Commenti sulla sentenza della Corte costituzionale riguardo all’espulsione dell’italiano dall’insegnamento universitario (50 giorni di sciopero della fame di Giorgio Pagano).

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Maria Agostina Cabiddu – Lettera (M. Cabiddu).

Al direttore – Il 7 marzo questo giornale ha pubblicato un’intervista a Sabino Cassese sulla sentenza con la quale la Corte costituzionale, ribadendo il primato della lingua ufficiale, ha stabilito i limiti entro i quali le nostre Università possono rafforzare l’internazionalizzazione “anche attraverso ( .) l`attivazione ( . . .) di insegnamenti, di corsi di studio e di forme di selezione svolti in lingua straniera”. Dissentendo dalla Corte e, più ancora da chi, a partire dalla sentenza, ha lanciato una petizione online (“l’italiano siamo noi”) per far sì che anche il nostro paese si doti di una nuova politica linguistica attiva e democratica, Cassese si chiede, in conclusione, se la difesa della lingua non spetti innanzitutto ai parlanti. Ben detto: proprio per questo, quando il Politecnico ha vietato ai suoi docenti di parlare l’italiano, escludendolo dai livelli più alti della formazione per imporre l’inglese come “lingua ufficiale dell`Ateneo”, molti di essi hanno deciso di rivolgersi al giudice. Oggi, la Corte, con una sentenza interpretativa ben argomentata e di indubbio rilievo anche per il futuro, saggiamente salva la legge, purché di essa si dia un`interpretazione costituzionalmente orientata, che rispetti la “primazia” dell’italiano, la libertà di insegnamento, il diritto all’istruzione, il principio d’eguaglianza, di modo che singoli insegnamenti potranno essere attivati, se adeguati e ragionevoli, mentre interi corsi di studio in lingua straniera esigono paralleli corsi in italiano. Stupisce che ciò sia considerato lesivo dell’autonomia universitaria, a meno che non si ritenga che le Università siano sospese in un limbo ordinamentale, dove non vale la legge e neanche la Costituzione. A maggior ragione se si considera che l’obbligo dell’inglese, a prescindere dalla competenza linguistica di docenti e studenti, finirebbe per abbassare il livello della formazione, incidendo sul futuro professionale dei laureati. Di più. Proprio il fine dell’internazionalizzazione, secondo la Corte, fa sì che il primato della lingua italiana risulti oggi fondamentale non certo come “difesa di un retaggio del passato, inidonea a cogliere i mutamenti della modernità” ma in quanto “garanzia di salvaguardia e di valorizzazione dell’italiano come bene culturale in sé”, elemento di una “biodiversità linguistica”, che costituisce espressione della specificità del modello europeo di società, nel contesto di una politica che concilia democrazia, pluralismo e integrazione sovranazionale degli ordinamenti. L’esigenza di una lingua di scambio, per i commerci ma anche per la scienza, non può, insomma, comportare la rinuncia alla propria lingua, alla propria cultura, alla propria identità (individuale e collettiva), sicché la soluzione non può essere quella del “Politecnico monoglottico” (così, De Mauro) ma solo quella del plurilinguismo, coltivato fin dalla scuola dell’infanzia per garantire a tutti le libertà e l’eguaglianza evocate dalla Corte. Prof. Avv. Maria Agostina Cabiddu Istituto Giuridico Università Cattolica
(Da Il Foglio, 21/3/2017).

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