COLPI BASSI CON LA SCUSA DELL’EUROPA. Messaggero 5 aprile 2004

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COLPI BASSI CON LA SCUSA DELL'EUROPA
di CARLO FUSI

A METÀ giugno si vota per il Parlamento europeo, ed un passaggio che è già importante di suo, visto che disegnerà la geografia politica continentale, si carica di ulteriori significati considerando che quel voto segnerà l'ingresso ufficiale nella Ue di una serie di Paesi ex comunisti, stabilendo un nuovo profilo per l'Unione e rafforzando
il suo ruolo di protagonista e la sua autorevolezza sulla scena mondiale. Logico che su un tale discrimine gli schieramenti italiani si fronteggino anche in maniera aspra, e sarebbe un buon servizio per gli elettori se Polo e Ulivo chiarissero le rispettive visioni dell'Europa al fine di consentire una scelta ragionata e consapevole. Non è così, e quella che per gli altri Stati è una elezione “normale” pur nella sua indiscussa rilevanza, da noi si trasforma in una battaglia che coinvolge uomini ed istituzioni, contribuendo a dare dell'Italia l'immagine di un Paese in perenne fibrillazione.
Romano Prodi è il presidente della Commissione Ue. Un incarico prestigioso, che dà lustro c visibilità all'Italia. Ma il Professore è anche il capo dello schieramento che si oppone al governo Berlusconi: l'ideatore e promotore di una lista che i suoi sostenitori definiscono «l'unico vero fatto nuovo» delle elezioni Europee: un contenitore che negli auspici di chi lo ha realizzato dovrebbe diventare la prima forza politica italiana, piedistallo per consolidare le speranze di premiership del capo dell'Ulivo. Un conflitto di interessi che Prodi ha cercato di minimizzare non candidandosi e rifiutandosi di inserire il suo nome nel simbolo del Triciclo. Tuttavia è un doppio ruolo che è in campo e incide: Prodi stesso rivendica il suo diritto «di dover fare politica». Giusto. Ma è anche pura ipocrisia politica ritenere che gli avversari evitino di evidenziarlo.
Sul fronte opposto Berlusconi gioca le sue carte anti-europee puntando ad intercettare un malessere diffuso nella pubblica opinione. Gli attacchi all'euro sono rientrati perché impossibili da supportare, ma la scelta di affiancamento alla politica Usa, vicenda Iraq in primo piano, no. Senza considerare che nella maggioranza c'è chi, come Bossi, non ha mai nascosto la forte avversione all'Unione.
Ora il nodo arriva al pettine. Palazzo Chigi si appresta a mettere sul tappeto l'arma più forte di cui dispone per vincere le elezioni: la riduzione delle imposte. La Commissione europea deve giudicare -e comincerà a farlo da dopodomani – questa iniziativa, che arriva in un contesto di conti pubblici italiani non brillante e con il rischio che venga superata la soglia del 3 per cento nel rapporto deficit-prodotto interno lordo. Il punto è: quale Europa si esprimerà? Francia e Germania stanno peggio di noi, ma l'ammonimento, se ci sarà, proverrà da Prodi “bifronte”. Le regole debbono valere per tutti, è evidente. Tuttavia il centro-destra è pronto a scagliare tutta la potenza di fuoco di cui dispone all'indirizzo del leader che ritiene l'occulto, ma poi non così tanto, competitor del Cavaliere. Gli attacchi di Giulio Tremonti al Professore e l'insofferenza del presidente del Consiglio («L'avviso Ue? Un rompimento…») nascono di qui.
Insomma invece che servire a confrontarsi sull'Europa e sul suo futuro, le elezioni del 13 giugno si apprestano a diventare un altro capitolo dell'infinita anomalia italiana, che zavorra l'immagine del nostro Paese e la sua credibilità verso i partner continentali. Inutile sottolineare che non se ne sentiva il bisogno.
05.04.2004, IL MESSAGGERO, pag. 1

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