche perché il contenuto era diverso da una lingua all’altra. Si dovette riprendere il lavoro da zero e fare ristampare il testo. Il costo di questo doppio lavoro non è mai stato reso pubblico.<br /><br />
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La traduzione costa cara. Nella rete di istituzioni delle Nazioni Unite, la traduzione in sette lingue di lavoro già nel 1978 ammontava a 1698 dollari statunitensi ogni mille parole, ossia più di un dollaro e mezzo a parola (senza contare le spese generali: uffici, elettricità, carta, ecc.). Questa cifra, sicuramente inferiore al costo attuale, sembra molto più realistica di quella di 36 centesimi di dollaro fornita alla stampa dall’Unione Europea. Secondo la fonte da cui è stata estratta quest’ultima cifra, l’Unione Europea tradurrebbe 3.150.000 parole al giorno: la traduzione costerebbe, dunque, oltre 1.250.000 € al giorno.<br /><br />
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<i>g) Tempo necessario per ottenere un documento</i><br /><br />
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In un’istituzione plurilingue i documenti devono essere tradotti e ciò porta via del tempo. Anche questo fattore va tenuto in conto nell’analisi delle diverse formule.<br /><br />
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All’ONU e nelle istituzioni ad esso collegate, la produzione in sei lingue di un originale di 25 pagine A4 a interlinea semplice (14.000 parole) richiede 63,9 giorni per la traduzione e 22,9 per il controllo. Se vi si aggiunge il tempo necessario alla dattilografia per definire il documento definitivo, si raggiunge un periodo di 98,8 giornate di lavoro. Certo, questo non significa che il documento sarà disponibile solo dopo un centinaio di giorni; i traduttori delle diverse lingue lavorano in parallelo e i testi urgenti sono suddivisi tra più traduttori, come si farebbe, d’altronde, per un testo decisamente più lungo di quello che qui è preso ad esempio. Anche la battitura è effettuata in parallelo nelle diverse versioni. Tuttavia è utile rendersi conto dell’importanza dello sforzo umano investito per un risultato di qualità mediocre: un centinaio di giorni di lavoro per comunicare, spesso in modo imperfetto, il contenuto di solo 25 pagine, non sono pochi. Non è stupefacente il fatto che i servizi di traduzione siano restii a fornire statistiche esatte.<br /><br />
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Secondo la statistica ONU già citata, un testo non urgente viene di regola reso disponibile in tutte le lingue impiegate entro 24 giorni. Se è urgente, sarà suddiviso in più parti e sarà pronto in circa sei giorni.<br /><br />
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Siccome questi tempi risultano dalla natura stessa del lavoro di traduzione, si può supporre che le cifre siano analoghe all’Unione Europea.<br /><br />
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Nei sistemi “multinazionali” e “esperanto”, il documento è disponibile fin dal termine della sua redazione, perché non è necessario produrne altre versioni.<br /><br />
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<i>h) Perdita e distorsione dell’informazione</i><br /><br />
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La comunicazione avviene solo se l’ascoltatore di un discorso o il lettore di un documento riceve una versione esatta di quello che hanno detto l’oratore o l’autore. Il passaggio da una lingua all’altra introduce generalmente un divario tra quello che l’originale esprime e quello che è effettivamente trasmesso. Nei sistemi monolingui (“multinazionali” e “esperanto”), le perdite e le distorsioni sono inesistenti, poiché lettori e ascoltatori hanno a che fare solo con gli originali. Se ci sono dubbi o malintesi, questo non ha a che fare col regime linguistico, ma con un livello di conoscenza linguistica insufficiente da parte dell’interessato.<br /><br />
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Per contro, al passaggio da una lingua all’altra (traduzione o interpretazione), come nei sistemi “ONU” e “Unione Europea”, i rischi di errore si moltiplicano. Abbiamo visto sopra che nel metodo d’interpretazione “a staffetta”, cioè attraverso una lingua-ponte, la perdita d’informazione poteva arrivare fino al 50%. Anche se l’interpretazione è fatta direttamente da una lingua all’altra, una perdita del 10% e una deformazione del 2-3% sono considerate normali. Le condizioni dell’interpretazione simultanea sono tali che è umanamente impossibile rendere perfettamente il discorso pronunciato. L’interprete deve non solo avere una buona elocuzione, una perfetta padronanza delle diverse lingue con cui lavora, una mente rapida e un buon udito, ma deve inoltre avere abbastanza pratica dell’argomento di cui si tratta per potere realmente seguire il dibattito. Una simile combinazione di competenze linguistiche e tecniche approfondite è rara per forza di cose. Di qui il gran numero di interpreti mediocri. A questo proposito, lasciamo la parola ad un rapporto a cura dell’ONU, da cui scegliamo due brani significativi:<br /><br />
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<i>“L’aumento del numero di conferenze plurilingue e la loro crescente complessità, come si è potuto osservare in questi ultimi anni (…), ha avuto l’effetto di fare aumentare la domanda di personale linguistico e ne ha dunque aggravato l’insufficienza in rapporto alle necessità. Con più o meno forza secondo l’istituzione, le organizzazioni che hanno risposto alla presente inchiesta sono unanimi nel dichiarare che è sempre più difficile assumere interpreti e traduttori competenti. Una grande istituzione rileva che “è sempre stato difficile trovare abbastanza personale linguistico qualificato; ma in questi anni, con la crescita del numero di riunioni in tutte le organizzazioni e con la mancanza di coordinamento tra loro, il problema è stato spesso quello di trovare abbastanza interpreti o traduttori di conferenza, indipendentemente dalla loro competenza.”</i><br /><br />
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<i>“Varie organizzazioni sottolineano le difficoltà linguistiche riguardanti il carattere specializzato di un buon numero dei temi trattati nelle riunioni […]. In un convegno tecnico, gli interventi diventano sempre più specializzati e complessi, a causa del progresso costante della scienza e delle sue applicazioni. Persino in un contesto non tecnico, si pongono continuamente dei problemi di terminologia e solo un personale altamente qualificato è adatto a risolverli. Questi fattori accrescono la difficoltà che si trova per assumere un personale linguistico competente.”</i><br /><br />
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Per quanto riguarda la traduzione scritta, anch’essa lascia passare un certo numero di errori, non sarebbe altro che perché i traduttori lavorano spesso sotto pressione. Ciò che si è appena detto sul Trattato di Maastricht mostra che i testi più importanti non sono al riparo dalle deformazioni. La Carta delle Nazioni Unite offre un altro esempio. Se, in inglese, l’articolo 33 si applica a “any dispute, the continuation of which is likely to endanger the maintenance of international peace and security”, in francese si tratta di “tout différend dont la prolongation est susceptible de menacer le maintien de la paix et de la sécurité internationales”: come si vede, il francese ipotizza una semplice possibilità (la parola susceptible è equivalente all’italiano “suscettibile”), mentre l’inglese parla di probabilità, il che è ben diverso. (likely significa “presumibile”). La sfumatura è rilevante se si considera che è questa espressione che determina se il Consiglio di Sicurezza deve o no essere coinvolto in una controversia. Gli altri testi autentici non chiarificano il compito del Consiglio: se quello spagnolo usa ancora il termine susceptible, russo usa l’espressione moglo by, che significa “potrebbe”; quanto al testo cinese, viene usata la parola zuyi, che vuol dire “sufficiente per”. Le diverse versioni di questo testo, tutte autentiche, si posizionano su una gamma che va dal sufficiente al probabile passando per il possibile.<br /><br />
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Se persino dei testi giuridici di una tale portata presentano errori o ambiguità, che dire dei testi meno importanti! Sono ammissibili queste imperfezioni, visto il costo impressionante della traduzione? Un documento dell’Unione Europea nella sua versione francese parla di “avions sans pilote qui prennent pour cible les centrales nucléaires” (“aerei senza pilota che prendono a bersaglio le centrali nucleari”, mentre in realtà, secondo l’originale si tratta di aerei che sorvolano le centrali nucleari in pilotaggio automatico.<br /><br />
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Simile errori, potenzialmente pericolosi, potrebbero aumentare di numero col sistema della staffetta. In effetti, questo sistema, menzionato sopra limitatamente all’interpretazione dei discorsi, è applicato anche alla traduzione dei testi. All’Unione Europea una traduzione dal greco al finlandese o dal danese al portoghese è, in realtà, la traduzione della versione inglese o francese. Questo modo di procedere diventerà sempre più corrente allorché saranno utilizzate lingue come l’ungherese, l’estone e il ceco, e ciò comporterà un aumento del numero di errori di traduzione. Il rapporto efficacia/costo, dunque, si evolve sfavorevolmente a mano a mano che aumenta il numero delle lingue: più lingue ci sono, più i costi aumentano e l’efficacia diminuisce.<br /><br />
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<i>i) Handicap linguistico nei dibattiti</i><br /><br />
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L’espressione “handicap linguistico” designa qui l’insieme degli elementi che ostacolano la fluidità espressiva, orale o scritta, nella lingua che viene usata. Altrimenti detto, più intenso è l’handicap linguistico, più aumenta il disagio. Chi si esprime nella propria lingua madre non conosce handicap linguistici. Per contro, quando l’interessato non ha pieno possesso della lingua impiegata, cerca le sue parole, sostituisce alla parola corrispondente al concetto un termine meno adeguato, ma della cui correttezza è sicuro, si esprime in termini più duri di quanto non farebbe nella sua lingua, rinuncia ad un certo numero di sfumature a volte molto importanti e il suo discorso ha molto meno forza di quanta ne avrebbe se si esprimesse nella propria lingua. Spesso, poi, possiede un accento che può causare delle confusioni negli ascoltatori o renderlo ridicolo (dire “My Government sinks”, “il mio Governo affonda”, mentre si crede di dire “My Government thinks”, “il mio Governo pensa che…”, è il risultato di un handicap linguistico che è per definizione risparmiato a chi usa la sua lingua madre).<br /><br />
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Il Parlamento Europeo, in rapporto sul diritto all’uso della propria lingua, ha riconosciuto l’enorme difficoltà che si trova nell’usare la lingua di un altro popolo: <i>“Chiunque si sia dato la pena di imparare una lingua straniera sa che il vero plurilinguismo è una cosa rara. In regola generale, la lingua madre è la sola di cui si padroneggiano tutte le sfumature. Nessuno dubita che si sia politicamente più forti quando si parla la propria lingua. Esprimersi nella propria lingua conferisce un vantaggio su chi deve, per amore o per forza, usare un’altra lingua”.</i><br /><br />
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In queste condizioni, si capisce facilmente che, allorché il ministro francese delegato agli affari europei, Alain Lamassoure, ha annunciato il 14 dicembre 1994 che la Francia avrebbe approfittato della sua presidenza dell’Unione per proporre “la messa a punto di un regime di cinque lingue di lavoro”, la reazione è stata immediata. Il governo greco ha protestato vigorosamente e la stampa di Atene è arrivata ad evocare “un’Europa a due velocità anche per le lingue”. Se si prendono sul serio gli imperativi di giustizia e di democrazia, l’handicap linguistico è sicuramente il fattore più importante da tenere presente in ogni studio che confronti nella pratica le diverse opzioni possibili.<br /><br />
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Questo handicap è particolarmente grave nel sistema “ONU”, dove la maggioranza dei delegati devono esprimersi in una lingua straniera. Attualmente l’handicap linguistico non esiste nell’Unione Europea, ma se si ridurranno le lingue di lavoro, come propongono molti, colpirà un certo numero dei partecipanti ai dibattiti.<br /><br />
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L’handicap linguistico rientra nell’ambito della neuropsicologia. È provocato da tutto ciò che ostacola il percorso normale dell’influsso nervoso che cerca di esprimere un’idea. Ogni lingua rappresenta una rete di programmi complessi, nel senso informatico del termine, spesso intralciati da dei sottoprogrammi inibitori. Se si chiede a delle persone che hanno fatto vari anni di inglese come si dice “pecore”, nove su dieci rispondono sheeps, al posto della forma corretta sheep. L’errore deriva dal fatto che la parola sheep, “pecora”, deve normalmente chiamare il sottoprogramma «non applicare il programma generale: “plurale à + s”». Ma la grande maggioranza delle persone che imparano l’inglese (o qualsiasi altra lingua) non arrivano ad inserire nelle loro strutture cerebrali il numero sbalorditivo di sottoprogrammi che bisognerebbe avviare per esprimersi correttamente in una lingua diversa dalla propria.<br /><br />
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Questa complessità è la ragione per cui è necessario un minimo di 10.000 ore di studio e di pratica per possedere una lingua nazionale. Invito il lettore che dubiti dell’esattezza di questa cifra a osservare il linguaggio di un bambino di sei o sette anni che si esprime nella propria lingua. Benché abbia alle sue spalle più di 10.000 ore di immersione totale nella sua lingua madre, commette ancora una buona dose di errori. I suoi enunciati comprendono un’abbondanza di forme come: vous disez (“voi dicete”), s’il voudrait (“se vorrebbe”), plus bon (più buono), une chevale (anziché jument, giumenta), la jouetterie (negozio di giocattoli). In un piccolo Americano della stessa età si rilevano forme come I comed (invece di I came), foots (invece di feet), it’s mines (anziché it’s mine), when he’ll go (anziché when he goes). Diecimila ore non bastano per imparare l’uso corretto. Ora, sarebbe sbagliato imputare questi errori alla giovane età dei soggetti, poiché nessuno di essi denota un’immaturità dell’intelligenza, al contrario il bambino è più logico della lingua ufficiale. Gli errori rappresentano unicamente il non-inserimento o l’instabilità nelle sue strutture nervose dei sottoprogrammi che devono inibire i programmi generali.<br /><br />
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Il 90-95% del tempo consacrato allo studio di una lingua consiste nell’inserire sottoprogrammi inibitori nelle strutture nervose. Questi devono essere attuati come riflessi: se non funzionano inconsciamente, senza sforzo, la lingua non è dominata. La tendenza spontanea del cervello umano consiste nel trasformare in programma generale ogni segno associato a un significato. Ecco perché il movimento naturale del cervello porta il parlante a dire irrésolvable (parola usata dal 90% degli stranieri che si esprimono in francese). Ma, se si vuole parlare francese correttamente, bisogna bloccare il flusso nervoso con un senso vietato e installare una deviazione che porti alla forma corretta insoluble. Allo stesso modo, il bambino che dice più buono, ha reperito il segno che si trova in più grande, più piccolo, più forte, più caldo e lo generalizza. Non ha ancora installato il senso vietato che deve bloccare più buono deviandolo verso migliore.<br /><br />
<br /><br />
Una lingua esente da sotto-programmi inibitori e contenente solo programmi generali (per esempio, un solo programma, valido sempre, per il plurale, un solo programma per il presente di tutti i verbi, un solo programma per formare un aggettivo a partire da un sostantivo, ecc.) rispetta senza riserve la tendenza a generalizzare gli elementi assimilati. Così viene acquisita rapidamente e utilizzata con disinvoltura. È il caso dell’esperanto. L’alunno di inglese non può generalizzare il programma “mestiere --> +er”; con la forma osservata in farm--> farmer non può formare fish--> fisher (si dice fisherman) né tooth--> toother (si dice dentist). Per quanto riguarda lo scritto, non può neanche formare translate--> translater, perché si scrive translator. In esperanto, al contrario, non si è mai obbligati a reprimere la creazione spontanea di un programma generale a partire da un segno reperito precedentemente. Infatti, le parole farmo--> farmisto, raporto--> raportisto, fiŝo--> fiŝisto, dento--> dentisto, traduki--> tradukisto rappresentano solamente una piccola parte di una serie infinita. Di qualunque ambito si tratti, la persona che si esprime in questa lingua sa di poter formare il nome di un mestiere tramite il monema –isto. Questa certezza dà un senso di sicurezza espressiva che distingue radicalmente l’esperanto da ogni altra lingua straniera.<br /><br />
<br /><br />
Inoltre, l’esperanto è caratterizzato dalla libertà di costruzione. Per esprimere l’idea egli mi aiuta, l’esperantista può adottare la costruzione francese li min helpas, la costruzione inglese li helpas min o quella tedesca li helpas al mi. Un secolo di pratica ha dimostrato che questa libertà elimina il disagio linguistico senza ostacolare la comprensione reciproca. Una libertà analoga si trova nei diversi modi di esprimere un’idea. Per dire “egli è andato all’albergo in autobus”, per esempio, chi parla in esperanto dispone di tutta una gamma di formule, molte delle quali non hanno equivalenti in altre lingue ma che sono immediatamente comprensibili non appena si è appreso il significato delle desinenze e delle preposizioni: li iris al la hotelo per buso, li iris hotelen buse, al la hotelo li busis, li buse alhotelis, ecc.<br /><br />
<br /><br />
La libertà di costruzione e il diritto di generalizzare qualsiasi costruzione, sia grammaticale che lessicale, all’infinito, conferiscono la disinvoltura espressiva: chi si esprime può tranquillamente affidarsi al naturale funzionamento del cervello senza che una parte considerevole di energia nervosa si perda nell’incertezza, nella ricerca della parola appropriata o nella regola grammaticale che si sottrae. Il Prof. Pierre Janton dice in proposito: <i>“Anche se non è la lingua madre, l’esperanto non è neppure una lingua straniera. L’esperantista maturo non lo sente mai come un idioma straniero”.</i><br /><br />
<br /><br />
Queste precisazioni spiegano un fatto percepibile non appena si assiste ad una seduta internazionale in esperanto: in questa lingua, l’handicap linguistico è praticamente inesistente. Ai fattori d’ordine linguistico e neurologico vanno aggiunti degli elementi puramente psicologici, in particolare il fatto che ogni utente dell’esperanto sa che nessuno dei suoi interlocutori usa la propria lingua madre, e che non esiste un popolo che possa arbitrariamente dettare ciò che è corretto nel modo di esprimersi e quello che non lo è. Pertanto, chi parla non si sente mai inferiore per il fatto di non appartenere al popolo che ha definito le norme. Il vissuto soggettivo è, dunque, molto diverso da quello dei sistemi “ONU” e “multinazionali”, dove chi usa una lingua diversa dalla propria si sente sempre un po’ inferiore (a meno che la sua pressunzione non gli impedisca di prendere coscienza del suo livello reale, probabilmente non molto elevato, il che non è così raro negli ambienti internazionali).<br /><br />
<br /><br />
In una seduta in esperanto, tutti quelli che prendono la parola si esprimono liberamente, e non si nota alcuna correlazione tra la lingua materna e la frequenza di intervento. Per questo, benché ognuno usi una lingua imparata dopo la prima infanzia, l’osservatore ha la sensazione di trovarsi in un luogo dove ciascuno parla la propria lingua madre. È questo forse il tratto che contraddistingue di più il sistema “esperanto” dagli altri tre sistemi correntemente applicati alla comunicazione tra persone di lingue diverse.<br /><br />
<br /><br />
<br /><br />
<br /><br />
<i>j) Handicap linguistico in lettura</i><br /><br />
<br /><br />
La lettura di documenti rappresenta una parte non trascurabile dell’attività internazionale. Ma c’è una gran differenza tra capire ascoltando e capire leggendo. I voti più sotto attribuiti a questo criterio nel paragone quantitativo delle diverse opzioni rappresentano una media: era la sola soluzione che tenesse conto delle grandi differenze tra le persone per quanto concerne la profondità della conoscenza della lingua in cui ricevono i documenti.<br /><br />
<br /><br />
Nel sistema “ONU”, un buon numero di delegati accedono a documenti scritti in una lingua che leggono senza grande difficoltà, anche se la parlano male. Se il voto attribuito al sistema “solo inglese” (“multinazionali”) è più alto, è perché vari sondaggi hanno dimostrato che l’ambiguità dell’inglese era spesso all’origine dei malintesi. Per esempio Soviet expert o English teacher sono spesso interpretati da non-anglofoni come se volessero dire esperto sovietico e professore inglese, mentre queste espressioni possono anche significare sovietologo e insegnante di inglese. Allo stesso modo, Japanese encephalitis vaccine sarà spesso inteso come vaccino giapponese contro l’encefalite e non come vaccino contro l’encefalite giapponese, che è il significato vero. In esperanto, l’altro sistema monolingue attualmente in uso, l’espressione non richiede più sillabe ma evita l’ambiguità: in japana encefalit-vakcino e japan-encefalita vakcino il rapporto tra i concetti è subito chiaro per chi ha imparato il senso delle desinenze.<br /><br />
<br /><br />
La rapidità con cui l’inglese si evolve e la tendenza degli autori ad utilizzare delle espressioni gergali anche in testi politici o tecnici creano ai non anglofoni dei problemi che le altre lingue non presentano in eguale misura. In occasione di un recente sondaggio, l’80% degli interrogati, pur utilizzando regolarmente l’inglese nella loro vita, non ha capito la frase Business class is a tough act to follow in un articolo della International Herald Tribune sulla disaffezione dei viaggiatori per la prima classe (class business) in aereo.<br /><br />
<br /><br />
<br /><br />
<br /><br />
<i>k) Vincoli e disagi</i><br /><br />
<br /><br />
Per “vincoli” si intendono qui i fattori inerenti al sistema linguistico adottato che impongono delle limitazioni. I sistemi “ONU” e “Unione Europea”, ad esempio, obbligano ad utilizzare delle sale attrezzate per l’interpretazione simultanea, mentre con i sistemi “multinazionali” e “esperanto”, una discussione può avvenire in un ristorante o all’aperto così come in un auditorium; può anche aver luogo in qualsiasi momento, anche se manca la corrente. Una sessione che applichi uno di questi ultimi due sistemi può essere tenuta dovunque senza grandi spese. Al contrario, quando un organismo dell’ONU o un’istituzione analoga accetta l’invito di uno Stato a tenere una sessione fuori sede, si ha un not4vole aumento di spesa: bisogna assicurare il trasporto del personale e del materiale necessari per produrre i documenti nelle diverse lingue e prevedere i costi di trasferta degli interpreti.<br /><br />
<br /><br />
Per “disagi” si intendono qui gli aspetti della situazione di comunicazione che vanno contro il benessere e la qualità della vita. Molti dei partecipanti alle riunioni internazionali trovano sgradevole dover portare gli auricolari tutto il giorno o sentire una voce diversa da quella dell’oratore. L’affaticamento nervoso è più rilevante se si partecipa ad una riunione con interpretazione simultanea che a una seduta monolingue. Questa voce ricopre anche l’affaticamento aggiuntivo dovuto alla discussione in una lingua che non si domina alla perfezione e in cui alcuni hanno un accento che potrebbe ostacolare una comprensione diretta: di qui si sviluppa una maggior tensione per seguire l’andamento di una riunione.<br /><br />
<br /><br />
<i>l) Probabile aumento degli inconvenienti nel corso dei prossimi venti anni</i><br /><br />
<br /><br />
I sistemi monolingui (“multinazionali”, “esperanto”) non si prestano, per natura, a un aumento degli inconvenienti. Ma la situazione è molto diversa nelle istituzioni che praticano il plurilinguismo. Nessuna di queste ha preso fin dall’inizio la decisione di porre un limite al numero di lingue da ufficializzare. Il loro regime linguistico differisce quindi molto da quello degli stati plurilingui. Gli inconvenienti si moltiplicano non appena si aumenta il numero delle lingue. Aggiungere una lingua non vuol dire aggiungere un’unità, ma moltiplicare il numero di combinazioni per le quali bisogna assicurare la traduzione e l’interpretazione; questo numero corrisponde alla formula N(N-1). Se si usano 9 lingue, le combinazioni sono 72; se se ne usano 15, per esempio le 11 dell’Unione Europea più l’ungherese, lo sloveno, il ceco e il polacco, le combinazioni diventano 210, sia per gli interventi orali che per la documentazione e la corrispondenza.<br /><br />
<br /><br />
L’aumento degli inconvenienti riguarda soprattutto l’Unione Europea, che si trova davanti ad un’alternativa drammatica: o salvaguardare la democrazia al prezzo di un aumento delle complicazioni e del budget difficilmente sopportabile, o optare per un funzionamento più normale, più accettabile, ma a scapito della democrazia.<br /><br />
<br /><br />
Se il sistema resterà immutato, al momento dell’adesione di nuovi membri, gli inconvenienti cresceranno al punto da essere molto difficili da gestire. Dalla loro fondazione, l’ONU e le istituzioni che vi si legano hanno seguito la stessa via: l’aumento progressivo del numero di lingue di lavoro. Con ogni lingua supplementare, le complicazioni si aggravano. Eppure il processo non si avvia alla fine: molti reclamano un’estensione dell’impiego del tedesco, già parzialmente utilizzato come lingua di lavoro, e una lobby molto attiva esercita delle pressioni per estendere l’ufficialità al portoghese, all’hindi e al giapponese.<br /><br />
<br /><br />
<br /><br />
<br /><br />
<i>m) Problemi terminologici</i><br /><br />
<br /><br />
Dopo un esame approfondito della questione, è stato deciso di non includere questo criterio. È infatti estremamente difficile valutare l’impatto, sui diversi regimi linguistici, di quest’aspetto dell’ambito della comunicazione internazionale.<br /><br />
<br /><br />
All’ONU, l’assenza di una terminologia precisa e stabile ha causato gravi problemi alla sezione cinese negli anni cinquanta. “Voi fate traduzioni, noi inventiamo una lingua” ha detto un revisore di questa sezione all’autore del presente studio nel 1960. Lo stesso genere di difficoltà si è ripetuto con l’introduzione dell’arabo negli anni ’70.<br /><br />
<br /><br />
All’Unione Europea, analoghe incertezze, pur se meno marcate, si sono forse avute con la terminologia del neerlandese, viste le varianti che questa lingua presenta a seconda che sia parlata in Belgio o nei Paesi Bassi, così come l’instabilità del suo lessico all’epoca della firma del Trattato di Roma, ma non è stato possibile ottenere informazioni precise su questo punto. Anche il greco moderno era una lingua poco fissata al momento dell’ammissione della Grecia in seno all’Unione e sarebbe interessante sapere come il servizio greco di traduzione abbia affrontato la situazione. Molto verosimilmente, l’ammissione di paesi ex-comunisti creerà dei problemi terminologici.<br /><br />
<br /><br />
Se un’istituzione internazionale adottasse l’esperanto, dovrebbe dotarsi, per questa lingua, di un servizio di terminologia abbastanza corposo. Certo, in molti ambiti politici, sociali, scientifici e tecnici, la terminologia dell’esperanto è più antica di quella dell’arabo, del cinese o di altre lingue come l’ebraico e lo swahili; inoltre, le strutture della lingua permettono di risolvere i suoi problemi terminologici più facilmente di altre lingue (l’esperanto aveva un equivalente di software prima che il Consiglio della lingua francese inventasse logiciel). La terminologia dell’esperanto presenta lacune altrettanto numerose per quanto riguarda la nomenclatura precisa di vari elementi costitutivi di macchinari, di sistemi, di processi tecnici, come pure di particolari concernenti l’industria, l’ingegneria, la medicina, la farmacia e molte altre discipline. Allo stesso modo, la terminologia dell’esperanto non è ancora stata fissata per certe suddivisioni fini di categorie di prodotti che sono oggetto di scambi commerciali, o per varie precisazioni qualitative che permettano di caratterizzarne la conformità a norme specifiche. Esiste una tradizione di circa un secolo per elaborare questa terminologia con accordi tra specialisti, e basterebbe ufficializzarla e seguirla, ma il lavoro da svolgere in tal senso sarebbe considerevole. Tuttavia non supererebbe quello che ha dovuto fare la sezione cinese dell’ONU negli anni ’50 e ’60.<br /><br />
<br /><br />
<br /><br />
<br /><br />
<font size="3"><b>Nota sulle riunioni in esperanto</b></font><br /><br />
<br /><br />
Le osservazioni fatte nel quadro della presente ricerca si potranno verificare facilmente per i primi tre sistemi, il cui funzionamento è facile da analizzare. Tuttavia, l’informazione sull’esperanto è generalmente incompleta e, quando esiste, poco obiettiva nella maggior parte dei casi. Questa lingua è spesso scambiata per un progetto, mentre si tratta di una lingua effettivamente utilizzata. La maggior parte dei lettori non sono a conoscenza degli ambienti in cui il suo funzionamento può essere studiato oggettivamente e scientificamente. Da cui la necessità della presente nota.<br /><br />
<br /><br />
In effetti, l’esperanto, benché limitato a una frazione molto marginale della popolazione, è usato quotidianamente in tutte le regioni del pianeta. Dal 1985, non è più passato un solo giorno senza che, da qualche parte nel mondo, esso costituisca la lingua di un congresso, di una sessione o di un incontro internazionale.<br /><br />
<br /><br />
Il presente studio si fonda, per la parte riguardante l’esperanto, sull’osservazione delle sedute tenute sotto gli auspici di una serie di organizzazioni o istituzioni: Universala Esperanto-Asocio (Associazione universale di esperanto), Literatura Foiro (Fiera Letteraria), Tutmonda Esperantista Junulara Organizo (Organizzazione mondiale della Gioventù Esperantista), Kultura Centro Esperantista (Centro culturale esperantista), Japana Esperanto-Instituto (Istituto giapponese di esperanto), Internacia Esperanto-Muzeo (Museo internazionale dell'esperanto) e Internacia Kultura Servo (Servizio culturale internazionale). Lo studio è stato svolto in due periodi, un primo nel 1986-87, a Pechino, Tokyo, Locarno, Vienna, San Francisco e Zagabria, e un secondo nel 1993-94 a Barcellona, Novosibirsk, La Chaux-de-Fonds e Vienna. Riunioni informali tenute ad Ottawa, Oslo, Budapest e Helsinki hanno confermato le osservazioni fatte nei congressi e convegni ufficiali. Sono state prese in considerazione solo le sedute cui partecipavano persone di almeno cinque lingue madri diverse. Per quanto riguarda l’uso scritto, lo studio si basa sulla corrispondenza, la documentazione e le pubblicazioni di alcune tra le entità sopraccitate, in particolare il Centro culturale esperantista e l’Associazione universale di esperanto.<br /><br />
<br /><br />
I temi costituenti oggetto di discussione in esperanto nell’ambito delle suddette organizzazioni erano estremamente vari, andando dal molto generale al molto specifico, esattamente come nelle organizzazioni che applicano altri regimi linguistici.<br /><br />
<br /><br />
<br /><br />
<br /><br />
<font size="3"><b>Bilancio delle quattro formule</b></font><br /><br />
<br /><br />
Nelle condizioni attuali, è impossibile assegnare valori quantitativi esatti per ognuno dei criteri presentati sopra. Molti sfuggono ad ogni determinazione quantificabile in maniera oggettiva. Le cifre che si stanno per leggere sono quindi valutazioni che risultano dall’osservazione del funzionamento linguistico delle diverse istituzioni, così come, per certi dati, come la durata dell’apprendimento della lingua usata, da sondaggi realizzati su campioni statisticamente rappresentativi di partecipanti.<br /><br />
<br /><br />
Quindi, per ognuno dei criteri presentati sopra (tranne l’ultimo, e se ne è spiegata la ragione) è stato attribuito un voto su una scala da 0 a 10 a ognuno dei 4 sistemi. Il voto riflette la rilevanza dell’inconveniente presentato dal sistema; volendo tradurre il giudizio in parole potremmo leggere la scala del peso degli inconvenienti come segue: 0 l’inconveniente non si presenta affatto, da 1 a 3 è tutto sommato accettabile, da 4 a 6 si fa sentire, da 7 a 9 è decisamente grave, 10 è inaccettabile.<br /><br />
<br /><br />
L’analisi dei quattro sistemi porta alla tabella seguente:<br /><br />
<br /><br />
(nota di yoshii: se questa tabella "appiattita" è troppo scomoda da leggere andate nella pagina di disvastigo.it che ho riportato in cima)<br /><br />
<br /><br />
<i>ONU<br /><br />
<br /><br />
Multinazionali<br /><br />
<br /><br />
Unione europea<br /><br />
<br /><br />
Organizzazioni esperantiste<br /><br />
<br /><br />
a) durata dell’apprendimento preventivo<br /><br />
<br /><br />
8<br /><br />
<br /><br />
8<br /><br />
<br /><br />
0<br /><br />
<br /><br />
3<br /><br />
<br /><br />
b) investimenti pubblici preventivi<br /><br />
<br /><br />
9<br /><br />
<br /><br />
9<br /><br />
<br /><br />
5<br /><br />
<br /><br />
0<br /><br />
<br /><br />
c) investimenti da parte dell’istituzione<br /><br />
<br /><br />
8<br /><br />
<br /><br />
0<br /><br />
<br /><br />
10<br /><br />
<br /><br />
0<br /><br />
<br /><br />
d) disparità e discriminazione<br /><br />
<br /><br />
6<br /><br />
<br /><br />
5<br /><br />
<br /><br />
0<br /><br />
<br /><br />
0<br /><br />

Ado
Ado

<p><font face="Verdana" size="2"><br /><br />
<a href="http://www.disvastigo.it/approfondimenti_17.htm"><b><font size="2" color="#008000">fonte</font></b></a><br /><br />
<br /><br />
<font size="4"><b>COMUNICAZIONE LINGUISTICA :<br /><br />
<br /><br />
STUDIO COMPARATIVO SUL CAMPO</b></font><br /><br />
<br /><br />
<br /><br />
<br /><br />
di Claude PIRON<br /><br />
<br /><br />
<br /><br />
<br /><br />
<b>Il mondo si restringe. Gli scambi internazionali, tanto commerciali quanto culturali, si sviluppano a un ritmo impressionante, e i viaggi verso paesi lontani diventano un’esperienza banale per molte persone che non ci avrebbero mai pensato appena una decina di anni fa.<br /><br />
<br /><br />
Per di più avvengono costantemente importanti spostamenti di popolazioni: i rifugiati e i richiedenti asilo politico sono sempre più numerosi, come pure gli emigrati alla disperata ricerca di un tenore di vita che non hanno alcuna possibilità di trovare nel loro paese.<br /><br />
<br /><br />
L’effetto di tutti questi fattori è l’aggravamento dei problemi linguistici, che purtroppo non vengono presi molto sul serio, così come si evita di dedicare la dovuta attenzione ai risultati dell’insegnamento scolastico delle lingue, spesso deplorevoli. Fatta eccezione per i popoli di lingua germanica, solo l’un per cento dei giovani Europei, al termine della scuola media superiore, è capace di esprimersi abbastanza correttamente in inglese, dopo aver avuto quattro ore di lezione settimanali per sei anni. La percentuale corrispondente in Asia è dell’uno per mille. Ma questi dati non sembrano stimolare il pensiero creativo. Sono accettati con fatalistica rassegnazione.</b><br /><br />
<br /><br />
<br /><br />
<br /><br />
Nelle organizzazioni internazionali, un buon numero di delegazioni rivendica uno sviluppo dei servizi linguistici, come si può rilevare nei corridoi dell’ONU. Le pressioni esercitate per fare accordare lo statuto di lingua ufficiale al giapponese, all’hindi e ad altre lingue si fanno sentire con crescente intensità. In Europa, i problemi linguistici volgono sempre più al rompicapo. Come diceva Bernard Cassen in Le monde diplomatique, rappresentano una bomba a scoppio ritardato. Molti paesi dell’Europa centro-orientale sperano di aderire tra breve all’Unione Europea e i politici hanno reagito favorevolmente alla loro domanda, ma tutti si sono ben guardati dall’affrontare i problemi linguistici di questo allargamento, come se l’espressione “governare è prevedere” non fosse più valida.<br /><br />
<br /><br />
Eppure non è lontano il giorno in cui complicazioni, ineguaglianze e costi causati dalla comunicazione linguistica, come anche dall’inefficacia dell’insegnamento delle lingue, supereranno il limite di sopportazione della società. Il presente documento, fondato sullo studio dei dati, mira ad aiutare coloro che saranno chiamati a definire una strategia per superare le difficoltà che si presenteranno di qui a poco.<br /><br />
<br /><br />
Non c’è motivo per non applicare all’ambito della comunicazione linguistica internazionale i principî della ricerca operazionale. L’obiettivo è chiaro: adottare il sistema di comunicazione più equo, quello che offre il miglior rapporto qualità/prezzo (o efficacia/costo) e psicologicamente il più soddisfacente per il maggior numero di persone. Varî sistemi sono in competizione; è possibile definire a priori una serie di criteri per mettere in rilievo i rispettivi vantaggi e inconvenienti, e tentare un’analisi quantitativa per stabilire quale meglio si adatta all’obiettivo che ci siamo posti. In effetti, le situazioni in cui persone di lingue diverse sono costrette a comunicare sono numerose, al giorno d’oggi. Dunque non mancano le occasioni per osservare come fanno a superare la barriera delle lingue. E non c’è nessuna difficoltà a procedere ad uno studio comparativo dei diversi mezzi adoperati.<br /><br />
<br /><br />
<br /><br />
<br /><br />
<b>Le quattro opzioni</b><br /><br />
<br /><br />
Questo studio prenderà in considerazione solo i sistemi in grado di assicurare una comunicazione precisa e ricca di sfumature, e di buon livello intellettuale. Esistono infatti innumerevoli situazioni in cui persone di lingue diverse si spiegano bene o male tramite gesti, espressioni facciali, rudimenti di inglese, o ricorrendo ad una lingua locale storpiata, ma non è il caso di esaminarle qui. Sarebbe impossibile, in un articolo breve, tener conto di tutti i bisogni linguistici esistenti sul nostro pianeta. Pertanto ci limiteremo ai casi in cui la comprensione reciproca deve necessariamente essere chiara, precisa, esatta e dettagliata come, ad esempio, al Parlamento Europeo o all’Assemblea generale delle Nazioni Unite. Le necessità linguistiche considerate in questa ricerca sono quelle dei rappresentanti nazionali, degli euro-parlamentari, degli esperti, consiglieri e collaboratori di organizzazioni internazionali, governative e non, come pure degli scienziati, specialisti e altri professionisti che si riuniscono in congressi o sono chiamati a scambiarsi idee e dati ad un alto livello di complessità.<br /><br />
<br /><br />
Il ricercatore che fa una rassegna delle condizioni in cui si svolge una comunicazione internazionale a questo livello non tarda a notare che oggi come oggi solo cinque metodi sono in uso. Sono, in ordine di importanza su scala mondiale:<br /><br />
<br /><br />
1) il sistema applicato dall’ONU, dalla maggior parte delle organizzazioni intergovernative e da moltissime organizzazioni non governative internazionali: un numero limitato di lingue, con interpretazione simultanea degli interventi orali e traduzione dei documenti;<br /><br />
<br /><br />
2) il sistema applicato da numerose multinazionali: tutti i partecipanti usano la stessa lingua nazionale, generalmente l’inglese;<br /><br />
<br /><br />
3) il sistema dell’Unione Europea: è accettata la lingua di ogni Stato Membro, con interpretazione simultanea degli interventi e traduzione dei documenti;<br /><br />
<br /><br />
4) il sistema delle organizzazioni che adoperano una lingua interetnica che non è mai stata propria di un certo popolo (swahili, esperanto); per ragioni di comodità, in seguito sarà preso in considerazione solo il funzionamento linguistico delle associazioni che usano l’esperanto;<br /><br />
<br /><br />
5) il sistema detto “svizzero” o “scandinavo”: ognuno usa la sua lingua madre e non c’è bisogno di tradurre o di interpretare perché tutti i partecipanti capiscono tutte le lingue in uso. Questo metodo, utilizzato durante le riunioni delle linee aeree scandinave, è adottato abbastanza spesso in Svizzera negli ambienti di persone colte. Fino agli anni Cinquanta, era il solo sistema usato nel Parlamento elvetico, dove si supponeva che ognuno capisse il tedesco, il francese e l’italiano.<br /><br />
<br /><br />
Quest’ultimo sistema non sarà preso in considerazione, perché è applicabile soltanto a determinati ambienti culturali e non risponde alle necessità di comunicazione che si riscontrano su scala mondiale o anche su un territorio ristretto come l’Unione Europea. Si può applicare solo se il numero delle lingue è limitato a tre o quattro, se la distanza tra le culture non è troppo grande e se il sistema scolastico assegna un tempo considerevole all’insegnamento delle lingue. Rimarranno quindi oggetto dello studio i primi quattro sistemi considerati.<br /><br />
<br /><br />
<br /><br />
<br /><br />
<font size="3"><b>Criteri applicati</b></font><br /><br />
<br /><br />
La parte fondamentale di questo articolo sarà dedicata ad un esame comparativo dei quattro sistemi oggetto dello studio. A questo scopo sono stati definiti dodici criteri, che saranno utilizzati per giudizi analitici di merito.<br /><br />
<br /><br />
<i>a) Durata dell’apprendimento preventivo</i><br /><br />
<br /><br />
Il sistema linguistico dell’Unione Europea è il solo a non imporre ai partecipanti un apprendimento linguistico preliminare, almeno se ci si limita alle riunioni che beneficiano dell’interpretazione e della traduzione. Nelle altre tre formule, un apprendimento linguistico è necessario ad almeno una parte dei partecipanti. Nel sistema “multinazionali” è il caso di tutti quelli la cui lingua madre non è l’inglese e nel sistema “ONU”, della maggior parte dei partecipanti, poiché lingua di lavoro e lingua madre coincidono solo per una minoranza. Nel sistema “esperanto”, ognuno dovrà avere imparato la lingua di comunicazione. Certo, esistono dei bambini che hanno l’esperanto come lingua madre, ma sono così pochi che in pratica si possono trascurare.<br /><br />
<br /><br />
Nei corridoi dell’Unione Europea, si parla sempre di più dei problemi da affrontare quando parteciperanno alla vita delle istituzioni anche persone di lingua slovena, ceca, maltese, magiara, slovacca, polacca, serbo-croata, estone, ecc. Una delle possibilità spesso citate è la riduzione del numero delle lingue di lavoro. Se fosse adottata questa formula, l’Unione Europea perderebbe il suo vantaggio per il criterio in esame: partecipanti alle riunioni e redattori di documenti si troverebbero nella stessa situazione di quelli dell’ONU e non potrebbero esercitare le loro funzioni senza un apprendimento linguistico preventivo.<br /><br />
<br /><br />
Contrariamente ad un’idea molto diffusa, la padronanza di una lingua straniera richiede un enorme investimento in tempo e in energia nervosa. Per una persona chiamata a partecipare a delicate negoziazioni o ad esprimersi alla tribuna di un Parlamento o di un’Assemblea generale, non basta farsi capire, ma serve una qualità di espressione che permetta di convincere, di argomentare, di rispondere per le rime, di colpire i destinatari evitando di cadere nel ridicolo. Basti un esempio, a proposito del francese: Cornelio Sommaruga, presidente del Comitato Internazionale della Croce Rossa, riferendosi in un discorso ufficiale ai delegati del CICR sparsi nel mondo, intendeva dire che sono “degli eroi” (in francese des héros); una piccola incertezza nella pronuncia, che potrebbe sembrare impercettibile ma non lo è, lo ha portato a dire des zéros, cioè “degli zeri”. Eppure, grazie al fatto di abitare in una zona francofona e lavorare prevalentemente in francese da molti anni, la sua padronanza di questa lingua supera di molto quella del diplomatico medio. Il fatto che un uomo di questo livello possa incorrere in qualche passo falso linguistico sottolinea l’enormità del compito che rappresenta l’acquisizione di una lingua straniera. Ora, in politica non ci si può permettere di essere ridicoli: in seguito, gli ascoltatori non ricorderanno quanto che la persona intendeva dire, ma il suo modo di dirlo. Il fatto che al termine di duemila ore di studio di una lingua, seguite da un numero quadruplo di ore di pratica, si possa inciampare in trabocchetti del genere, la dice lunga su che cosa rappresenti l’obbligo di esprimersi in pubblico in una lingua straniera. La nostra lingua madre è inscritta nel nostro sistema nervoso come le abitudini motorie della mano destra di un destrorso. Esprimersi in una lingua straniera è l’equivalente, per un destrorso, di essere costretto a fare tutto con la mano sinistra.<br /><br />
<br /><br />
Non si domina una lingua straniera al livello richiesto negli ambienti internazionali, senza 10.000 ore di studio e di pratica. L’esperanto rappresenta un caso a parte per quanto riguarda la rapidità di apprendimento: si raggiunge un livello di padronanza in circa 150-220 ore (vedere le spiegazioni date qui sotto a proposito del criterio i).<br /><br />
<br /><br />
<br /><br />
<br /><br />
<i>b) Investimenti pubblici preventivi</i><br /><br />
<br /><br />
Il criterio che abbiamo appena visto riguarda l’impegno delle persone chiamate ad esprimersi o a produrre documenti nelle istituzioni internazionali. Ma l’apprendimento linguistico preventivo di cui abbiamo parlato sarebbe impossibile senza un investimento da parte dello Stato. L’insegnamento delle lingue esige, in tutto il mondo, un investimento enorme sia di tempo che di denaro. Se l’organizzazione di questo insegnamento è indispensabile per assicurare che uno stato, o un partito sia rappresentato in modo efficace a livello internazionale, l’investimento necessario costituisce un fattore non trascurabile. Il sistema “Unione Europea” e, allo stato di fatto, il sistema “esperanto” rappresentano a questo riguardo una considerevole economia per gli Stati. Ma se, domani, si obbligheranno gli euro-parlamentari finlandesi o greci ad esprimersi in inglese o in francese, i loro paesi dovranno investire nell’insegnamento delle lingue delle somme decisamente più elevate di quelle attuali. Infatti dovranno garantire un livello linguistico elevato ad una parte della popolazione abbastanza vasta per evitare una grave inferiorità dei loro rappresentanti, o di quelli eletti dai loro partiti, in confronto ai loro omologhi dei paesi “linguisticamente potenti”.<br /><br />
<br /><br />
<br /><br />
<br /><br />
<i>c) Investimenti da parte dell’istituzione<i/><br /><br />
<br /><br />
Due dei sistemi linguistici studiati costringono a investimenti specifici, di cui gli altri due sono dispensati. Le multinazionali che usano una sola lingua risparmiano su una gran quantità di spese generate dalle prestazioni linguistiche (almeno per quanto riguarda il loro funzionamento interno, e supponendo che nelle sedi periferiche possano trovare personale in grado di utilizzare la lingua della casa madre senza aggravio di costi; le relazioni col pubblico e la pubblicità escono dall’ambito del presente studio). Lo stesso succede nelle associazioni esperantiste.<br /><br />
<br /><br />
Per quanto riguarda gli altri due sistemi, il ricorso alla traduzione e all’interpretazione implica automaticamente un considerevole aumento di personale, proporzionale al numero delle lingue utilizzate. Questa crescita richiede un certo numero di investimenti. I settori in cui sono necessari fondi preventivi possono essere riassunti come segue:<br /><br />
<br /><br />
· · reclutamento e formazione del personale linguistico (interpreti e traduttori);<br /><br />
<br /><br />
· · adattamento delle sale all’interpretazione simultanea (se l’attuale sistema dell’Unione Europea sarà mantenuto quando aderiranno nuovi paesi, bisognerà aggiungere ad ogni sala almeno una mezza dozzina di cabine di interpretazione; il numero di connessioni da prevedere tra queste cabine, da un lato, i microfoni e gli auricolari dall’altro, dovrà coprire tutte le combinazioni di lingue possibili);<br /><br />
<br /><br />
· · organizzazione di un servizio di dattilografia per ogni lingua, con tutto quello che ciò implica: reclutamento del personale, acquisto di computer e di programmi di trattamento di testo adattati ad ogni lingua, fotocopiatrici, stampanti, articoli vari;<br /><br />
<br /><br />
· · servizio di sostegno ai traduttori: biblioteche (con scorte di dizionari tecnici e di libri fondamentali in ogni lingua), servizi di riferimenti e di terminologia, sistemazione di dossier informatici, accesso a numerose banche dati, ecc;<br /><br />
<br /><br />
· · uffici per i servizi di dattilografia e di traduzione, con tutte le spese afferenti (mobilio, riscaldamento, telefono, elettricità, ascensori, servizio di inoltro dei documenti o per corriere o per sistema pneumatico, ecc.), locali per la classificazione dei documenti in tutte le lingue usate, incremento dei locali di servizio per il personale.<br /><br />
<br /><br />
<br /><br />
<br /><br />
<i>d) Disparità e discriminazione</i><br /><br />
<br /><br />
Certi sistemi linguistici sono discriminatori, altri no. Se l’unica lingua usata è l’inglese, come nel sistema “multinazionali”, le persone madrelingua beneficiano di un vantaggio linguistico in confronto ai loro colleghi, sfavoriti semplicemente per nascita.<br /><br />
<br /><br />
Il sistema più discriminatorio è quello dell’ONU e delle istituzioni o associazioni che applicano un regime linguistico analogo. All’ONU, un delegato belga di lingua francese può usare la sua lingua; il suo collega fiammingo non ha questo diritto. Un siriano, un argentino, un cinese possono esprimersi con tutta l’eloquenza e la forza di persuasione che la lingua madre permette, ma questo diritto è rifiutato all’afgano, al brasiliano, al giapponese. Per i paesi la cui lingua non ha alcun diritto, l’ammissione di una nuova lingua accresce la disparità, in quanto fa aumentare il numero dei loro potenziali avversari, meglio armati per fare prevalere i loro punti di vista. Ora, questa perdita relativa d’influenza è finanziata dagli Stati vittime dell’ingiustizia. L’aggiunta di una nuova lingua di lavoro è accompagnata, infatti, da un aumento generale dei costi, a cui essi partecipano nella stessa proporzione di prima. L’idea di commisurare i contributi al finanziamento dell’istituzione in funzione dei vantaggi o svantaggi dovuti al regime linguistico, non pare sia stata mai formulata.<br /><br />
<br /><br />
Nell’Unione Europea, invece, in linea di principio il sistema attuale garantisce la condizione di parità. Si possono però sollevare alcune riserve.<br /><br />
<br /><br />
· · Da una parte, a livello di segretariato, non si usano affatto lingue come l’olandese, il greco, il portoghese o il finlandese. Certe lingue, dunque, sono “più uguali di altre”, sia quando si tratta di ottenere un posto di funzionario europeo, sia quando un cittadino o un parlamentare deve stabilire un rapporto con l’amministrazione.<br /><br />
<br /><br />
· · D’altra parte, siccome c’è carenza di interpreti per certe combinazioni di lingue come portoghese-greco, danese-portoghese, olandese-finlandese, ecc., per queste lingue si ricorre al sistema della staffetta o della lingua-ponte: l’interprete portoghese si collega alla cabina inglese e rende nella sua lingua non il discorso originale, che non capisce, ma la sua interpretazione in inglese. Ora, da uno studio effettuato dall’ONU sui propri servizi linguistici, emerge che “alle riunioni scientifiche, la perdita di informazioni dovuta alla “staffetta” è di almeno il 50%”. Le rappresentanze dei diversi paesi non sono quindi in uguali condizioni, poiché un portoghese, un finlandese, un danese, un greco, domani forse un ungherese o uno sloveno, hanno meno possibilità di essere compresi correttamente e completamente, rispetto a coloro che discutono utilizzando una lingua più diffusa. Ogni interpretazione comporta la perdita e la deformazione di una parte dell’informazione, se c’è una doppia interpretazione, queste pecche sono raddoppiate.<br /><br />
<br /><br />
· · Terza riserva: il servizio dei marchi registrati, con sede a Madrid, non usa tutte le lingue degli Stati membri dell’Unione.<br /><br />
<br /><br />
Il problema della disparità, che attualmente è di minore importanza all’Unione Europea, vi assumerà l’ampiezza che si osserva all’ONU, se un giorno si deciderà di limitare il numero di lingue.<br /><br />
<br /><br />
La formula “esperanto” evita ogni discriminazione: ciascuno usa una lingua che ha dovuto imparare in un periodo di tempo limitato e approssimativamente uguale, indipendentemente dalla lingua madre. Siccome nessuno utilizza la lingua del proprio paese o della propria regione linguistica, nessuno beneficia di una superiorità d’espressione per il semplice fatto di appartenere a un dato popolo. Questo vantaggio era già stato sottolineato alla Società delle Nazioni in un rapporto del Segretariato Generale alla Terza Assemblea (1922): Al segretariato della Società delle Nazioni, abbiamo avuto sotto gli occhi l’esempio della Conferenza internazionale delle autorità scolastiche, i cui dibattiti si sono svolti in esperanto. […] Quello che impressiona, è soprattutto il carattere di uguaglianza che dà ad una simile riunione l’impiego di una lingua comune che mette tutti allo stesso livello, permettendo al delegato di Pechino o dell’Aia di esprimersi con tanta convinzione quanto i loro colleghi di Parigi o di Londra.<br /><br />
<br /><br />
L’osservazione delle riunioni e dei congressi internazionali mostra che esiste una correlazione tra il diritto di usare la propria lingua madre e la frequenza degli interventi. Chi non ha il diritto di usare la propria lingua interviene più raramente in un dibattito. Ci sono solo due modi per mettere persone di paesi diversi allo stesso livello:<br /><br />
<br /><br />
a) che tutti possano usare la propria lingua;<br /><br />
<br /><br />
b) che nessuno possa usare la propria lingua.<br /><br />
<br /><br />
Dunque, in teoria, accanto alle formule “Unione Europea” e “esperanto”, esiste una terza possibilità che evita la discriminazione: l’adozione di alcune lingue soltanto, ma unita al divieto, per ogni oratore, di esprimersi nella propria lingua madre. Con questo sistema, se l’Unione limitasse le lingue di lavoro a inglese, francese e tedesco, le persone di lingua inglese, francese e tedesca sarebbero tenute ad esprimersi in una lingua diversa dalla propria, per non godere di un privilegio nei confronti dei loro colleghi “meno uguali”. Questa formula, che ristabilirebbe l’uguaglianza, ha poche possibilità di essere presa in considerazione, poiché le posizioni di forza sono quelle che sono.<br /><br />
<br /><br />
<br /><br />
<br /><br />
<i>e) Costo linguistico di una riunione</i><br /><br />
<br /><br />
Il principale costo imputabile alla comunicazione linguistica durante una seduta è quello dell’interpretazione. Si tratta essenzialmente della remunerazione degli interpreti e del tecnico. Va da sé che più sono le lingue usate, più i costi sono considerevoli. Il sistema “Unione Europea” è di gran lunga quello che comporta il più alto costo linguistico per una seduta. A dire il vero, lo scarto tra l’Unione Europea e le altre entità internazionali, a questo proposito, è enorme. I sistemi “multinazionali” e “esperanto” non implicano invece nessuna spesa.<br /><br />
<br /><br />
<br /><br />
<br /><br />
<i>f) Costo della produzione dei documenti</i><br /><br />
<br /><br />
Più le lingue di lavoro sono numerose, più la produzione dei documenti diventa onerosa. Questi costi comprendono essenzialmente i trattamenti di traduttori, revisori, terminologi, bibliotecari, referenti (dove ce ne sono, come all’ONU) e dattilografi, da una parte, i materiali di consumo e le altre spese ricorrenti (carta, ammortamento dei computer, elettricità, telefono e fax, manutenzione dei locali, inoltro dei documenti, ecc.) dall’altra.<br /><br />
<br /><br />
Un dato generalmente sottovalutato al di fuori degli addetti ai lavori è che il traduttore deve fare un lavoro di detective. Molto spesso, una parola condensa vari elementi di informazione, ma in maniera differente da una lingua all’altra. Il sintagma inglese his secretary non fornisce alcuna informazione sul sesso della persona di cui si parla, ma rivela che lavora per un uomo. In italiano accade il contrario: il suo segretario o la sua segretaria ci indicano qual è il sesso del dipendente, ma non ci dicono nulla su quello del principale. Ora, è impossibile tradurre correttamente tali espressioni senza avere questa precisazione. I nomi propri possono aiutare, ma non sempre, soprattutto quando si tratta di una cultura lontana. Tan Buting, secretary, è un uomo o una donna? Non si possono tradurre queste parole senza fare una ricerca. In numerosi paesi, sbagliarsi nell’attribuzione del sesso è sentito come un’offesa grave. E poi il nome proprio non è sempre disponibile. Allo stesso modo, è impossibile tradurre nella maggior parte delle lingue l’espressione to develop an industry senza documentarsi sulla situazione economica della regione considerata, dato che l’espressione inglese può avere due sensi: “creare un’industria” o “sviluppare un’industria esistente”. Il traduttore deve fare delle ricerche per sapere di cosa si tratta, e questo spiega l’importanza di computer, telefono, fax, e di una buona biblioteca per il suo lavoro.<br /><br />
<br /><br />
Detto per inciso, la necessità del traduttore di trovare la risposta a questioni non linguistiche è una delle ragioni per cui la traduzione informatica è decisamente illusoria. Il novanta per cento del tempo di un traduttore è assorbito da ricerche che non hanno niente a che fare con le lingue. Quello che può tradurre un computer, può tradurlo anche un essere umano in pochissimo tempo, all’incirca il dieci per cento della sua giornata lavorativa. Ma le ricerche che esige una traduzione corretta richiedono uno spirito d’iniziativa e un’inventiva che superano le possibilità della migliore rete di intelligenza artificiale.<br /><br />
<br /><br />
I documenti da tradurre sono molto varî. C’è la corrispondenza. Nei sistemi plurilingui, un buon numero delle lettere che arrivano sono scritte in una lingua che il destinatario o il funzionario incaricato di rispondere non capiscono. Gli altri documenti da tradurre sono:<br /><br />
<br /><br />
a) a) i documenti di base come, per l’Unione Europea, il Trattato di Maastricht; questa categoria include tutti i testi giuridici e normativi che regolano la vita delle istituzioni;<br /><br />
<br /><br />
b) b) i verbali e i resoconti delle sedute, come pure i progetti di risoluzione proposti e le risoluzioni adottate dagli organi deliberanti;<br /><br />
<br /><br />
c) c) i rapporti periodici (per esempio, nel sistema delle Nazioni Unite e nelle istituzioni europee, i rapporti sulla situazione economica, sociale, culturale, educativa e sanitaria);<br /><br />
<br /><br />
d) d) gli studi e i rapporti di ricerche affidate al segretariato da un organo di alto livello;<br /><br />
<br /><br />
e) e) i rapporti sullo stato d’avanzamento dei progetti intrapresi;<br /><br />
<br /><br />
f) f) i contratti;<br /><br />
<br /><br />
g) g) i documenti di lavoro elaborati per comitati o gruppi di lavoro ristretti.<br /><br />
<br /><br />
Il costo dei documenti è funzione del rendimento dei traduttori. Purtroppo è praticamente impossibile farsi un’idea esatta del rendimento medio, poiché le statistiche sono generalmente impostate in modo da coprire la scarsa produttività dei servizi. Per esempio, un documento di 50 pagine rimandato ad una sezione di traduzione per l’inserimento di dieci correzioni da una parola sarà contabilizzato per il numero totale delle sue pagine: il lavoro sarà effettuato in alcuni minuti, ma il servizio incrementerà la sua statistica di 50 pagine. Questi piccoli aggiustamenti sono forse inevitabili, perché a nessun livello un’istituzione ha interesse a che il mondo esterno sappia quanto costa realmente il plurilinguismo. La segretaria che gonfia le cifre può contare sull’impunità.<br /><br />
<br /><br />
Se prendiamo come unità di misura una cartella A4 a doppia interlinea (32 righe di testo), un traduttore coscienzioso non ne può tradurre correttamente più di cinque o sei al giorno. Una statistica dell’ONU riporta una media di 4,3 cartelle/giorno: la sezione più efficiente risulta quella responsabile delle traduzioni in inglese (6,6 cartelle/giorno), la più lenta quella responsabile delle traduzioni in cinese (2,4 cartelle/giorno, misurate sui testi originali in alfabeto latino).<br /><br />
<br /><br />
Il rendimento di 7000 parole (corrispondenti a 20 cartelle) al giorno per traduttore, cifra fornita alla stampa dal consiglio dei Ministri dell’Unione Europea, è inverosimile per chiunque abbia una conoscenza diretta dei servizi di traduzione. Questo valore sarebbe (forse) raggiungibile solo penalizzando decisamente la qualità; il testo così “tradotto” sarebbe assolutamente inutilizzabile, e la spesa sostenuta andrebbe completamente in perdita. È vero che questo può succedere: la prima versione del trattato di Maastricht, documento di una lunghezza tutt’altro che trascurabile (253 pagine) e di primaria importanza, poiché definiva l’organizzazione dell’Unione Europea, e che tutti i cittadini dei Paesi membri erano chiamati ad approvare o a rifiutare tramite un voto, ha dovuto essere ritirata precipitosamente dalle librerie e dalle biblioteche perché il contenuto era diverso da una lingua all’altra. Si dovette riprendere il lavoro da zero e fare ristampare il testo. Il costo di questo doppio lavoro non è mai stato reso pubblico.<br /><br />
<br /><br />
La traduzione costa cara. Nella rete di istituzioni delle Nazioni Unite, la traduzione in sette lingue di lavoro già nel 1978 ammontava a 1698 dollari statunitensi ogni mille parole, ossia più di un dollaro e mezzo a parola (senza contare le spese generali: uffici, elettricità, carta, ecc.). Questa cifra, sicuramente inferiore al costo attuale, sembra molto più realistica di quella di 36 centesimi di dollaro fornita alla stampa dall’Unione Europea. Secondo la fonte da cui è stata estratta quest’ultima cifra, l’Unione Europea tradurrebbe 3.150.000 parole al giorno: la traduzione costerebbe, dunque, oltre 1.250.000 € al giorno.<br /><br />
<br /><br />
<br /><br />
<br /><br />
<i>g) Tempo necessario per ottenere un documento</i><br /><br />
<br /><br />
In un’istituzione plurilingue i documenti devono essere tradotti e ciò porta via del tempo. Anche questo fattore va tenuto in conto nell’analisi delle diverse formule.<br /><br />
<br /><br />
All’ONU e nelle istituzioni ad esso collegate, la produzione in sei lingue di un originale di 25 pagine A4 a interlinea semplice (14.000 parole) richiede 63,9 giorni per la traduzione e 22,9 per il controllo. Se vi si aggiunge il tempo necessario alla dattilografia per definire il documento definitivo, si raggiunge un periodo di 98,8 giornate di lavoro. Certo, questo non significa che il documento sarà disponibile solo dopo un centinaio di giorni; i traduttori delle diverse lingue lavorano in parallelo e i testi urgenti sono suddivisi tra più traduttori, come si farebbe, d’altronde, per un testo decisamente più lungo di quello che qui è preso ad esempio. Anche la battitura è effettuata in parallelo nelle diverse versioni. Tuttavia è utile rendersi conto dell’importanza dello sforzo umano investito per un risultato di qualità mediocre: un centinaio di giorni di lavoro per comunicare, spesso in modo imperfetto, il contenuto di solo 25 pagine, non sono pochi. Non è stupefacente il fatto che i servizi di traduzione siano restii a fornire statistiche esatte.<br /><br />
<br /><br />
Secondo la statistica ONU già citata, un testo non urgente viene di regola reso disponibile in tutte le lingue impiegate entro 24 giorni. Se è urgente, sarà suddiviso in più parti e sarà pronto in circa sei giorni.<br /><br />
<br /><br />
Siccome questi tempi risultano dalla natura stessa del lavoro di traduzione, si può supporre che le cifre siano analoghe all’Unione Europea.<br /><br />
<br /><br />
Nei sistemi “multinazionali” e “esperanto”, il documento è disponibile fin dal termine della sua redazione, perché non è necessario produrne altre versioni.<br /><br />
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<i>h) Perdita e distorsione dell’informazione</i><br /><br />
<br /><br />
La comunicazione avviene solo se l’ascoltatore di un discorso o il lettore di un documento riceve una versione esatta di quello che hanno detto l’oratore o l’autore. Il passaggio da una lingua all’altra introduce generalmente un divario tra quello che l’originale esprime e quello che è effettivamente trasmesso. Nei sistemi monolingui (“multinazionali” e “esperanto”), le perdite e le distorsioni sono inesistenti, poiché lettori e ascoltatori hanno a che fare solo con gli originali. Se ci sono dubbi o malintesi, questo non ha a che fare col regime linguistico, ma con un livello di conoscenza linguistica insufficiente da parte dell’interessato.<br /><br />
<br /><br />
Per contro, al passaggio da una lingua all’altra (traduzione o interpretazione), come nei sistemi “ONU” e “Unione Europea”, i rischi di errore si moltiplicano. Abbiamo visto sopra che nel metodo d’interpretazione “a staffetta”, cioè attraverso una lingua-ponte, la perdita d’informazione poteva arrivare fino al 50%. Anche se l’interpretazione è fatta direttamente da una lingua all’altra, una perdita del 10% e una deformazione del 2-3% sono considerate normali. Le condizioni dell’interpretazione simultanea sono tali che è umanamente impossibile rendere perfettamente il discorso pronunciato. L’interprete deve non solo avere una buona elocuzione, una perfetta padronanza delle diverse lingue con cui lavora, una mente rapida e un buon udito, ma deve inoltre avere abbastanza pratica dell’argomento di cui si tratta per potere realmente seguire il dibattito. Una simile combinazione di competenze linguistiche e tecniche approfondite è rara per forza di cose. Di qui il gran numero di interpreti mediocri. A questo proposito, lasciamo la parola ad un rapporto a cura dell’ONU, da cui scegliamo due brani significativi:<br /><br />
<br /><br />
<i>“L’aumento del numero di conferenze plurilingue e la loro crescente complessità, come si è potuto osservare in questi ultimi anni (…), ha avuto l’effetto di fare aumentare la domanda di personale linguistico e ne ha dunque aggravato l’insufficienza in rapporto alle necessità. Con più o meno forza secondo l’istituzione, le organizzazioni che hanno risposto alla presente inchiesta sono unanimi nel dichiarare che è sempre più difficile assumere interpreti e traduttori competenti. Una grande istituzione rileva che “è sempre stato difficile trovare abbastanza personale linguistico qualificato; ma in questi anni, con la crescita del numero di riunioni in tutte le organizzazioni e con la mancanza di coordinamento tra loro, il problema è stato spesso quello di trovare abbastanza interpreti o traduttori di conferenza, indipendentemente dalla loro competenza.”</i><br /><br />
<br /><br />
<i>“Varie organizzazioni sottolineano le difficoltà linguistiche riguardanti il carattere specializzato di un buon numero dei temi trattati nelle riunioni […]. In un convegno tecnico, gli interventi diventano sempre più specializzati e complessi, a causa del progresso costante della scienza e delle sue applicazioni. Persino in un contesto non tecnico, si pongono continuamente dei problemi di terminologia e solo un personale altamente qualificato è adatto a risolverli. Questi fattori accrescono la difficoltà che si trova per assumere un personale linguistico competente.”</i><br /><br />
<br /><br />
Per quanto riguarda la traduzione scritta, anch’essa lascia passare un certo numero di errori, non sarebbe altro che perché i traduttori lavorano spesso sotto pressione. Ciò che si è appena detto sul Trattato di Maastricht mostra che i testi più importanti non sono al riparo dalle deformazioni. La Carta delle Nazioni Unite offre un altro esempio. Se, in inglese, l’articolo 33 si applica a “any dispute, the continuation of which is likely to endanger the maintenance of international peace and security”, in francese si tratta di “tout différend dont la prolongation est susceptible de menacer le maintien de la paix et de la sécurité internationales”: come si vede, il francese ipotizza una semplice possibilità (la parola susceptible è equivalente all’italiano “suscettibile”), mentre l’inglese parla di probabilità, il che è ben diverso. (likely significa “presumibile”). La sfumatura è rilevante se si considera che è questa espressione che determina se il Consiglio di Sicurezza deve o no essere coinvolto in una controversia. Gli altri testi autentici non chiarificano il compito del Consiglio: se quello spagnolo usa ancora il termine susceptible, russo usa l’espressione moglo by, che significa “potrebbe”; quanto al testo cinese, viene usata la parola zuyi, che vuol dire “sufficiente per”. Le diverse versioni di questo testo, tutte autentiche, si posizionano su una gamma che va dal sufficiente al probabile passando per il possibile.<br /><br />
<br /><br />
Se persino dei testi giuridici di una tale portata presentano errori o ambiguità, che dire dei testi meno importanti! Sono ammissibili queste imperfezioni, visto il costo impressionante della traduzione? Un documento dell’Unione Europea nella sua versione francese parla di “avions sans pilote qui prennent pour cible les centrales nucléaires” (“aerei senza pilota che prendono a bersaglio le centrali nucleari”, mentre in realtà, secondo l’originale si tratta di aerei che sorvolano le centrali nucleari in pilotaggio automatico.<br /><br />
<br /><br />
Simile errori, potenzialmente pericolosi, potrebbero aumentare di numero col sistema della staffetta. In effetti, questo sistema, menzionato sopra limitatamente all’interpretazione dei discorsi, è applicato anche alla traduzione dei testi. All’Unione Europea una traduzione dal greco al finlandese o dal danese al portoghese è, in realtà, la traduzione della versione inglese o francese. Questo modo di procedere diventerà sempre più corrente allorché saranno utilizzate lingue come l’ungherese, l’estone e il ceco, e ciò comporterà un aumento del numero di errori di traduzione. Il rapporto efficacia/costo, dunque, si evolve sfavorevolmente a mano a mano che aumenta il numero delle lingue: più lingue ci sono, più i costi aumentano e l’efficacia diminuisce.<br /><br />
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<br /><br />
<i>i) Handicap linguistico nei dibattiti</i><br /><br />
<br /><br />
L’espressione “handicap linguistico” designa qui l’insieme degli elementi che ostacolano la fluidità espressiva, orale o scritta, nella lingua che viene usata. Altrimenti detto, più intenso è l’handicap linguistico, più aumenta il disagio. Chi si esprime nella propria lingua madre non conosce handicap linguistici. Per contro, quando l’interessato non ha pieno possesso della lingua impiegata, cerca le sue parole, sostituisce alla parola corrispondente al concetto un termine meno adeguato, ma della cui correttezza è sicuro, si esprime in termini più duri di quanto non farebbe nella sua lingua, rinuncia ad un certo numero di sfumature a volte molto importanti e il suo discorso ha molto meno forza di quanta ne avrebbe se si esprimesse nella propria lingua. Spesso, poi, possiede un accento che può causare delle confusioni negli ascoltatori o renderlo ridicolo (dire “My Government sinks”, “il mio Governo affonda”, mentre si crede di dire “My Government thinks”, “il mio Governo pensa che…”, è il risultato di un handicap linguistico che è per definizione risparmiato a chi usa la sua lingua madre).<br /><br />
<br /><br />
Il Parlamento Europeo, in rapporto sul diritto all’uso della propria lingua, ha riconosciuto l’enorme difficoltà che si trova nell’usare la lingua di un altro popolo: <i>“Chiunque si sia dato la pena di imparare una lingua straniera sa che il vero plurilinguismo è una cosa rara. In regola generale, la lingua madre è la sola di cui si padroneggiano tutte le sfumature. Nessuno dubita che si sia politicamente più forti quando si parla la propria lingua. Esprimersi nella propria lingua conferisce un vantaggio su chi deve, per amore o per forza, usare un’altra lingua”.</i><br /><br />
<br /><br />
In queste condizioni, si capisce facilmente che, allorché il ministro francese delegato agli affari europei, Alain Lamassoure, ha annunciato il 14 dicembre 1994 che la Francia avrebbe approfittato della sua presidenza dell’Unione per proporre “la messa a punto di un regime di cinque lingue di lavoro”, la reazione è stata immediata. Il governo greco ha protestato vigorosamente e la stampa di Atene è arrivata ad evocare “un’Europa a due velocità anche per le lingue”. Se si prendono sul serio gli imperativi di giustizia e di democrazia, l’handicap linguistico è sicuramente il fattore più importante da tenere presente in ogni studio che confronti nella pratica le diverse opzioni possibili.<br /><br />
<br /><br />
Questo handicap è particolarmente grave nel sistema “ONU”, dove la maggioranza dei delegati devono esprimersi in una lingua straniera. Attualmente l’handicap linguistico non esiste nell’Unione Europea, ma se si ridurranno le lingue di lavoro, come propongono molti, colpirà un certo numero dei partecipanti ai dibattiti.<br /><br />
<br /><br />
L’handicap linguistico rientra nell’ambito della neuropsicologia. È provocato da tutto ciò che ostacola il percorso normale dell’influsso nervoso che cerca di esprimere un’idea. Ogni lingua rappresenta una rete di programmi complessi, nel senso informatico del termine, spesso intralciati da dei sottoprogrammi inibitori. Se si chiede a delle persone che hanno fatto vari anni di inglese come si dice “pecore”, nove su dieci rispondono sheeps, al posto della forma corretta sheep. L’errore deriva dal fatto che la parola sheep, “pecora”, deve normalmente chiamare il sottoprogramma «non applicare il programma generale: “plurale à + s”». Ma la grande maggioranza delle persone che imparano l’inglese (o qualsiasi altra lingua) non arrivano ad inserire nelle loro strutture cerebrali il numero sbalorditivo di sottoprogrammi che bisognerebbe avviare per esprimersi correttamente in una lingua diversa dalla propria.<br /><br />
<br /><br />
Questa complessità è la ragione per cui è necessario un minimo di 10.000 ore di studio e di pratica per possedere una lingua nazionale. Invito il lettore che dubiti dell’esattezza di questa cifra a osservare il linguaggio di un bambino di sei o sette anni che si esprime nella propria lingua. Benché abbia alle sue spalle più di 10.000 ore di immersione totale nella sua lingua madre, commette ancora una buona dose di errori. I suoi enunciati comprendono un’abbondanza di forme come: vous disez (“voi dicete”), s’il voudrait (“se vorrebbe”), plus bon (più buono), une chevale (anziché jument, giumenta), la jouetterie (negozio di giocattoli). In un piccolo Americano della stessa età si rilevano forme come I comed (invece di I came), foots (invece di feet), it’s mines (anziché it’s mine), when he’ll go (anziché when he goes). Diecimila ore non bastano per imparare l’uso corretto. Ora, sarebbe sbagliato imputare questi errori alla giovane età dei soggetti, poiché nessuno di essi denota un’immaturità dell’intelligenza, al contrario il bambino è più logico della lingua ufficiale. Gli errori rappresentano unicamente il non-inserimento o l’instabilità nelle sue strutture nervose dei sottoprogrammi che devono inibire i programmi generali.<br /><br />
<br /><br />
Il 90-95% del tempo consacrato allo studio di una lingua consiste nell’inserire sottoprogrammi inibitori nelle strutture nervose. Questi devono essere attuati come riflessi: se non funzionano inconsciamente, senza sforzo, la lingua non è dominata. La tendenza spontanea del cervello umano consiste nel trasformare in programma generale ogni segno associato a un significato. Ecco perché il movimento naturale del cervello porta il parlante a dire irrésolvable (parola usata dal 90% degli stranieri che si esprimono in francese). Ma, se si vuole parlare francese correttamente, bisogna bloccare il flusso nervoso con un senso vietato e installare una deviazione che porti alla forma corretta insoluble. Allo stesso modo, il bambino che dice più buono, ha reperito il segno che si trova in più grande, più piccolo, più forte, più caldo e lo generalizza. Non ha ancora installato il senso vietato che deve bloccare più buono deviandolo verso migliore.<br /><br />
<br /><br />
Una lingua esente da sotto-programmi inibitori e contenente solo programmi generali (per esempio, un solo programma, valido sempre, per il plurale, un solo programma per il presente di tutti i verbi, un solo programma per formare un aggettivo a partire da un sostantivo, ecc.) rispetta senza riserve la tendenza a generalizzare gli elementi assimilati. Così viene acquisita rapidamente e utilizzata con disinvoltura. È il caso dell’esperanto. L’alunno di inglese non può generalizzare il programma “mestiere --> +er”; con la forma osservata in farm--> farmer non può formare fish--> fisher (si dice fisherman) né tooth--> toother (si dice dentist). Per quanto riguarda lo scritto, non può neanche formare translate--> translater, perché si scrive translator. In esperanto, al contrario, non si è mai obbligati a reprimere la creazione spontanea di un programma generale a partire da un segno reperito precedentemente. Infatti, le parole farmo--> farmisto, raporto--> raportisto, fiŝo--> fiŝisto, dento--> dentisto, traduki--> tradukisto rappresentano solamente una piccola parte di una serie infinita. Di qualunque ambito si tratti, la persona che si esprime in questa lingua sa di poter formare il nome di un mestiere tramite il monema –isto. Questa certezza dà un senso di sicurezza espressiva che distingue radicalmente l’esperanto da ogni altra lingua straniera.<br /><br />
<br /><br />
Inoltre, l’esperanto è caratterizzato dalla libertà di costruzione. Per esprimere l’idea egli mi aiuta, l’esperantista può adottare la costruzione francese li min helpas, la costruzione inglese li helpas min o quella tedesca li helpas al mi. Un secolo di pratica ha dimostrato che questa libertà elimina il disagio linguistico senza ostacolare la comprensione reciproca. Una libertà analoga si trova nei diversi modi di esprimere un’idea. Per dire “egli è andato all’albergo in autobus”, per esempio, chi parla in esperanto dispone di tutta una gamma di formule, molte delle quali non hanno equivalenti in altre lingue ma che sono immediatamente comprensibili non appena si è appreso il significato delle desinenze e delle preposizioni: li iris al la hotelo per buso, li iris hotelen buse, al la hotelo li busis, li buse alhotelis, ecc.<br /><br />
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La libertà di costruzione e il diritto di generalizzare qualsiasi costruzione, sia grammaticale che lessicale, all’infinito, conferiscono la disinvoltura espressiva: chi si esprime può tranquillamente affidarsi al naturale funzionamento del cervello senza che una parte considerevole di energia nervosa si perda nell’incertezza, nella ricerca della parola appropriata o nella regola grammaticale che si sottrae. Il Prof. Pierre Janton dice in proposito: <i>“Anche se non è la lingua madre, l’esperanto non è neppure una lingua straniera. L’esperantista maturo non lo sente mai come un idioma straniero”.</i><br /><br />
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Queste precisazioni spiegano un fatto percepibile non appena si assiste ad una seduta internazionale in esperanto: in questa lingua, l’handicap linguistico è praticamente inesistente. Ai fattori d’ordine linguistico e neurologico vanno aggiunti degli elementi puramente psicologici, in particolare il fatto che ogni utente dell’esperanto sa che nessuno dei suoi interlocutori usa la propria lingua madre, e che non esiste un popolo che possa arbitrariamente dettare ciò che è corretto nel modo di esprimersi e quello che non lo è. Pertanto, chi parla non si sente mai inferiore per il fatto di non appartenere al popolo che ha definito le norme. Il vissuto soggettivo è, dunque, molto diverso da quello dei sistemi “ONU” e “multinazionali”, dove chi usa una lingua diversa dalla propria si sente sempre un po’ inferiore (a meno che la sua pressunzione non gli impedisca di prendere coscienza del suo livello reale, probabilmente non molto elevato, il che non è così raro negli ambienti internazionali).<br /><br />
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In una seduta in esperanto, tutti quelli che prendono la parola si esprimono liberamente, e non si nota alcuna correlazione tra la lingua materna e la frequenza di intervento. Per questo, benché ognuno usi una lingua imparata dopo la prima infanzia, l’osservatore ha la sensazione di trovarsi in un luogo dove ciascuno parla la propria lingua madre. È questo forse il tratto che contraddistingue di più il sistema “esperanto” dagli altri tre sistemi correntemente applicati alla comunicazione tra persone di lingue diverse.<br /><br />
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<i>j) Handicap linguistico in lettura</i><br /><br />
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La lettura di documenti rappresenta una parte non trascurabile dell’attività internazionale. Ma c’è una gran differenza tra capire ascoltando e capire leggendo. I voti più sotto attribuiti a questo criterio nel paragone quantitativo delle diverse opzioni rappresentano una media: era la sola soluzione che tenesse conto delle grandi differenze tra le persone per quanto concerne la profondità della conoscenza della lingua in cui ricevono i documenti.<br /><br />
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Nel sistema “ONU”, un buon numero di delegati accedono a documenti scritti in una lingua che leggono senza grande difficoltà, anche se la parlano male. Se il voto attribuito al sistema “solo inglese” (“multinazionali”) è più alto, è perché vari sondaggi hanno dimostrato che l’ambiguità dell’inglese era spesso all’origine dei malintesi. Per esempio Soviet expert o English teacher sono spesso interpretati da non-anglofoni come se volessero dire esperto sovietico e professore inglese, mentre queste espressioni possono anche significare sovietologo e insegnante di inglese. Allo stesso modo, Japanese encephalitis vaccine sarà spesso inteso come vaccino giapponese contro l’encefalite e non come vaccino contro l’encefalite giapponese, che è il significato vero. In esperanto, l’altro sistema monolingue attualmente in uso, l’espressione non richiede più sillabe ma evita l’ambiguità: in japana encefalit-vakcino e japan-encefalita vakcino il rapporto tra i concetti è subito chiaro per chi ha imparato il senso delle desinenze.<br /><br />
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La rapidità con cui l’inglese si evolve e la tendenza degli autori ad utilizzare delle espressioni gergali anche in testi politici o tecnici creano ai non anglofoni dei problemi che le altre lingue non presentano in eguale misura. In occasione di un recente sondaggio, l’80% degli interrogati, pur utilizzando regolarmente l’inglese nella loro vita, non ha capito la frase Business class is a tough act to follow in un articolo della International Herald Tribune sulla disaffezione dei viaggiatori per la prima classe (class business) in aereo.<br /><br />
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<i>k) Vincoli e disagi</i><br /><br />
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Per “vincoli” si intendono qui i fattori inerenti al sistema linguistico adottato che impongono delle limitazioni. I sistemi “ONU” e “Unione Europea”, ad esempio, obbligano ad utilizzare delle sale attrezzate per l’interpretazione simultanea, mentre con i sistemi “multinazionali” e “esperanto”, una discussione può avvenire in un ristorante o all’aperto così come in un auditorium; può anche aver luogo in qualsiasi momento, anche se manca la corrente. Una sessione che applichi uno di questi ultimi due sistemi può essere tenuta dovunque senza grandi spese. Al contrario, quando un organismo dell’ONU o un’istituzione analoga accetta l’invito di uno Stato a tenere una sessione fuori sede, si ha un not4vole aumento di spesa: bisogna assicurare il trasporto del personale e del materiale necessari per produrre i documenti nelle diverse lingue e prevedere i costi di trasferta degli interpreti.<br /><br />
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Per “disagi” si intendono qui gli aspetti della situazione di comunicazione che vanno contro il benessere e la qualità della vita. Molti dei partecipanti alle riunioni internazionali trovano sgradevole dover portare gli auricolari tutto il giorno o sentire una voce diversa da quella dell’oratore. L’affaticamento nervoso è più rilevante se si partecipa ad una riunione con interpretazione simultanea che a una seduta monolingue. Questa voce ricopre anche l’affaticamento aggiuntivo dovuto alla discussione in una lingua che non si domina alla perfezione e in cui alcuni hanno un accento che potrebbe ostacolare una comprensione diretta: di qui si sviluppa una maggior tensione per seguire l’andamento di una riunione.<br /><br />
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<i>l) Probabile aumento degli inconvenienti nel corso dei prossimi venti anni</i><br /><br />
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I sistemi monolingui (“multinazionali”, “esperanto”) non si prestano, per natura, a un aumento degli inconvenienti. Ma la situazione è molto diversa nelle istituzioni che praticano il plurilinguismo. Nessuna di queste ha preso fin dall’inizio la decisione di porre un limite al numero di lingue da ufficializzare. Il loro regime linguistico differisce quindi molto da quello degli stati plurilingui. Gli inconvenienti si moltiplicano non appena si aumenta il numero delle lingue. Aggiungere una lingua non vuol dire aggiungere un’unità, ma moltiplicare il numero di combinazioni per le quali bisogna assicurare la traduzione e l’interpretazione; questo numero corrisponde alla formula N(N-1). Se si usano 9 lingue, le combinazioni sono 72; se se ne usano 15, per esempio le 11 dell’Unione Europea più l’ungherese, lo sloveno, il ceco e il polacco, le combinazioni diventano 210, sia per gli interventi orali che per la documentazione e la corrispondenza.<br /><br />
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L’aumento degli inconvenienti riguarda soprattutto l’Unione Europea, che si trova davanti ad un’alternativa drammatica: o salvaguardare la democrazia al prezzo di un aumento delle complicazioni e del budget difficilmente sopportabile, o optare per un funzionamento più normale, più accettabile, ma a scapito della democrazia.<br /><br />
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Se il sistema resterà immutato, al momento dell’adesione di nuovi membri, gli inconvenienti cresceranno al punto da essere molto difficili da gestire. Dalla loro fondazione, l’ONU e le istituzioni che vi si legano hanno seguito la stessa via: l’aumento progressivo del numero di lingue di lavoro. Con ogni lingua supplementare, le complicazioni si aggravano. Eppure il processo non si avvia alla fine: molti reclamano un’estensione dell’impiego del tedesco, già parzialmente utilizzato come lingua di lavoro, e una lobby molto attiva esercita delle pressioni per estendere l’ufficialità al portoghese, all’hindi e al giapponese.<br /><br />
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<i>m) Problemi terminologici</i><br /><br />
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Dopo un esame approfondito della questione, è stato deciso di non includere questo criterio. È infatti estremamente difficile valutare l’impatto, sui diversi regimi linguistici, di quest’aspetto dell’ambito della comunicazione internazionale.<br /><br />
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All’ONU, l’assenza di una terminologia precisa e stabile ha causato gravi problemi alla sezione cinese negli anni cinquanta. “Voi fate traduzioni, noi inventiamo una lingua” ha detto un revisore di questa sezione all’autore del presente studio nel 1960. Lo stesso genere di difficoltà si è ripetuto con l’introduzione dell’arabo negli anni ’70.<br /><br />
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All’Unione Europea, analoghe incertezze, pur se meno marcate, si sono forse avute con la terminologia del neerlandese, viste le varianti che questa lingua presenta a seconda che sia parlata in Belgio o nei Paesi Bassi, così come l’instabilità del suo lessico all’epoca della firma del Trattato di Roma, ma non è stato possibile ottenere informazioni precise su questo punto. Anche il greco moderno era una lingua poco fissata al momento dell’ammissione della Grecia in seno all’Unione e sarebbe interessante sapere come il servizio greco di traduzione abbia affrontato la situazione. Molto verosimilmente, l’ammissione di paesi ex-comunisti creerà dei problemi terminologici.<br /><br />
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Se un’istituzione internazionale adottasse l’esperanto, dovrebbe dotarsi, per questa lingua, di un servizio di terminologia abbastanza corposo. Certo, in molti ambiti politici, sociali, scientifici e tecnici, la terminologia dell’esperanto è più antica di quella dell’arabo, del cinese o di altre lingue come l’ebraico e lo swahili; inoltre, le strutture della lingua permettono di risolvere i suoi problemi terminologici più facilmente di altre lingue (l’esperanto aveva un equivalente di software prima che il Consiglio della lingua francese inventasse logiciel). La terminologia dell’esperanto presenta lacune altrettanto numerose per quanto riguarda la nomenclatura precisa di vari elementi costitutivi di macchinari, di sistemi, di processi tecnici, come pure di particolari concernenti l’industria, l’ingegneria, la medicina, la farmacia e molte altre discipline. Allo stesso modo, la terminologia dell’esperanto non è ancora stata fissata per certe suddivisioni fini di categorie di prodotti che sono oggetto di scambi commerciali, o per varie precisazioni qualitative che permettano di caratterizzarne la conformità a norme specifiche. Esiste una tradizione di circa un secolo per elaborare questa terminologia con accordi tra specialisti, e basterebbe ufficializzarla e seguirla, ma il lavoro da svolgere in tal senso sarebbe considerevole. Tuttavia non supererebbe quello che ha dovuto fare la sezione cinese dell’ONU negli anni ’50 e ’60.<br /><br />
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<font size="3"><b>Nota sulle riunioni in esperanto</b></font><br /><br />
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Le osservazioni fatte nel quadro della presente ricerca si potranno verificare facilmente per i primi tre sistemi, il cui funzionamento è facile da analizzare. Tuttavia, l’informazione sull’esperanto è generalmente incompleta e, quando esiste, poco obiettiva nella maggior parte dei casi. Questa lingua è spesso scambiata per un progetto, mentre si tratta di una lingua effettivamente utilizzata. La maggior parte dei lettori non sono a conoscenza degli ambienti in cui il suo funzionamento può essere studiato oggettivamente e scientificamente. Da cui la necessità della presente nota.<br /><br />
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In effetti, l’esperanto, benché limitato a una frazione molto marginale della popolazione, è usato quotidianamente in tutte le regioni del pianeta. Dal 1985, non è più passato un solo giorno senza che, da qualche parte nel mondo, esso costituisca la lingua di un congresso, di una sessione o di un incontro internazionale.<br /><br />
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Il presente studio si fonda, per la parte riguardante l’esperanto, sull’osservazione delle sedute tenute sotto gli auspici di una serie di organizzazioni o istituzioni: Universala Esperanto-Asocio (Associazione universale di esperanto), Literatura Foiro (Fiera Letteraria), Tutmonda Esperantista Junulara Organizo (Organizzazione mondiale della Gioventù Esperantista), Kultura Centro Esperantista (Centro culturale esperantista), Japana Esperanto-Instituto (Istituto giapponese di esperanto), Internacia Esperanto-Muzeo (Museo internazionale dell'esperanto) e Internacia Kultura Servo (Servizio culturale internazionale). Lo studio è stato svolto in due periodi, un primo nel 1986-87, a Pechino, Tokyo, Locarno, Vienna, San Francisco e Zagabria, e un secondo nel 1993-94 a Barcellona, Novosibirsk, La Chaux-de-Fonds e Vienna. Riunioni informali tenute ad Ottawa, Oslo, Budapest e Helsinki hanno confermato le osservazioni fatte nei congressi e convegni ufficiali. Sono state prese in considerazione solo le sedute cui partecipavano persone di almeno cinque lingue madri diverse. Per quanto riguarda l’uso scritto, lo studio si basa sulla corrispondenza, la documentazione e le pubblicazioni di alcune tra le entità sopraccitate, in particolare il Centro culturale esperantista e l’Associazione universale di esperanto.<br /><br />
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I temi costituenti oggetto di discussione in esperanto nell’ambito delle suddette organizzazioni erano estremamente vari, andando dal molto generale al molto specifico, esattamente come nelle organizzazioni che applicano altri regimi linguistici.<br /><br />
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<font size="3"><b>Bilancio delle quattro formule</b></font><br /><br />
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Nelle condizioni attuali, è impossibile assegnare valori quantitativi esatti per ognuno dei criteri presentati sopra. Molti sfuggono ad ogni determinazione quantificabile in maniera oggettiva. Le cifre che si stanno per leggere sono quindi valutazioni che risultano dall’osservazione del funzionamento linguistico delle diverse istituzioni, così come, per certi dati, come la durata dell’apprendimento della lingua usata, da sondaggi realizzati su campioni statisticamente rappresentativi di partecipanti.<br /><br />
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Quindi, per ognuno dei criteri presentati sopra (tranne l’ultimo, e se ne è spiegata la ragione) è stato attribuito un voto su una scala da 0 a 10 a ognuno dei 4 sistemi. Il voto riflette la rilevanza dell’inconveniente presentato dal sistema; volendo tradurre il giudizio in parole potremmo leggere la scala del peso degli inconvenienti come segue: 0 l’inconveniente non si presenta affatto, da 1 a 3 è tutto sommato accettabile, da 4 a 6 si fa sentire, da 7 a 9 è decisamente grave, 10 è inaccettabile.<br /><br />
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L’analisi dei quattro sistemi porta alla tabella seguente:<br /><br />
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(nota di yoshii: se questa tabella "appiattita" è troppo scomoda da leggere andate nella pagina di disvastigo.it che ho riportato in cima)<br /><br />
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<i>ONU<br /><br />
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Multinazionali<br /><br />
<br /><br />
Unione europea<br /><br />
<br /><br />
Organizzazioni esperantiste<br /><br />
<br /><br />
a) durata dell’apprendimento preventivo<br /><br />
<br /><br />
8<br /><br />
<br /><br />
8<br /><br />
<br /><br />
0<br /><br />
<br /><br />
3<br /><br />
<br /><br />
b) investimenti pubblici preventivi<br /><br />
<br /><br />
9<br /><br />
<br /><br />
9<br /><br />
<br /><br />
5<br /><br />
<br /><br />
0<br /><br />
<br /><br />
c) investimenti da parte dell’istituzione<br /><br />
<br /><br />
8<br /><br />
<br /><br />
0<br /><br />
<br /><br />
10<br /><br />
<br /><br />
0<br /><br />
<br /><br />
d) disparità e discriminazione<br /><br />
<br /><br />
6<br /><br />
<br /><br />
5<br /><br />
<br /><br />
0<br /><br />
<br /><br />
0<br /><br />

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