Come cambia il linguaggio politico

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Apocalisse politichese dal “Porcellum” ai “Valori” trionfano osteria e finzioni

La Crusca: così cambia la lingua dei partiti

di Filippo Ceccarelli

A pensarci bene, suona come un tenero e perfino commovente segno di speranza che la prestigiosa Accademia fiorentina della Crusca abbia dedicato un volume di oltre 600 pagine, venti saggi tematici, analisi, monitoraggi, interviste a illustri glottologi e responsabili della comunicazione dei principali partiti, ecco, tutto questo sul linguaggio dell’ultima campagna elettorale (2006).

“L’italiano al voto” s’intitola il librone non ancora in commercio, ma per quanto emerge da un paio di lanci d’agenzia offre fin troppi spunti a chi, pur con la più cauta e paziente serenità, ritiene che la politica italiana versi anche nelle sue forme espressive in uno stato di totale regressione.

L’analisi della Crusca, in effetti, sottolinea l’uso generale di moduli sempre più aspri e semplificati, costanti forzature di concetti a slogan e diffusi scambi di insulti che un tempo si sarebbero detti “da osteria” (non a caso una volta Berlusconi paragonò Prodi a un ubriaco) e conseguenti contagiose volgarità, vedi la deriva testicolare innescata dal Cavaliere, “chi vota a sinistra è un coglione”, cui si rispose anche con cartelli “io sono un coglione”.

Sulla linea per così dire divisoria, il centrodestra risultava a parole più emotivo, l’Unione più analitica. Ma nel complesso il linguaggio elettorale era già ben contrassegnato da un colorito, caotico, involuto e sterile, immiserimento. Metafore mutuate dallo sport (“tridente”, “tempi supplementari”, “derby”, “bigmatch”), tecnicismi (“cuneo fiscale”, “quoziente famigliare”), non di rado questi ultimi riadattati dall’inglese (non solo “bipartisan” e “governance”, ma anche “Laziogate” e perfino “Storacegate”).

I giornalisti ovviamente hanno le loro grandi colpe, e basti pensare all’orrore che ancor oggi suscitano espressioni come “aennino”, “rosapugnone” e “margherito”. Ma le responsabilità della classe politica, con Prodi che nel 2006 ha gettato nell’agone “Qui Quo Qua” ricevendone in cambio l’epiteto di “Ciccio Pasticcio”, beh, insomma: più che immaginifica questa lingua bambinesca e bastarda testimonia l’abbassamento della soglia di decoro della vita pubblica; del tutto in linea, si può aggiungere, con gli effetti del “Porcellum”, beffardo latinismo assai citato dalla ponderosa ricerca della Crusca.

Ma ecco che deposto idealmente il volume nello scaffale, viene spontaneo rivolgere un pensiero al linguaggio della campagna elettorale in corso. Per restare ai quotidiani di ieri: Veltroni con la “Stampa” si è vantato di non nominare mai il nome di Berlusconi, per giunta qualificando tale sua scelta come “rottura epistemologica”; mentre nei suoi giri in Campania davanti a “Repubblica” D’Alema, che pure non è napoletano, ha accennato al proverbio sugli “scarrafoni”, ossia sugli scarafaggi sempre belli agli occhi della loro mamma; e se Berlusconi invitava le donne del Pdl a “cucinare cose dolci e squisite, mi raccomando”, la Santanché, che di autentico reca il nome, ma non il cognome essendo quello del suo primo marito, ecco la Santanché reiterava l’appello a “cacciare a calci nel sedere” i rom (clandestini).

E dunque, a dirla tutta: l’impressione è che in questa campagna “matta e disperatissima”, come sempre D’Alema in un empito leopardiano ha voluto ieri definirla, il riflesso di straniamento semantico, la deriva ipercolloquialistica e un po’ anche il degrado lessicale rivelano all’istante un passaggio per certi versi apocalittico. Nel senso che non solo il glorioso e residuale “politichese” sembra finito, ma è la parola stessa che ha cambiato senso, e forse è divenuta inconfessabilmente accessoria, sorpassata, marginale, in qualche misura addirittura trascurabile…

Così lontana la vecchia oratoria di una volta, così sorpassati i virtuosi solfeggiatori da comizio. Si tratta di segni, salti, slittamenti a volte impercettibili: a Piacenza Veltroni ha definito “una nostra ammiratrice” quella che un tempo avrebbe chiamato “una giovane militante”. Più delle parole contano adesso i gesti… Suoni e luci, mani intrecciate a raffigurare la W di Walter, pance e calvizie da rinfacciarsi “giocosamente” l’un l’altro, vedi l’ultimo esaltante corpo a corpo tra Berlusconi e Bettini. E poi questo epidermico tic dei “Valori”, tanto più indeterminati quanto più risonanti, iperbolici, tromboneschi: “il coraggio dei valori”, che basta vedere la foto del senatore De Gregorio per dubitare; “i valori che non si vendono” dell’Udc, ma che evidentemente si comprano dalle agenzie di pubblicità. Molto impegnativo materiale attende il prossimo studio dell’Accademia della Crusca.

(Da La Repubblica, 30/3/2008).

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Daniela Giglioli
Daniela Giglioli

Apocalisse politichese dal “Porcellum” ai “Valori” trionfano osteria e finzioni<br /><br />
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La Crusca: così cambia la lingua dei partiti<br /><br />
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di Filippo Ceccarelli<br /><br />
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A pensarci bene, suona come un tenero e perfino commovente segno di speranza che la prestigiosa Accademia fiorentina della Crusca abbia dedicato un volume di oltre 600 pagine, venti saggi tematici, analisi, monitoraggi, interviste a illustri glottologi e responsabili della comunicazione dei principali partiti, ecco, tutto questo sul linguaggio dell’ultima campagna elettorale (2006).<br /><br />
“L’italiano al voto” s’intitola il librone non ancora in commercio, ma per quanto emerge da un paio di lanci d’agenzia offre fin troppi spunti a chi, pur con la più cauta e paziente serenità, ritiene che la politica italiana versi anche nelle sue forme espressive in uno stato di totale regressione.<br /><br />
L’analisi della Crusca, in effetti, sottolinea l’uso generale di moduli sempre più aspri e semplificati, costanti forzature di concetti a slogan e diffusi scambi di insulti che un tempo si sarebbero detti “da osteria” (non a caso una volta Berlusconi paragonò Prodi a un ubriaco) e conseguenti contagiose volgarità, vedi la deriva testicolare innescata dal Cavaliere, “chi vota a sinistra è un coglione”, cui si rispose anche con cartelli “io sono un coglione”.<br /><br />
Sulla linea per così dire divisoria, il centrodestra risultava a parole più emotivo, l’Unione più analitica. Ma nel complesso il linguaggio elettorale era già ben contrassegnato da un colorito, caotico, involuto e sterile, immiserimento. Metafore mutuate dallo sport (“tridente”, “tempi supplementari”, “derby”, “bigmatch”), tecnicismi (“cuneo fiscale”, “quoziente famigliare”), non di rado questi ultimi riadattati dall’inglese (non solo “bipartisan” e “governance”, ma anche “Laziogate” e perfino “Storacegate”).<br /><br />
I giornalisti ovviamente hanno le loro grandi colpe, e basti pensare all’orrore che ancor oggi suscitano espressioni come “aennino”, “rosapugnone” e “margherito”. Ma le responsabilità della classe politica, con Prodi che nel 2006 ha gettato nell’agone “Qui Quo Qua” ricevendone in cambio l’epiteto di “Ciccio Pasticcio”, beh, insomma: più che immaginifica questa lingua bambinesca e bastarda testimonia l’abbassamento della soglia di decoro della vita pubblica; del tutto in linea, si può aggiungere, con gli effetti del “Porcellum”, beffardo latinismo assai citato dalla ponderosa ricerca della Crusca.<br /><br />
Ma ecco che deposto idealmente il volume nello scaffale, viene spontaneo rivolgere un pensiero al linguaggio della campagna elettorale in corso. Per restare ai quotidiani di ieri: Veltroni con la “Stampa” si è vantato di non nominare mai il nome di Berlusconi, per giunta qualificando tale sua scelta come “rottura epistemologica”; mentre nei suoi giri in Campania davanti a “Repubblica” D’Alema, che pure non è napoletano, ha accennato al proverbio sugli “scarrafoni”, ossia sugli scarafaggi sempre belli agli occhi della loro mamma; e se Berlusconi invitava le donne del Pdl a “cucinare cose dolci e squisite, mi raccomando”, la Santanché, che di autentico reca il nome, ma non il cognome essendo quello del suo primo marito, ecco la Santanché reiterava l’appello a “cacciare a calci nel sedere” i rom (clandestini).<br /><br />
E dunque, a dirla tutta: l’impressione è che in questa campagna “matta e disperatissima”, come sempre D’Alema in un empito leopardiano ha voluto ieri definirla, il riflesso di straniamento semantico, la deriva ipercolloquialistica e un po’ anche il degrado lessicale rivelano all’istante un passaggio per certi versi apocalittico. Nel senso che non solo il glorioso e residuale “politichese” sembra finito, ma è la parola stessa che ha cambiato senso, e forse è divenuta inconfessabilmente accessoria, sorpassata, marginale, in qualche misura addirittura trascurabile… <br /><br />
Così lontana la vecchia oratoria di una volta, così sorpassati i virtuosi solfeggiatori da comizio. Si tratta di segni, salti, slittamenti a volte impercettibili: a Piacenza Veltroni ha definito “una nostra ammiratrice” quella che un tempo avrebbe chiamato “una giovane militante”. Più delle parole contano adesso i gesti… Suoni e luci, mani intrecciate a raffigurare la W di Walter, pance e calvizie da rinfacciarsi “giocosamente” l’un l’altro, vedi l’ultimo esaltante corpo a corpo tra Berlusconi e Bettini. E poi questo epidermico tic dei “Valori”, tanto più indeterminati quanto più risonanti, iperbolici, tromboneschi: “il coraggio dei valori”, che basta vedere la foto del senatore De Gregorio per dubitare; “i valori che non si vendono” dell’Udc, ma che evidentemente si comprano dalle agenzie di pubblicità. Molto impegnativo materiale attende il prossimo studio dell’Accademia della Crusca.<br /><br />
(Da La Repubblica, 30/3/2008).<br /><br />
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Daniela Giglioli
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“L’italiano al voto” s’intitola il librone non ancora in commercio, ma per quanto emerge da un paio di lanci d’agenzia offre fin troppi spunti a chi, pur con la più cauta e paziente serenità, ritiene che la politica italiana versi anche nelle sue forme espressive in uno stato di totale regressione.<br /><br />
L’analisi della Crusca, in effetti, sottolinea l’uso generale di moduli sempre più aspri e semplificati, costanti forzature di concetti a slogan e diffusi scambi di insulti che un tempo si sarebbero detti “da osteria” (non a caso una volta Berlusconi paragonò Prodi a un ubriaco) e conseguenti contagiose volgarità, vedi la deriva testicolare innescata dal Cavaliere, “chi vota a sinistra è un coglione”, cui si rispose anche con cartelli “io sono un coglione”.<br /><br />
Sulla linea per così dire divisoria, il centrodestra risultava a parole più emotivo, l’Unione più analitica. Ma nel complesso il linguaggio elettorale era già ben contrassegnato da un colorito, caotico, involuto e sterile, immiserimento. Metafore mutuate dallo sport (“tridente”, “tempi supplementari”, “derby”, “bigmatch”), tecnicismi (“cuneo fiscale”, “quoziente famigliare”), non di rado questi ultimi riadattati dall’inglese (non solo “bipartisan” e “governance”, ma anche “Laziogate” e perfino “Storacegate”).<br /><br />
I giornalisti ovviamente hanno le loro grandi colpe, e basti pensare all’orrore che ancor oggi suscitano espressioni come “aennino”, “rosapugnone” e “margherito”. Ma le responsabilità della classe politica, con Prodi che nel 2006 ha gettato nell’agone “Qui Quo Qua” ricevendone in cambio l’epiteto di “Ciccio Pasticcio”, beh, insomma: più che immaginifica questa lingua bambinesca e bastarda testimonia l’abbassamento della soglia di decoro della vita pubblica; del tutto in linea, si può aggiungere, con gli effetti del “Porcellum”, beffardo latinismo assai citato dalla ponderosa ricerca della Crusca.<br /><br />
Ma ecco che deposto idealmente il volume nello scaffale, viene spontaneo rivolgere un pensiero al linguaggio della campagna elettorale in corso. Per restare ai quotidiani di ieri: Veltroni con la “Stampa” si è vantato di non nominare mai il nome di Berlusconi, per giunta qualificando tale sua scelta come “rottura epistemologica”; mentre nei suoi giri in Campania davanti a “Repubblica” D’Alema, che pure non è napoletano, ha accennato al proverbio sugli “scarrafoni”, ossia sugli scarafaggi sempre belli agli occhi della loro mamma; e se Berlusconi invitava le donne del Pdl a “cucinare cose dolci e squisite, mi raccomando”, la Santanché, che di autentico reca il nome, ma non il cognome essendo quello del suo primo marito, ecco la Santanché reiterava l’appello a “cacciare a calci nel sedere” i rom (clandestini).<br /><br />
E dunque, a dirla tutta: l’impressione è che in questa campagna “matta e disperatissima”, come sempre D’Alema in un empito leopardiano ha voluto ieri definirla, il riflesso di straniamento semantico, la deriva ipercolloquialistica e un po’ anche il degrado lessicale rivelano all’istante un passaggio per certi versi apocalittico. Nel senso che non solo il glorioso e residuale “politichese” sembra finito, ma è la parola stessa che ha cambiato senso, e forse è divenuta inconfessabilmente accessoria, sorpassata, marginale, in qualche misura addirittura trascurabile… <br /><br />
Così lontana la vecchia oratoria di una volta, così sorpassati i virtuosi solfeggiatori da comizio. Si tratta di segni, salti, slittamenti a volte impercettibili: a Piacenza Veltroni ha definito “una nostra ammiratrice” quella che un tempo avrebbe chiamato “una giovane militante”. Più delle parole contano adesso i gesti… Suoni e luci, mani intrecciate a raffigurare la W di Walter, pance e calvizie da rinfacciarsi “giocosamente” l’un l’altro, vedi l’ultimo esaltante corpo a corpo tra Berlusconi e Bettini. E poi questo epidermico tic dei “Valori”, tanto più indeterminati quanto più risonanti, iperbolici, tromboneschi: “il coraggio dei valori”, che basta vedere la foto del senatore De Gregorio per dubitare; “i valori che non si vendono” dell’Udc, ma che evidentemente si comprano dalle agenzie di pubblicità. Molto impegnativo materiale attende il prossimo studio dell’Accademia della Crusca.<br /><br />
(Da La Repubblica, 30/3/2008).<br /><br />
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A pensarci bene, suona come un tenero e perfino commovente segno di speranza che la prestigiosa Accademia fiorentina della Crusca abbia dedicato un volume di oltre 600 pagine, venti saggi tematici, analisi, monitoraggi, interviste a illustri glottologi e responsabili della comunicazione dei principali partiti, ecco, tutto questo sul linguaggio dell’ultima campagna elettorale (2006).<br /><br />
“L’italiano al voto” s’intitola il librone non ancora in commercio, ma per quanto emerge da un paio di lanci d’agenzia offre fin troppi spunti a chi, pur con la più cauta e paziente serenità, ritiene che la politica italiana versi anche nelle sue forme espressive in uno stato di totale regressione.<br /><br />
L’analisi della Crusca, in effetti, sottolinea l’uso generale di moduli sempre più aspri e semplificati, costanti forzature di concetti a slogan e diffusi scambi di insulti che un tempo si sarebbero detti “da osteria” (non a caso una volta Berlusconi paragonò Prodi a un ubriaco) e conseguenti contagiose volgarità, vedi la deriva testicolare innescata dal Cavaliere, “chi vota a sinistra è un coglione”, cui si rispose anche con cartelli “io sono un coglione”.<br /><br />
Sulla linea per così dire divisoria, il centrodestra risultava a parole più emotivo, l’Unione più analitica. Ma nel complesso il linguaggio elettorale era già ben contrassegnato da un colorito, caotico, involuto e sterile, immiserimento. Metafore mutuate dallo sport (“tridente”, “tempi supplementari”, “derby”, “bigmatch”), tecnicismi (“cuneo fiscale”, “quoziente famigliare”), non di rado questi ultimi riadattati dall’inglese (non solo “bipartisan” e “governance”, ma anche “Laziogate” e perfino “Storacegate”).<br /><br />
I giornalisti ovviamente hanno le loro grandi colpe, e basti pensare all’orrore che ancor oggi suscitano espressioni come “aennino”, “rosapugnone” e “margherito”. Ma le responsabilità della classe politica, con Prodi che nel 2006 ha gettato nell’agone “Qui Quo Qua” ricevendone in cambio l’epiteto di “Ciccio Pasticcio”, beh, insomma: più che immaginifica questa lingua bambinesca e bastarda testimonia l’abbassamento della soglia di decoro della vita pubblica; del tutto in linea, si può aggiungere, con gli effetti del “Porcellum”, beffardo latinismo assai citato dalla ponderosa ricerca della Crusca.<br /><br />
Ma ecco che deposto idealmente il volume nello scaffale, viene spontaneo rivolgere un pensiero al linguaggio della campagna elettorale in corso. Per restare ai quotidiani di ieri: Veltroni con la “Stampa” si è vantato di non nominare mai il nome di Berlusconi, per giunta qualificando tale sua scelta come “rottura epistemologica”; mentre nei suoi giri in Campania davanti a “Repubblica” D’Alema, che pure non è napoletano, ha accennato al proverbio sugli “scarrafoni”, ossia sugli scarafaggi sempre belli agli occhi della loro mamma; e se Berlusconi invitava le donne del Pdl a “cucinare cose dolci e squisite, mi raccomando”, la Santanché, che di autentico reca il nome, ma non il cognome essendo quello del suo primo marito, ecco la Santanché reiterava l’appello a “cacciare a calci nel sedere” i rom (clandestini).<br /><br />
E dunque, a dirla tutta: l’impressione è che in questa campagna “matta e disperatissima”, come sempre D’Alema in un empito leopardiano ha voluto ieri definirla, il riflesso di straniamento semantico, la deriva ipercolloquialistica e un po’ anche il degrado lessicale rivelano all’istante un passaggio per certi versi apocalittico. Nel senso che non solo il glorioso e residuale “politichese” sembra finito, ma è la parola stessa che ha cambiato senso, e forse è divenuta inconfessabilmente accessoria, sorpassata, marginale, in qualche misura addirittura trascurabile… <br /><br />
Così lontana la vecchia oratoria di una volta, così sorpassati i virtuosi solfeggiatori da comizio. Si tratta di segni, salti, slittamenti a volte impercettibili: a Piacenza Veltroni ha definito “una nostra ammiratrice” quella che un tempo avrebbe chiamato “una giovane militante”. Più delle parole contano adesso i gesti… Suoni e luci, mani intrecciate a raffigurare la W di Walter, pance e calvizie da rinfacciarsi “giocosamente” l’un l’altro, vedi l’ultimo esaltante corpo a corpo tra Berlusconi e Bettini. E poi questo epidermico tic dei “Valori”, tanto più indeterminati quanto più risonanti, iperbolici, tromboneschi: “il coraggio dei valori”, che basta vedere la foto del senatore De Gregorio per dubitare; “i valori che non si vendono” dell’Udc, ma che evidentemente si comprano dalle agenzie di pubblicità. Molto impegnativo materiale attende il prossimo studio dell’Accademia della Crusca.<br /><br />
(Da La Repubblica, 30/3/2008).<br /><br />
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Daniela Giglioli
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Apocalisse politichese dal “Porcellum” ai “Valori” trionfano osteria e finzioni<br /><br />
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A pensarci bene, suona come un tenero e perfino commovente segno di speranza che la prestigiosa Accademia fiorentina della Crusca abbia dedicato un volume di oltre 600 pagine, venti saggi tematici, analisi, monitoraggi, interviste a illustri glottologi e responsabili della comunicazione dei principali partiti, ecco, tutto questo sul linguaggio dell’ultima campagna elettorale (2006).<br /><br />
“L’italiano al voto” s’intitola il librone non ancora in commercio, ma per quanto emerge da un paio di lanci d’agenzia offre fin troppi spunti a chi, pur con la più cauta e paziente serenità, ritiene che la politica italiana versi anche nelle sue forme espressive in uno stato di totale regressione.<br /><br />
L’analisi della Crusca, in effetti, sottolinea l’uso generale di moduli sempre più aspri e semplificati, costanti forzature di concetti a slogan e diffusi scambi di insulti che un tempo si sarebbero detti “da osteria” (non a caso una volta Berlusconi paragonò Prodi a un ubriaco) e conseguenti contagiose volgarità, vedi la deriva testicolare innescata dal Cavaliere, “chi vota a sinistra è un coglione”, cui si rispose anche con cartelli “io sono un coglione”.<br /><br />
Sulla linea per così dire divisoria, il centrodestra risultava a parole più emotivo, l’Unione più analitica. Ma nel complesso il linguaggio elettorale era già ben contrassegnato da un colorito, caotico, involuto e sterile, immiserimento. Metafore mutuate dallo sport (“tridente”, “tempi supplementari”, “derby”, “bigmatch”), tecnicismi (“cuneo fiscale”, “quoziente famigliare”), non di rado questi ultimi riadattati dall’inglese (non solo “bipartisan” e “governance”, ma anche “Laziogate” e perfino “Storacegate”).<br /><br />
I giornalisti ovviamente hanno le loro grandi colpe, e basti pensare all’orrore che ancor oggi suscitano espressioni come “aennino”, “rosapugnone” e “margherito”. Ma le responsabilità della classe politica, con Prodi che nel 2006 ha gettato nell’agone “Qui Quo Qua” ricevendone in cambio l’epiteto di “Ciccio Pasticcio”, beh, insomma: più che immaginifica questa lingua bambinesca e bastarda testimonia l’abbassamento della soglia di decoro della vita pubblica; del tutto in linea, si può aggiungere, con gli effetti del “Porcellum”, beffardo latinismo assai citato dalla ponderosa ricerca della Crusca.<br /><br />
Ma ecco che deposto idealmente il volume nello scaffale, viene spontaneo rivolgere un pensiero al linguaggio della campagna elettorale in corso. Per restare ai quotidiani di ieri: Veltroni con la “Stampa” si è vantato di non nominare mai il nome di Berlusconi, per giunta qualificando tale sua scelta come “rottura epistemologica”; mentre nei suoi giri in Campania davanti a “Repubblica” D’Alema, che pure non è napoletano, ha accennato al proverbio sugli “scarrafoni”, ossia sugli scarafaggi sempre belli agli occhi della loro mamma; e se Berlusconi invitava le donne del Pdl a “cucinare cose dolci e squisite, mi raccomando”, la Santanché, che di autentico reca il nome, ma non il cognome essendo quello del suo primo marito, ecco la Santanché reiterava l’appello a “cacciare a calci nel sedere” i rom (clandestini).<br /><br />
E dunque, a dirla tutta: l’impressione è che in questa campagna “matta e disperatissima”, come sempre D’Alema in un empito leopardiano ha voluto ieri definirla, il riflesso di straniamento semantico, la deriva ipercolloquialistica e un po’ anche il degrado lessicale rivelano all’istante un passaggio per certi versi apocalittico. Nel senso che non solo il glorioso e residuale “politichese” sembra finito, ma è la parola stessa che ha cambiato senso, e forse è divenuta inconfessabilmente accessoria, sorpassata, marginale, in qualche misura addirittura trascurabile… <br /><br />
Così lontana la vecchia oratoria di una volta, così sorpassati i virtuosi solfeggiatori da comizio. Si tratta di segni, salti, slittamenti a volte impercettibili: a Piacenza Veltroni ha definito “una nostra ammiratrice” quella che un tempo avrebbe chiamato “una giovane militante”. Più delle parole contano adesso i gesti… Suoni e luci, mani intrecciate a raffigurare la W di Walter, pance e calvizie da rinfacciarsi “giocosamente” l’un l’altro, vedi l’ultimo esaltante corpo a corpo tra Berlusconi e Bettini. E poi questo epidermico tic dei “Valori”, tanto più indeterminati quanto più risonanti, iperbolici, tromboneschi: “il coraggio dei valori”, che basta vedere la foto del senatore De Gregorio per dubitare; “i valori che non si vendono” dell’Udc, ma che evidentemente si comprano dalle agenzie di pubblicità. Molto impegnativo materiale attende il prossimo studio dell’Accademia della Crusca.<br /><br />
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A pensarci bene, suona come un tenero e perfino commovente segno di speranza che la prestigiosa Accademia fiorentina della Crusca abbia dedicato un volume di oltre 600 pagine, venti saggi tematici, analisi, monitoraggi, interviste a illustri glottologi e responsabili della comunicazione dei principali partiti, ecco, tutto questo sul linguaggio dell’ultima campagna elettorale (2006).<br /><br />
“L’italiano al voto” s’intitola il librone non ancora in commercio, ma per quanto emerge da un paio di lanci d’agenzia offre fin troppi spunti a chi, pur con la più cauta e paziente serenità, ritiene che la politica italiana versi anche nelle sue forme espressive in uno stato di totale regressione.<br /><br />
L’analisi della Crusca, in effetti, sottolinea l’uso generale di moduli sempre più aspri e semplificati, costanti forzature di concetti a slogan e diffusi scambi di insulti che un tempo si sarebbero detti “da osteria” (non a caso una volta Berlusconi paragonò Prodi a un ubriaco) e conseguenti contagiose volgarità, vedi la deriva testicolare innescata dal Cavaliere, “chi vota a sinistra è un coglione”, cui si rispose anche con cartelli “io sono un coglione”.<br /><br />
Sulla linea per così dire divisoria, il centrodestra risultava a parole più emotivo, l’Unione più analitica. Ma nel complesso il linguaggio elettorale era già ben contrassegnato da un colorito, caotico, involuto e sterile, immiserimento. Metafore mutuate dallo sport (“tridente”, “tempi supplementari”, “derby”, “bigmatch”), tecnicismi (“cuneo fiscale”, “quoziente famigliare”), non di rado questi ultimi riadattati dall’inglese (non solo “bipartisan” e “governance”, ma anche “Laziogate” e perfino “Storacegate”).<br /><br />
I giornalisti ovviamente hanno le loro grandi colpe, e basti pensare all’orrore che ancor oggi suscitano espressioni come “aennino”, “rosapugnone” e “margherito”. Ma le responsabilità della classe politica, con Prodi che nel 2006 ha gettato nell’agone “Qui Quo Qua” ricevendone in cambio l’epiteto di “Ciccio Pasticcio”, beh, insomma: più che immaginifica questa lingua bambinesca e bastarda testimonia l’abbassamento della soglia di decoro della vita pubblica; del tutto in linea, si può aggiungere, con gli effetti del “Porcellum”, beffardo latinismo assai citato dalla ponderosa ricerca della Crusca.<br /><br />
Ma ecco che deposto idealmente il volume nello scaffale, viene spontaneo rivolgere un pensiero al linguaggio della campagna elettorale in corso. Per restare ai quotidiani di ieri: Veltroni con la “Stampa” si è vantato di non nominare mai il nome di Berlusconi, per giunta qualificando tale sua scelta come “rottura epistemologica”; mentre nei suoi giri in Campania davanti a “Repubblica” D’Alema, che pure non è napoletano, ha accennato al proverbio sugli “scarrafoni”, ossia sugli scarafaggi sempre belli agli occhi della loro mamma; e se Berlusconi invitava le donne del Pdl a “cucinare cose dolci e squisite, mi raccomando”, la Santanché, che di autentico reca il nome, ma non il cognome essendo quello del suo primo marito, ecco la Santanché reiterava l’appello a “cacciare a calci nel sedere” i rom (clandestini).<br /><br />
E dunque, a dirla tutta: l’impressione è che in questa campagna “matta e disperatissima”, come sempre D’Alema in un empito leopardiano ha voluto ieri definirla, il riflesso di straniamento semantico, la deriva ipercolloquialistica e un po’ anche il degrado lessicale rivelano all’istante un passaggio per certi versi apocalittico. Nel senso che non solo il glorioso e residuale “politichese” sembra finito, ma è la parola stessa che ha cambiato senso, e forse è divenuta inconfessabilmente accessoria, sorpassata, marginale, in qualche misura addirittura trascurabile… <br /><br />
Così lontana la vecchia oratoria di una volta, così sorpassati i virtuosi solfeggiatori da comizio. Si tratta di segni, salti, slittamenti a volte impercettibili: a Piacenza Veltroni ha definito “una nostra ammiratrice” quella che un tempo avrebbe chiamato “una giovane militante”. Più delle parole contano adesso i gesti… Suoni e luci, mani intrecciate a raffigurare la W di Walter, pance e calvizie da rinfacciarsi “giocosamente” l’un l’altro, vedi l’ultimo esaltante corpo a corpo tra Berlusconi e Bettini. E poi questo epidermico tic dei “Valori”, tanto più indeterminati quanto più risonanti, iperbolici, tromboneschi: “il coraggio dei valori”, che basta vedere la foto del senatore De Gregorio per dubitare; “i valori che non si vendono” dell’Udc, ma che evidentemente si comprano dalle agenzie di pubblicità. Molto impegnativo materiale attende il prossimo studio dell’Accademia della Crusca.<br /><br />
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