Come nasce il linguaggio

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Il filosofo spiega la genealogia del significato: «Solo in un secondo momento è diventata logica della mente»

Sini: «In origine la parola era la musica del mondo»

di Armando Torno

Quando nasce il linguaggio? E come emerge dalla natura dell’uomo? E la scrittura quando e come comincia a esprimerlo? Per rispondere a queste domande, che conservano una straordinaria attualità, ci siamo rivolti a Carlo Sini, professore di filosofia teoretica all’Università Statale di Milano, autore di una Enciclopedia filosofica in 6 volumi uscita presso Jaca Book e anche di numerosi saggi, tra i quali ricordiamo I segni dell’anima (Laterza), Etica della scrittura (Il Saggiatore), Il gioco del silenzio (Mondadori). Ci confida Sini: «Il linguaggio non nasce come tale, siamo noi che lo definiamo linguaggio. Possiamo immaginare all’origine una forza espressiva che va intesa ogni volta in situazioni determinate. Come aveva intuito Condillac osservando il linguaggio dei sordi, la prima lingua dovette necessariamente essere una lingua di azioni. Già Vico, del resto, parlava per i primordi degli atti del corpo. L’origine del linguaggio, in breve, va ricercata nei gesti». Questo significa, notiamo, che ogni linguaggio emerge dalla natura umana attraverso la gestualità e il vivere pratico nel mondo. Precisa Sini: «L’origine stessa del linguaggio va ricondotta al fondo oscuro della vita e, in ultima analisi, al mondo stesso». Certamente la scrittura diventa il luogo di coagulo del linguaggio. Sini chiarisce: «È solo a partire dalla scrittura che la pratica linguistica diviene chiara a se stessa. È la scrittura che fa del linguaggio una cosa, staccandolo dalla pratica della voce, presa in situazioni concrete. Da quel momento nasce però anche il problema della differenza tra le parole e le cose che un uomo dell’oralità non può in alcun modo avvertire». Ma, giunti a questo punto, ci viene spontaneo chiedere a Sini come mai il linguaggio presenta strutture che sembrano essere indipendenti dall’esperienza, come appunto ha insegnato Chomsky. Ci risponde: «Lo studio oggettivo del linguaggio va distinto dalla sua pratica vivente. È in quest’ultima che si radicano quelle costanti che da un lato facilitano la comunicazione e dall’altro consentono una considerazione scientifica degli idiomi umani, ma resta vero che la pratica pre-categoriale del linguaggio deve intrattenere originarie somiglianze con il mondo per poter essere espressiva, come sostennero Peirce e Merleau-Ponty». Non ci arrendiamo, anche perché ogni dialogo con Sini è un’esperienza filosofica che riserva sempre una sorpresa. E gli chiediamo se non è forse vero che il linguaggio è anzitutto il veicolo del carattere logico dei significati delle parole. Dopo un sorriso, replica: «Vede, anche la musica ha una grammatica e una sintassi a suo modo logica, ma questa armatura non basterebbe a renderla significativa. Lo stesso accade con il linguaggio che è molto di più, perché è anzitutto una musica del mondo per poter essere poi una logica della mente». Purtroppo siamo finiti nella musica. Ma qui gli scenari dovrebbero di nuovo aprirsi e con Carlo Sini parlare per alcune giornate, ammesso che bastino. Ma questa è un’altra storia. Come avrebbe detto Kipling, ve la racconteremo la prossima volta.

(Dal Corriere della Sera, 16/10/2006).

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