Comitato di «esperti» a Palazzo Chigi per sensibilizzare sul l’uso corretto della lingua italiana in un’ottica rispettosa di entrambi i generi.

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Comitato di «esperti» a Palazzo Chigi.

Renzi ruba il mestiere alla Boldrini: vuole la lingua politicamente corretta.

di MARCO GORRA.

Ogni generazione si ritrova con la neolingua di imposizione governativa che si merita. Ai nostri nonni era toccata quella autarchico-mussoliniana, in forza della quale il blues di St. Louis andava chiamato «tristezza di San Luigi» e per ordinare un cocktail si doveva chiedere al titolare della mescita (guai infatti anche solo a pronunciare la parola bar) di preparare una «bevanda arlecchina». A noialtri contemporanei rischia di andare persino peggio: con l’italianizzazione passata (fin troppo) di moda e la classifica delle tendenze del momento indiscutibilmente comandata dal politicamente corretto, il governo ha deciso di imprimere al vocabolario di noi tutti una decisa sterzata socialmente responsabile. A dare l’annuncio è il dipartimento per le Pari opportunità di Palazzo Chigi. Dove con palpabile soddisfazione si rende nota «l’approvazione da parte del Presidente del Consiglio dei Ministri del decreto che costituisce un gruppo di esperti che abbia il compito di sensibilizzare la società sull’uso corretto della lingua italiana in un’ottica rispettosa di entrambi i generi». Il compito di coordinare il pool di esperti (che almeno eserciteranno a titolo gratuito), toccherà alla consigliera del premier per le pari opportunità, onorevole Giovanna Martelli. La quale non sta più nella pelle dalla felicità: «Educare e sensibilizzare a una comunicazione e informazione rispettosa e priva di stereotipi e visioni degradanti del femminile», sostiene, «fa parte della rivoluzione culturale che è necessaria per la lotta alla violenza sulle donne». Per fortuna, la rivoluzione culturale è in buone mani: «Il gruppo», spiega la parlamentare, «sarà composto da esperte ed esperti del linguaggio di genere, del mondo del lavoro, di modelli educativi e di sociologi» e produrrà «delle linee guida per promuovere il linguaggio di genere presso la pubblica amministrazione e nel settore dei media». Permanendo il mistero su come si faccia a diventare «esperte ed esperti del linguaggio di genere» (basta un buon vocabolario? Esistono dei corsi? Bisogna sapere anche il neutro?), e preso atto di come Matteo Renzi sia riuscito nel capolavoro di superare a sinistra Laura Boldrini e similari sacerdoti della gender equality (gente per cui il tabù linguistico è tutto ma che alla commissione di esperti ancora non erano arrivati), resta da capire come funzioneranno le linee guida di cui sopra. Finché si tratta di pubblica amministrazione, il problema ancora non si pone: la PA è affare statale, e se lo Stato decide che in nome della lotta dura alla discriminazione da oggi in poi bisognerà obbligatoriamente dire ingegneressa e direttora, è un problema suo. Più scivoloso il discorso sui media, che affare statale non sono e a cui non si capisce quale titolo avrebbe il governo per imporre il birignao politicamente corretto. A meno che, insieme all’italianizzazione, non sia passata di moda anche l’idea che i mezzi di informazione abbiano il diritto di decidere liberamente come chiamare le cose. Roba da mettere tanta di quella tristezza che a San Luigi se la sognano.
(Da Libero Quotidiano, 1/3/2015).

 




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