Come sta cambiando il doppiaggio in Italia.

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Come sta cambiando il doppiaggio in Italia.

di Laura Aldorisio.

Ne conosciamo la risata, il tono, persino come canta. Basta aver guardato “Pretty woman” in lingua italiana. Le labbra, il viso e il corpo sono di Julia Roberts, ma la voce è di Cristina Boraschi. Doppiare è un lavoro artistico dietro le quinte. Indispensabile e in evoluzione.
«Sono partita dal nulla», sintetizza Cristina, una delle doppiatrici di punta del mondo del cinema italiano, che ha vinto il Nastro d’argento in coppia con Julia Roberts in “Closer” e nei mesi scorsi il premio del festival nazionale “Voci nell’ombra” come miglior voce femminile per la Roberts in “Il segreto dei suoi occhi”.
Laureata in Storia del cinema con Mario Verdone a Roma, ha frequentato la scuola di recitazione volendo migliorare la dizione. «Avevo in mente di fare il critico. “Un giorno ci hanno fatto visitare le sale di doppiaggio e mi sono fermata: era la mia strada e l’ho capito subito”». Nascevano in quel periodo numerose Tv private che generavano molto lavoro per i doppiatori. «Ho iniziato a fare l’assistente di doppiaggio. Poi ho alternato questa professione con i turni di doppiaggio. Dopo qualche anno, una mia collega mi ha detto: “se fra un anno ti vedo ancora fare l’assistente ti spezzo le ginocchia”. Da quella provocazione mi sono dedicata esclusivamente a doppiare». La prima assegnazione importante vede la Boraschi accostata a Meg Ryan, a cui si dice «affezionata perché a lei è legato il mio inizio», quando per il film “Il salto nel buio” Cristina si candida per la figura femminile minore, mentre viene scelta per la parte principale. «Da allora ho iniziato ad avere una buona fama e i provini avevano spesso esito positivo». Le viene affidato “Fiori di acciaio” con Julia Roberts e dopo sei mesi è stato distribuito “Pretty woman” alla stessa società di doppiaggio per cui già stava lavorando. Il curriculum recita ancora, tra gli altri, “Mangia prega ama”, “Il matrimonio del mio migliore amico”, “Erin Brockovich” che hanno parlato italiano grazie al lavoro di Cristina.
Ha dato la sua espressione ancora una volta a Meg Ryan in “C’è posta per te”. Si affretta a specificare che no, non è stata lei a doppiare “Harry ti presento Sally”. E poi a seguire Sandra Bullock, Jullianne Moore e molte altre figure.
È un lavoro artistico che «sta conoscendo un’involuzione», secondo Cristina. I tempi di produzione sono molto ridotti, quasi dimezzati, un risparmio che incide sulla cura. I giovani che stanno muovendo i primi passi nel cinema non possono fare paragoni con il passato. «Non abbiamo neanche più il tempo per poter insegnare ai ragazzi il nostro mestiere. Adesso dovrebbero essere subito bravi».
Si può frequentare la scuola di doppiaggio anche a Firenze, Catania, Genova, Pescara, Torino ma il mestiere ha la sua capitale a Roma.
«Ci sono processioni di ragazzi che cercano l’abbrivio per l’accelerazione occupazionale. Lo spazio per cominciare ci sarebbe». Basti pensare che le case di distribuzione sono alla ricerca di artisti che diano voce agli attori stranieri di giovane età. «Ma la maggior parte dei ragazzi italiani è impreparata. Le scuole di doppiaggio, distribuite ormai in tutta Italia, spesso insegnano la tecnica mantenendo sullo sfondo la recitazione. Mentre non si può doppiare senza saper recitare. A chi recita bene si può insegnare il doppiaggio, ma non è vero il contrario».
Ma come lavora un doppiatore? La pellicola originale arriva alla società di distribuzione, che a sua volta lo assegna alle società di doppiaggio, consegnando video e copione in lingua originale, fatta eccezione per alcune lingue, come il giapponese, che sono accompagnate dalle traduzioni in inglese. La società indica un direttore del doppiaggio e a un adattatore che riscrive le battute in modo che siano perfette per essere dette in quella lunghezza. Tradurre il testo in originale significa spesso riassumere.
«L’italiano è una lingua lunga mentre l’inglese esprime lo stesso concetto in poche parole. Si cerca di far coincidere il labiale con la parola tradotta che viene pronunciata. Ma ci sono cose che non si possono rifare, come il th inglese di thanks, ad esempio».
Una volta completato l’adattamento si preparano i piani di lavorazione in modo da dividere i lavori in turni di doppiaggio. Con un copione sul leggio, i doppiatori vedono piccoli frammenti del girato della durata di 30 secondi e si prova e riprova. Le copie a disposizione sono in bianco e nero con delle scritte in sovrappressione per timore della pirateria. «Non sono condizioni agevolanti». Doppiare film, cartoni e serie Tv è un fenomeno radicato italiano ma non certo circoscritto alla Penisola. A Parigi doppiano tutto ma, come in America, in molti cinema si offre la visione dell’originale sottotitolato. Anche in Spagna e Germania le pellicole si guardano nella lingua locale, scelta che non viene fatta nei paesi scandinavi. “Ma le nuove generazioni digitali e nate in un mondo globalizzato sempre più seguono le serie Tv originali. L’avvento di Netflix e di piattaforme simili dettano il ritmo”.
«Anche queste evoluzioni costringono noi doppiatori a lavorare nei tempi più rapidi possibili per rimanere competitivi».
Doppiatori che da tre anni aspettano il rinnovo del contratto nazionale.
Dietro il costo di un biglietto al cinema c’è un mondo di artisti, uomini e donne che regalano emozioni, riflessioni, lacrime e sorrisi e che, nell’evoluzione del settore, continuano a parlare dopo ogni “Ciak, si gira”.
(Da nuvola.corriere.it, 8/1/2017).

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