Comunicazione di Giorgio Pagano alla Tavola Rotonda: Verso una rete delle minoranze linguistiche/ Promozione linguistica e nuovi modelli di sviluppo

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Le minoranze linguistiche in Italia e la lingua italiana nell’epoca della colonizzazione linguistica inglese.

Quello che mi chiedo e chiedo anche a voi tutti è come sia possibile oggi promuovere e tutelare le lingue minoritarie se non si riesce ad arrestare la debacle di quelle maggioritarie? E’ questa la domanda che sfugge al dibattito sulle minoranze linguistiche in Italia. In un Paese in cui si fa il test d’italiano agli immigrati e il test d’inglese agli italiani, le lingue più deboli hanno la peggio. Delle circa 30 lingue riconosciute dall’UNESCO sul territorio italiano, la legge 482 sulla tutela delle minoranze linguistiche storiche ne tutela solamente 12. Tra queste non sono incluse le minoranze rom e sinti, che si trovano nella difficile situazione di dover integrarsi socialmente senza alcuno status di minoranza riconosciuto.
Eppure l’Italia potrebbe essere un’isola felice, dal punto di vista linguistico. L’unificazione linguistica è iniziata secoli prima di quella territoriale. Chi vive in Italia, di solito, non ha problemi a riconoscere la sovranità di una lingua ufficiale che scrittori di ogni parte dello Stivale hanno adottato per esprimere la propria poetica quando l’Italia era ancora “solo un’espressione geografica”. Assistiamo invece a uno stato di disuguaglianza linguistica permanente: e quel che è più strano, a subire la mancanza di democrazia linguistica è innanzitutto l’italiano.
I fondi alle società di tutela della lingua italiana sono stati tagliati di oltre il 50%. Questo ha avuto ripercussioni sia sul livello di alfabetizzazione nella lingua nazionale in Italia (un quindicenne italiano su cinque è semianalfabeta) sia sulla difesa dell’italiano all’estero, in Paesi in cui gli italiani sono a loro volta minoranza linguistica, spesso da oltre un secolo. La situazione dell’italiano è grave e ci si chiede come mai i fondi per la lingua italiana si vadano riducendo di pari passo con quelli per la tutela delle minoranze linguistiche.
Ciò non stupirebbe però così tanto, in un periodo di estrema crisi, se non aumentassero invece regolarmente i fondi destinati al British Council. L’Italia spende ormai circa 60 miliardi di euro l’anno per l’istruzione del e in inglese e ne spenderà sempre di più: la Riforma Gelmini ha perfino introdotto l’obbligo di una certificazione di livello B2 in inglese per poter insegnare qualsiasi disciplina, incluse le altre lingue straniere e l’italiano stesso; le domande per il CLIL, l’insegnamento in lingua straniera di discipline non linguistiche, sono state oltre 8.000, di cui l’86% riguardavano esclusivamente l’inglese e il restante 14 francese, tedesco e spagnolo; l’Università si va sempre più anglicizzando con intericorsi di laurea tolti alla lingua italiana e proposti interamente in lingua inglese e si incentiva perfino chi sceglie di laurearvisi.
Nel mentre e rispetto ai nuovi modelli di sviluppo locale, che pur dovevamo tener presente in questa Tavola rotonda, vi do infomazione di come, addirittura, pur in presenza di un finanziamento da parte della Regione Sardegna di 750.000 Euro per fare formazione per insegnanti di e in sardo, l’Università di Sassari abbia opposto un netto rifiuto. Ciò evidenzia, credo ancora di più, come ormai non si possa più prescindere, sia per la promozione e tutela delle lingue minoritare che per quelle maggioritarie o nazionali dalla dimensione colonizzatrice e autolonizzatrice anglofona in atto, con un costo di gran lunga superiore a quello che richiederebbe una sana tutela dell’italiano e delle lingue minoritarie parlate in Italia.
Pur non essendoci nessuna minoranza linguistica anglofona, la lingua più tutelata in Italia è l’inglese!
Sempre più paesi nel mondo rinunciano alla propria sovranità linguistica, abdicando in favore di quella anglofona. Questo perché, come diceva Winston Churchill, “Il potere di controllare la lingua offre guadagni di gran lunga migliori di quelli derivanti dal togliere ai popoli le loro province e le loro terre o dal loro sfruttamento. Gli imperi del futuro sono quelli della mente”. Churchill fu buon profeta e oggi possiamo dire che non ci sia quasi paese al mondo in cui non si spacci la colonizzazione per internazionalizzazione e l’assimilazione per globalizzazione: quasi il 90% delle lingue del mondo rischiano l’estinzione entro il secolo.
Tutto questo si riflette soprattutto sui popoli tradizionali, sui quali il genocidio linguistico si propaga attraverso la lingua inglese e i modelli educativi e mediatici che l’accompagnano. Un futuro di rispetto, dialogo fra i popoli, uguaglianza e nonviolenza, come quello che molti di noi stanno faticosamente cercando di costruire, non è pensabile in un simile contesto di colonialismo indotto. La “guerra delle lingue” non si riflette sulle lingue, ma su interi popoli, che perdendo la loro lingua e i propri modelli culturali rinunciano alla propria identità e vanno verso un’estinzione di fatto.
Dobbiamo opporci a questo, che non è un destino ma una scelta, e abbiamo fatto una scelta diversa, in grado di tutelare tutti i popoli e soddisfare al meglio le esigenze di comunicazione nella cosiddetta “era globale” affinché questa non si trasformi del tutto in “era coloniale”.
Per questo come Radicali sosteniamo la Lingua Internazionale, detta “Esperanto”. Una lingua che s”impara in un ventiquattresimo del tempo rispetto ad una lingua autoctona e in 124 anni ha dimostrato di saper soddisfare perfettamente e più rapidamente qualsiasi esigenza di comunicazione interculturale e interdisciplinare. Una lingua in grado di esaltare le differenze anziché mortificarle solo a vantaggio dei popoli anglofoni o in virtù del fatto che non appartiene a nessuna cultura, ideologia o religione, ed è stata creata appositamente per garantire il rispetto e l’uguaglianza all’interno del confronto fra popoli diversi tra loro.
Inoltre, è a costo zero, in quanto la comunità esperantista è una realtà autodidatta. Se si pensa che oggi, nell’Unione Europea, gli Stati non anglofoni spendono 350 miliardi di euro l’anno (pari al 3% del Pil dell’intera Unione) per l’apprendimento dell’inglese, che la Gran Bretagna ne risparmia 18 e ha abolito la lingua straniera obbligatoria dal 2004 e che l’adozione dell’Esperanto come lingua federale garantirebbe un risparmio netto di 25 miliardi di euro per ogni paese membro, incluso il Regno Unito, risulta evidente che stiamo tutti sprecando soldi per perdere una parte di noi stessi.
E’ altrettanto chiaro che questo spreco va a vantaggio di poche potenze mondiali e a discapito di tutto il resto del mondo.
Noi opponiamo a questa ingiustizia l’alternativa esperantista, perché come Radicali lottiamo per un’alternativa laica che non metta una comunità specifica al di sopra della comunità umana ma garantisca, al contrario, la diversità come valore, lo scambio positivo fra culture eterogenee e la nonviolenza, anche e soprattutto linguistica. Anche perché, come diceva lo stesso Gandhi, “insegnare l’inglese a milioni di persone equivale a schiavizzarle”. Insegniamogli, piuttosto l’Esperanto, per liberarli.




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E.R.A.
E.R.A.

Comunicato riportato dai seguenti siti:<br />
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-Radicali italiani: <!-- m --><a class="postlink" href="http://www.radicali.it/galassia/era-comunicazione-di-giorgio-pagano-alla-tavola-rotonda-verso-una-rete-delle-minoranze-ling">http://www.radicali.it/galassia/era-com ... ranze-ling</a><!-- m -->

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