Come cambia nel tempo il concetto di nazione

Posted on in Politica e lingue 13 vedi

RISPONDE SERGIO ROMANO

COME CAMBIA NEL TEMPO IL CONCETTO DI NAZIONE

Dopo la lettura della sua risposta a un lettore («L’Europa degli esodi, un secolo di pulizia etnica»), mi è sorta la curiosità, nella nuova era in cui viviamo, di sapere secondo lei quale possa essere attualmente una definizione di nazione. Penso che l’Italia a causa (secondo me) della sua relativamente recente nascita manchi di qualche parametro che fino a ora ha caratterizzato la definizione appunto di nazione. Questo (non è necessario che lo pubblichi) le scrivo da anziano che forse ancora non ha saputo stare al passo con lo sviluppo del pensiero. claudiosonzini@tiscali.it

Caro Sonzini,
Nel suo testamento il cardinale Mazarino destinò una grossa somma di denaro (era molto ricco) alla costruzione di un Collegio delle quattro nazioni che avrebbe ospitato ogni anno sessanta gentiluomini provenienti dalle province che il Trattato di Westfalia aveva assegnato alla corona francese. Le quattro nazioni erano l’Artois, la Lorena, il Rossiglione e la Cerdagna. Nella seconda metà del XVII secolo, quindi, nazione era il gruppo umano formato da uomini e donne che erano nati in uno stesso luogo, più o meno esteso, parlavano la stessa lingua o lo stesso dialetto, erano uniti da antichi vincoli di fedeltà a uno stesso potere e avevano professato, almeno sino alla Riforma, la stessa religione. Secondo la voce «nazione» scritta da Francesco Rossolillo per il Dizionario di politica diretto da Norberto Bobbio, Nicola Matteucci e Gianfranco Pasquino, la parola assume un più largo significato (Francia, Italia, Spagna, Germania) nel linguaggio politico della Rivoluzione francese e una forte connotazione culturale nelle opere letterarie del Romanticismo tedesco. Il significato politico giungerà più tardi grazie all’opera di Giuseppe Mazzini. Da quel momento la nazione diverrà una realtà iscritta nella Storia e titolare di diritti fra cui quello di avere uno Stato capace di garantire la sua indipendenza e la sua sicurezza. Sappiamo che gli Stati nazionali, una volta costituiti, si rivelarono molto meno omogenei di quanto proclamato dai loro fondatori. E sappiamo che molti governi hanno cercato di rimediare all’eterogeneità «nazionalizzando» le loro minoranze o cacciandole dal territorio nazionale. Oggi gli Stati nazionali esistono ancora, ma il loro progressivo declino ha ridato spazio e voce alle vecchie nazioni europee. Dietro la facciata del Belgio appaiono, sempre più visibili, i fiamminghi e i valloni; dietro quella della Spagna i catalani, i baschi, i galiziani; dietro quella della Gran Bretagna i gallesi e gli scozzesi; dietro quella della Francia i normanni, i bretoni, i provenzali, i corsi; dietro quella della Germania i bavaresi, i renani, i prussiani, i sassoni. E dietro l’Italia si vedono le vecchie nazioni degli Stati preunitari, ciascuna divisa a sua volta in un gran numero di municipi e campanili. Molti sostengono che l’Unione europea è una creazione artificiosa, priva di un demos europeo. A me sembra invece che possa, meglio degli Stati nazionali, ospitare le patrie regionali all’interno di un patto federale.
(Dal Corriere della Sera, 10/10/2012).




6 Commenti

Daniela Giglioli
Daniela Giglioli

La Scozia verso la secessione segue le Fiandre e la Catalogna <br />
<br />
di LUCIANO CAPONE <br />
<br />
Le crisi dei debiti sovrani e dell’Euro stanno mettendo in discussione non solo l’impalcatura europea, ma anche i confini degli Stati che abbiamo studiato sui banchi di scuola. <br />
Diversamente dalle voci istituzionali che, alla crisi dell’Europa rispondono omeopaticamente con «più- Europa», c`è chi chiede decentralizzazione, autonomia e disarticolazione degli Stati. <br />
Ieri il primo ministro britannico David Cameron e il suo omologo scozzese Alex Salmond hanno siglato un accordo che permette alla Scozia di indire, entro il 2014, un referendum per chiedere la secessione da Londra. Se vorranno l’indipendenza gli scozzesi non dovranno seguire la strada violenta dell’eroe nazionale William Wallace, il Braveheart di Mel Gibson, ma potranno votare democraticamente. <br />
«Io sosterrò pienamente il nostro Regno Unito - ha dichiarato David Cameron - ma tocca alla gente della Scozia prendere questa storica decisione». <br />
Per gli scozzesi il referendum sarà effettivamente una scelta responsabile, in quanto l’indipendenza metterebbe sulle spalle del nuovo governo un grosso deficit e un enorme debito pubblico. Visti gli alti costi della scelta, attualmente i sondaggi dicono che solo un 30-40% degli scozzesi vuole staccarsi da Londra, ma in questi anni il leader indipendentista Salmond ha dimostrato di riuscire a ribaltare i pronostici. È diventato primo ministro interrompendo il dominio laburista, lo scorso anno ha vinto le elezioni con una maggioranza assoluta e ha ottenuto il referendum sulla secessione, tutte cose inimmaginabili qualche anno fa. <br />
Un altro segnale di crisi degli stati nazionali è arrivato due giorni fa dalla vittoria ad Anversa del leader indipendentista fiammingo Bart de Wever. Il nuovo sindaco della più grande città delle Fiandre, come primo atto, ha chiesto l’apertura di negoziati per dare al Paese un sistema confederale, che vuol dire mettere in crisi il precario equilibrio istituzionale di un paese che è stato due anni senza governo per la difficoltà di comporre le divergenze culturali, linguistiche ed economiche tra valloni e fiamminghi. <br />
In Europa un altro fronte teso è quello della Catalogna. Il leader indipendentista di centro-destra della Ciu, Artur Mas, ha indetto elezioni anticipate per il prossimo 25 novembre e ha promesso un referendum di autodeterminazione. Il governo spagnolo ha dichiarato incostituzionale un eventuale referendum, ma sarà difficile per Madrid opporre il legalismo ad una affermazione elettorale <br />
degli indipendentisti, anche perché Mas si è detto pronto a portare la questione a livello internazionale. <br />
Il successo di questi movimenti autonomisti e il perdurare della crisi potrebbero contagiare anche altre regioni che non sopportano più il peso dei loro Stati: la Baviera in Germania e il Veneto in Italia potrebbero seguire il percorso tracciato da Scozia, Fiandre e Catalogna. <br />
(Da Libero, 16/10/2012).

Daniela Giglioli
Daniela Giglioli

CATALOGNA AL VOTO DEI NAZIONALISMI <br />
UNA VITTORIA DI PIRRO DELL’AUTONOMIA <br />
<br />
di Andrea Nicastro<br />
<br />
Domani la Catalogna vota sul suo futuro, ma comunque vada Barcellona non è già più la stessa: il genio del nazionalismo liberato dagli archivi della storia ne condizionerà per anni economia e politica. Le elezioni «autonomiche» non sono (ancora) il referendum pro o contro l’indipendenza dalla Spagna <br />
che vorrebbe il governatore regionale uscente Artur Mas, ma ci assomigliano molto. Il marketing dei sette partiti in lizza si è esclusivamente spaccato sull’indipendentismo. <br />
L’atmosfera è greve. Tra i politici volano insulti (fascista, nazista), accuse (avventuriero, tangentista) e querele. Ma anche tra la gente comune si è aperta una breccia: difficile a Barcellona concludere <br />
una cena senza assistere a un educato litigio tra commensali. Ogni altro tema è eclissato. Disoccupazione, recessione, crisi del welfare sono scomparsi dal dibattito, come gli arcaici concetti di destra e sinistra o socialdemocrazia e liberalismo. In settembre Madrid ha rifiutato di ridurre le tasse alla Catalogna e Mas ha rotto gli argini. A breve termine la scommessa potrebbe essere fruttuosa. I sondaggi dicono infatti che Mas sarà rieletto nonostante i licenziamenti, la riduzione dei servizi pubblici, l’enorme debito regionale. <br />
Ma sia se ottenesse la maggioranza assoluta sia se fosse costretto ad allearsi agli altri partiti indipendentisti sarebbero guai grossi. Con la maggioranza assoluta dovrebbe realizzare quel che promette: l’indipendenza. E il fallimento è estremamente probabile. Le armi a disposizione <br />
della Spagna per impedirlo vanno dall’ostruzionismo legale al boicottaggio economico, dalla penalizzazione energetica alle selettive verifiche fiscali. Ma anche l’Europa si schiererebbe contro: ogni Stato ha la sua Catalogna, vale a dire una regione più ricca che potrebbe avere convenienza <br />
a staccarsi. Strada in salita anche in caso di maggioranza relativa. La CiU di Mas perderebbe la sua caratteristica di partito di centrodestra divenendo ostaggio dei nazionalisti di sinistra. Vincitore <br />
domani, sconfitto sul lungo periodo. E con Mas, la Catalogna. <br />
(Dal Corriere della Sera, 24/11/2012).

Daniela Giglioli
Daniela Giglioli

I PARTITI «CATALANISTI» PERDONO SEGGI: DA 76 A 74. QUELLI «SPAGNOLISTI» GUADAGNANO: DA 21 A 28<br />
<br />
Catalogna, tracollo dei nazionalisti<br />
<br />
Più difficile il referendum sull'indipendenza. Exploit della sinistra. Governo difficile<br />
<br />
di ANDREA NICASTRO<br />
<br />
Cinque anni fa in Catalogna, gli indipendentisti non arrivavano al 25%. Ieri sera, a contare le schede depositate nelle urne delle elezioni amministrative, hanno superato il 45%. Eppure la corsa separatista ha subito una frenata. I partiti catalanisti presi nel loro complesso perdono seggi: da 76 a 74. Quelli spagnolisti, favorevoli allo status quo, guadagnano: da 21 a 28.<br />
La maggioranza ha ascoltato slogan come «Espanya ans roba», «la Spagna ci ruba» ricalcato dal bossiano «Roma ladrona», e il ragionamento secondo cui la ricca Barcellona non ha interesse a restare in una Spagna che affoga nei debiti. Da indipendenti, si è sentito spesso nei comizi, avremmo i soldi per mantenere ospedali, scuole, infrastrutture e incentivi alle imprese ai livelli precrisi. Nella realtà le cose sarebbero più complicate, ma quasi la metà dei catalani ha scommesso sull'indipendentismo. <br />
Ora dovrebbe cominciare la seconda tappa del viaggio di allontanamento da Madrid e in un paio d'anni dovrebbe essere convocato un referendum sull'indipendenza della Regione per dare ulteriore forza negoziale nei confronti del governo centrale spagnolo. Referendum consultivo, illegale, senza altro valore se non quello morale che la maggioranza ha in democrazia. Quindi tanto, tantissimo. Ma che cosa succederà da quel giorno in avanti, è un'incognita. E in più, converrà arrivare alla conta quando si sa di non avere la maggioranza assoluta? <br />
Ieri sera lo scenario si è di fatto ingarbugliato. La politica catalana si è radicalizzata. Cala il centro crescono le ali estreme. Hanno vinto gli indipendentisti, ma tra loro hanno perso consensi proprio chi ha voluto questo voto anticipato e che sperava in un'investitura plebiscitaria. E' stato il governatore Artur Mas di Convergència i Unió (CiU) a convocare le elezioni con due anni d'anticipo. Un mese fa i sondaggi lo davano vicino alla maggioranza assoluta. Ieri invece la sua formazione è crollata perdendo, al 95% dello scrutinio, 12 seggi, quasi un consigliere su cinque. Il governatore Mas ha incolpato i «tagli e l'austerity economica». Visto che il confronto frontale con Madrid gli aliena una buona parte del proprio elettorato a favore di formazioni più radicali, continuerà a seguire la «volontà del popolo catalano»? Nel suo primo discorso notturno, Mas non l'ha chiarito.<br />
Dal ritorno della democrazia in Spagna, oltre trent'anni fa, il centrodestra catalano ha avuto l'egemonia regionale. Il «seny», il buon senso, scaltro e astuto, dei mercanti e industriali della Regione, si è sentito rappresentato dall'opportunismo del leader storico Jordi Pujol. L'accelerazione degli ultimi mesi, incarnata dalla metamorfosi del linguaggio di Mas, ha spiazzato l'elettorato dando spazio alla formazione storica della sinistra catalana (Erc) che ha raddoppiato i propri rappresentanti. <br />
«Sarà molto difficile per Mas governare senza restare ostaggio della sinistra» dice Manuel Milian Mestre, uno dei tre fondatori del centrodestra spagnolo. «CiU rischia di perdere la sua funzione di governo dovendosi alleare con formazioni iperindipendentiste ed ecologiste che di sicuro non apprezzeranno il rigore di bilancio che la CiU ha sempre portato avanti. Indipendenza a parte, il governo giorno per giorno potrebbe diventare impossibile».<br />
I due principali partiti nazionali ottengono risultati differenti. I socialisti perdono 4 seggi a favore delle forze alla loro sinistra. Un calo doloroso, ma non quanto temessero. La leadership nazionale di Alfredo Rubalcaba non riesce a guidare il partito fuori dall'ombra di discredito nella quale è caduto durante l'era Zapatero. Il Partido Popular, invece, mantiene la propria dimensione confermando la virata centrista voluta dal premier Rajoy perché non intercetta i voti degli «spagnolisti» arrabbiati che scelgono partiti xenofobi o iper centralisti. <br />
(Da corriere.it, 26/11/2012).

Daniela Giglioli
Daniela Giglioli

NEGOZIATI CON SOCIALISTI E SINISTRA INDIPENDENTISTA <br />
<br />
La Catalogna non rinuncia al referendum <br />
<br />
Il presidente Mas cerca alleati di governo per proseguire sulla strada della secessione <br />
<br />
di MARCO ALFIERI <br />
<br />
Il dilemma catalano sta tutto in un rompicapo: nel nuovo Parlamento il fronte separatista cresce, è maggioritario (87 seggi su 135), ma troppo frammentato per aggregarsi in una coalizione di governo. È questo il frutto velenoso dell’azzardo di Artur Mas, il governatore che ha «chiamato» il voto anticipato pensando di ottenere un «mandato eccezionale» per arrivare al referendum sullo «Estado proprio», come viene definita la Catalogna indipendente. <br />
Non solo Mas non ha strappato la maggioranza assoluta, ma il suo partito (CiU) domenica ha vinto perdendo 12 seggi e 100 mila voti in una tornata che ha visto votare 700 mila catalani in più del 2010. Un bagno di sangue che ridimensiona politicamente la via separatista. «Da oggi non comanda più lui il processo sovranista», ammette un dirigente di Uniò, la fazione più moderata di CiU, pesantemente scettica sulla svolta radicale del governatore. <br />
Dovrà negoziare un difficile governo di coalizione. Già ma con chi, è la domanda che circola a Barcellona? Ieri Mas ha dichiarato di voler aprire una discussione con i separatisti di Esquerra <br />
Republicana de Catalunya (Ere), i veri vincitori della tornata (insieme avrebbero 71 seggi) o con i socialisti del Psc (avrebbero 70 seggi), ma «senza abbandonare la strada del referendum, da tenere nei prossimi 4 anni». Difficile, dopo la rottura con Madrid sul patto fiscale e una campagna velenosa, proseguire l`alleanza con il Partito popolare. <br />
Anche se i conservatori hanno guadagnato 80 mila voti facendo cestino di un pezzo di borghesia produttiva, nazionali moderata, spaventata dal neoradicalismo di Mas. In realtà gli stessi socialisti, scesi al minimo storico in Catalogna, sembrano poco interessati a fare da stampella al governatore. Peraltro l’ala interna pro referendum esce indebolita dal voto. <br />
Più fluida la situazione dentro la frastagliata galassia della sinistra indipendentista, gonfiatasi <br />
di voti e seggi (da 20 a 37). <br />
Se gli anti-capitalisti di Cup e gli eco-socialisti di Icv fanno intendere di voler restare all’opposizione - troppo distanti le ricette economiche, specie in tempi di spread e recessione -, il leader di Erc, Oriol Junqueras, nuovo uomo forte catalano (42 anni, alto e robusto, ex studente al liceo italiano di Barcellona) sulla carta non è contrario a negoziare un'agenda di obiettivi minimi che includa il referendum, ma dai microfoni di «Catalunya Radio» fissa alcuni paletti per concedere i suoi 21 seggi. Primo: CiU rompa gli accordi con i popolari nei posti dove governano insieme in Catalogna. Secondo: stop ad ulteriori tagli alla spesa sociale nella prossima Finanziaria che si annuncia di ulteriore austerity. Insomma road map sul referendum e cambio radicale di agenda economica e sociale, un tema paradossalmente eclissato in campagna elettorale. <br />
Sarà possibile la quadra? Lo stallo influenza i rapporti con il governo di Madrid che può tirare un sospiro di sollievo. Una CiU indebolita faticherà a negoziare un nuovo patto fiscale e il via libera ad un referendum che, a costituzione vigente, è illegale. <br />
«L’esito delle elezioni dimostra il fiasco della politica di Mas», è il commento salace del premier <br />
Rajoy, nel giorno dopo. «Il catalanismo rischia di essere una maggioranza sentimentale ma con gravi difficoltà politiche», riassume amaramente «La Vanguardia», il giornale di Barcellona. <br />
Un’altra volta «ha vinto la Spagna e il suo status quo». <br />
(Da La Stampa, 27/11/2012).

Daniela Giglioli
Daniela Giglioli

LA LINGUA VENETA ARMA FONDAMENTALE PER L'INDIPENDENZA<br />
<br />
di MARILENA MARIN <br />
<br />
Il popolo veneto è quello che più a lungo in Europa ha saputo garantirsi sovranità e benessere. Circuito e sfruttato, però, negli ultimi due secoli, da poteri esterni insediatisi in molti dei suoi gangli, ciclicamente tenta di ritrovare percorsi e strumenti adatti per tornare alle sue età dell’oro. Nel luglio 1943, in piazza San Marco, la Repubblica Veneta viene nuovamente proclamata da forze che, beffardamente, saranno poi infiltrate dal nazionalismo, e oggi invocano la Costituzione per fermare la nostra sete di dignità e giustizia. <br />
Ma la Costituzione è nata per garantire libertà e democrazia, non per diventare camicia di forza e manganello al servizio di parassiti d’ogni sorta. Già circa 25 anni fa proprio sul Gazzettino, in prima pagina (nel maggio 1988), un consigliere regionale propone il voto popolare esplicito e diretto, il referendum finalizzato al ritorno alle più piene libertà venete. Voto che doveva esser preceduto da iniziative ineludibili, iniziative che in questo quarto di secolo i politici hanno preferito trascurare. <br />
Sicché oggi il Veneto risulta ancor di più piagato e devastato, nel territorio e nello spirito, nell’economia e nella coscienza di sé: che sono il motore, il know-how e il carburante di ogni riavvio e sviluppo di autogoverno e di federalismo, di cooperazione internazionale e di serena indipendenza. <br />
Cammin facendo si moltiplicano le trappole e gli inganni. La stampa registra il provincialistico snobbare, da parte di politici e intellettuali e grandi imprenditori veneti, di quella che per gli imprenditori e gli intellettuali e i politici catalani e tirolesi e friulani (ma anche per le forze venete più vive e dignitose) è il veicolo privilegiato della libertà: la lingua. A gara, infatti, qui, professori di scuola oscurantista, imprenditori complessati, e assessori e sondaggisti che non conoscono l’Europa <br />
la denigrano con l’etichetta di dialetto. <br />
Credono che minoranze linguistiche siano solo quelle elencate dalla furbesca e zoppa legge 482/1999. E fingono di dimenticare che la veneta (usata anche da Galileo e - Copernico e da Harvey) è chiamata lingua già da poliglotti quali Paolo Sarpi e Albino Luciani (che ne sosteneva l’uso nell’evangelizzazione e nella liturgia), che è scientificamente riconosciuta lingua dal VII congresso mondiale dell’Aidlcm (Barcellona 1978), dalla svolta all’università di Padova del 1981, dai deputati del Sudtirolo e della Val d’Aosta nel 1984 (sottoscrivendo la proposta di legge Tramarin). Mentre nel 2007 proprio l’assemblea legislativa veneta ha sancito la difesa e la promozione della lingua veneta. Di fianco all’alienazione dell’economia e all’inquinamento da mafie e amianti e diossine, il sottovalutare l’eccezionale arma della lingua porta a vanificare ogni iniziativa tendente all’indipenenza. <br />
(Da Il Gazzettino, 9/12/2012).

Daniela Giglioli
Daniela Giglioli

LA POLEMICA IL CALCIATORE CONTRO LA «SPAGNOLIZZAZIONE»<br />
<br />
Messi difende il catalano «Sia insegnato a scuola»<br />
<br />
di Andrea Nicastro <br />
<br />
Ai bambini di Barcellona bisognerà insegnare che sono nati in Cataluña o in Catalunya? Pare una questione di poco conto. Non lo è. Ci ha messo il becco persino il più grande giocatore del mondo. Uno che, di nascita, non è nè «catalan» nè «català», ma argentino. Da giorni per le strade di Barcellona sfilano cortei furibondi mentre nei bar di tapas di Madrid, ad evocare la «sacra ñ», lettera unica al mondo, segno distintivo dell'alfabeto spagnolo, o le «profane ny» con cui i catalani sostituiscono la prima, si rischia di rovinare le amicizie. Un po' come quando, l'anno scorso, Barcellona decise, per dispetto a Madrid, di proibire la corrida. Allora, però, l'Europa non si spaventò. Ora sì. L'Ue guarda a quelle letterine di differenza toccandosi il portafogli. Teme che, se Barcellona smette di collaborare all'austerità collettiva in nome della dignità catalana violata, i soldi prestati a Madrid non torneranno più indietro. La disputa sull'insegnamento del catalano a Barcellona è vecchia di secoli. Cominciò a vietarlo Filippo V nel Settecento e calcò la mano il generalissimo Franco nel secolo appena finito. Ha riaperto la contesa il ministro dell'Educazione José Ignacio Wert. Ad ottobre le avvisaglie: «I bambini catalani vanno ri-spagnolizzati» disse. Apriti cielo. In Catalogna le vignette con il ministro in divisa nazi si sprecarono. Era la vigilia delle elezioni locali che hanno visto i nazionalisti catalani crescere come numero complessivo, ma frammentarsi nel «Parlament» diventando quindi più deboli. Ora la nuova bordata del ministro attraverso una proposta di legge di riforma scolastica che si propone ufficialmente di salvaguardare la libertà di scelta sulla lingua veicolare tra quelle «co-ufficiali» delle diverse regioni. Un escamotage per obbligare la Catalogna a frammentare il proprio sistema scolastico oggi «immerso» nel catalano. Spagnolo o catalano, il dilemma trascende i banchi di scuola, riguarda l'identità (o la costruzione della stessa), la cultura (o la sua strumentalizzazione), il futuro stesso della Catalogna (e anche quello della Spagna e dell'Europa). La domanda in fondo è: può sopravvivere uno Stato nel quale i cittadini parlano lingue diverse? Quando manca un Pippo Baudo «a fare gli italiani attraverso la tv» e le interviste sui canali nazionali devono avere i sottotitoli, lo Stato sarà capace di durare? «Da quando sono qui ho studiato e sono cresciuto "in catalano". Non ho mai trovato problemi. Meglio aggiungere che togliere. Più lingue conosci, meglio è». Parole e pensieri di Leo Messi, calciatore divino giunto al Barcellona 12 anni fa dall'Argentina dove, per inciso, si parla spagnolo e, ora, diventato anche teorico del catalanismo nel mondo. Il Messi dei record è l'ennesimo idolo del Barça a pronunciarsi. Prima si era speso l'allenatore Tito Vilanova, dopo l'ha imitato Xavi. Quando si milita in Més que un club, «più di una squadra», nella «nazionale catalana» è il minimo. Ma un conto è fare il super atleta che parla con i piedi e quando cambia casacca continua a vivere in villa indipendentemente dalla nazione dove sta. Un altro è finire l'università in una lingua che è parlata da 6-7 milioni di persone come il catalano. Il mondo si stringe. Wert sostiene che la riforma è necessaria visti i bassi livelli raggiunti dalla media degli studenti spagnoli. In Catalogna ribattono che, da loro, invece, le scuole sono migliori, che non si azzardi a toccarle. E' possibile che, come sostiene El Mundo, il ministro Wert sia condannato a perdere la sua battaglia prima ancora di combatterla, un po' come capitò al settimo duca di Medina Sidonia, ammiraglio dell'Invencibile Armada. Invece delle tempeste a rovinare Wert saranno le esigenze di bilancio. Però, come contro Drake, se la Spagna non vince ora la battaglia nelle scuole, alla lunga perderà la guerra. E l'unità nazionale.<br />
(Dal Corriere della Sera, 16/12/2012).

You need or account to post comment.