Come è cambiato il sogno americano

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IL DUBBIO

Come è cambiato il sogno americano

di Piero Ostellino

«Barak Obama ha vinto perché offre (anche) ai meno fortunati l’opportunità di realizzare il sogno americano». L’interpretazione «europea» delle elezioni americane è un ossimoro. Il sogno americano era l’ipotesi che ognuno potesse cavarsela da solo senza aiuto pubblico. Ma è anche una interpretazione corretta. Gli Stati Uniti non sono più quelli del 1835-40, descritti da Tocqueville nell’affresco liberale della «Democrazia in America». Dopo la Grande Depressione del ’29 e il New Deal, erano già diventati un altro Paese. Noi europei – che abbiamo la tendenza di stravolgere la realtà, guardandola con le lenti del pregiudizio ideologico – avevamo salutato in Kennedy il «neo-progressismo» Usa emergente, non accorgendoci che quello vero erano le riforme congressuali di Lyndon Johnson, il suo successore, considerato un reazionario… Se gli Usa fossero ancora un Paese conservatore – nell’accezione americana di liberale anche sotto il profilo socio-economico – avrebbe vinto Romney. Né l’alternanza elettorale fra democratici e repubblicani ne fa un Paese di centro. Gli Stati Uniti sono, ormai e a modo loro, un Paese tendenzialmente statalista. A dare la definitiva spallata al sogno individualista è stata la mutazione antropologica prodotta dalla massiccia immigrazione latinoamericana. Quelli che si aspettano di essere aiutati dallo Stato sono, ora, in maggioranza, e in minoranza è finita l’America individualista, bianca, anglosassone, protestante, dei Padri fondatori e dei primi duecento anni della sua storia. Forse, la prossima tappa sarà la scomparsa dell’inglese, come lingua ufficiale, sostituito dallo spagnolo. Gli Usa sono un Paese tutt’altro che socialmente poco protetto, anche se non come la maggior parte dei Paesi dell’Europa continentale. Ma l’idea che, in qualche modo, il sogno americano possa sopravvivere è rimasta non solo nel patrimonio politico del partito repubblicano, ma anche come way of life della maggioranza della popolazione più tradizionalista. È, genericamente, di sinistra quando va a votare perché si aspetta, e sa, di guadagnarci qualcosa da un presidente «federalista»; che, poi, vuol dire incline alla spesa pubblica, ma anche a sostenerla con una più alta fiscalità, del governo centrale di Washington. Obama, non solo per il colore della pelle e le ascendenze islamiche, è rappresentativo della way of life pauperista e assistenzialista. Nei suoi stessi riflessi demagogici e predicatori e malgrado i tratti alto-borghesi, propri del ricco establishment cui appartiene è l’espressione politica dell’avvenuta mutazione. Che piaccia o no, l’America di Tocqueville che la vecchia Europa ammirava e della quale, contemporaneamente, diffidava non c’è più. Non è detto sia un male e non possa ritornare, grazie alle capacità di adattamento alle circostanze del pragmatismo anglosassone. Si accorgeranno quanto possa essere costosa anche gli americani che ora hanno votato Obama quando incominceranno – è progressivamente inevitabile – a pagare tasse più elevate e ad assomigliare sempre più alla decadente Europa. postellino@corriere.it
(Dal Corriere della Sera, 10/11/2012).




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